Roma, dove si uccide l’arte, la cultura e l’ associazionismo

IMG_5933Lo scorso mercoledì 5 aprile, in Piazza delle 5 Lune, si è tenuta una manifestazione da parte di associazioni di volontariato, ONLUS, centri culturali, comitati di cittadini, associazioni di promozione sociale ed altro – cioè il tessuto vivo delle relazioni urbane – contro le ingiuste ed esorbitanti richieste di risarcimento (anche di milioni di euro), da parte del Comune, su impulso della Corte dei Conti, pena l’esecuzione di sfratti e sgomberi indiscriminati dalle sedi di proprietà comunale, dove si sono svolte per decenni tutte queste attività di riconosciuto valore socio-culturale.

Attività di riconosciuto valore sociale e senza scopo di lucro, ora costrette a cessare

La ludoteca per bambini nei quartieri periferici, la valorizzazione della storia orale e della cultura popolare, i “teatri di cintura”, veri presidi socio-culturali nelle aree di degrado e poco illuminate della Capitale, l’insegnamento gratuito dell’italiano agli immigrati stranieri, l’assistenza ai senza fissa dimora, la terapia ai disabili attraverso la musica e la formazione dei musicoterapisti.

Sono queste, insieme a molte altre ugualmente significative, le attività che il Comune di Roma aveva ritenuto meritevoli di ottenere in concessione l’uso dei beni comunali ad un canone ridotto rispetto al valore di mercato. Beni comunali, peraltro, nella maggior parte dei casi non utilizzati ed abbandonati da tempo, il cui estremo degrado era stato riqualificato solo per il rilevante impegno, anche economico, delle medesime associazioni.

In tal modo l’Amministrazione comunale favoriva la realizzazione di quei rilevanti interessi sociali, non misurabili secondo parametri economici, che hanno contribuito a produrre, negli anni, alcuni dei più luminosi esempi di attività sociale e culturale nella città di Roma.

I cosiddetti “arretrati” richiesti dal Comune alle associazioni, secondo chi protesta, non sono i canoni d’affitto dovuti che le associazioni non avrebbero pagato. La maggior parte delle associazioni, dicono, ha sempre corrisposto il canone determinato dal Comune in considerazione dell’attività sociale svolta.

Così, dall’oggi al domani, sempre secondo chi protesta, associazioni che avevano sempre regolarmente pagato il canone sono diventate morose per somme rilevantissime; sono sorti gli “arretrati” e le richieste di rilascio dei beni, fondati verosimilmente su un mutamento del tutto arbitrario e unilaterale dell’importo del canone con effetti retroattivi. Tutto ciò, alla faccia dell’art. 118 della Costituzione, secondo cui i Comuni “favoriscono l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà”; o della legge n. 381/1991, che riconosce alle cooperative sociali lo scopo di perseguire l’interesse generale della comunità, la promozione umana e l’integrazione sociale dei cittadini; come pure la legge n. 383/2000, che riconosce il valore sociale dell’associazionismo liberamente costituito e delle sue molteplici attività come espressione di partecipazione, solidarietà e pluralismo.

Lettere varie

IMG_5934La manifestazione di mercoledì è proseguita con l’invio di una delegazione che “in processione” si è diretta in Campidoglio per consegnare alla Sindaca Raggi un uovo di Pasqua, creato ad hoc, con all’interno la “sorpresa” di una lettera di puntuali richieste e appelli per ridare nuova vitalità e valore alle attività sociali e culturali del territorio romano. La lettera inizia ricordando alla Sindaca le sue stesse linee programmatiche, che prevedevano «il principio di sussidiarietà non demandando ad esso un ruolo sostitutivo del pubblico nella fornitura di servizi, quanto piuttosto la promozione dei diritti delle fasce più deboli, agendo sulla base di regole certe e del controllo puntuale del loro rispetto».

Un’altra lettera è stata inviata al Presidente e al Procuratore generale della Corte dei Conti, per il deferimento del magistrato della Corte Regionale che ha promosso le azioni giudiziarie in merito ai presunti danni erariali da addebitarsi ai dirigenti del Dipartimento Patrimonio di Roma Capitale: ben 200 inviti a dedurre e circa 132 atti di citazione, oltre ad altri 650 atti tuttora in corso di notifica. In particolare sono stati chiamati a rispondere i dirigenti del suddetto Dipartimento che, a decorrere dal 2008, si sono succeduti nell’incarico dirigenziale.

Ad avviso delle associazioni il magistrato in questione avrebbe interferito illegittimamente nell’ordinaria attività amministrativa, determinando un vero e proprio stato di soggezione sui dirigenti del Dipartimento Patrimonio, i quali si sarebbero sentiti vincolati a richiedere il pagamento dei canoni concessori, anche in contrasto con la vigente regolamentazione del settore e a emettere le richieste di rilascio immediato degli immobili, in quanto, in caso contrario, la procura avrebbe avviato i provvedimenti per danno erariale nei loro confronti. Che ci siano state pressioni risulterebbe scritto, secondo le associazioni, addirittura su una delibera della giunta capitolina del 22 febbraio scorso.

Frittata fatta nel periodo del Commissario straordinario

Il “patatrack” non è avvenuto, peraltro, nel corso del mandato della Sindaca Raggi ma nel periodo del Commissariamento, precedente alle elezioni. In tale, periodo, l’amministrazione commissariale decise di non dar corso alla modulazione delle azioni di riordino della gestione del patrimonio, prevista dalla deliberazione della Giunta Marino n. 140/2015, che considerava n. 5 livelli progressivi d’intervento.

Ora le associazioni rivendicano il valore sociale ed economico delle loro attività, svolte in supplenza di servizi che dovrebbe svolgere l’Amministrazione comunale o a completamento di servizi inefficienti e inadeguati ai reali bisogni della comunità. Chi scrive, d’altronde, non può che apprezzare l’avvento della nuova disciplina di cui alla delibera 140/2015, risultato della volontà espressa dai rappresentanti dei cittadini e non, al contrario, di organi giurisdizionali chiamati a svolgere – sì – funzioni sicuramente fondamentali per uno Stato di diritto ma nell’ambito dei principi della necessaria separazione dei poteri.

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