Roberto Lai “Art Detective”. Un sardo, con la passione delle sue radici e gli Alamari dell’Arte

IMG_7746A giugno, la serie “Art Detective”, che racconta i recuperi d’arte più eclatanti effettuati dal Reparto Operativo Tutela Patrimonio Culturale dei Carabinieri, ha tenuto incollati allo schermo i telespettatori di Rai Storia, grazie al documentario-fiction “L’Identikit di un mito”.

A destare interesse è stata in particolare la meticolosa ricostruzione del recupero della “Triade Capitolina” all’interno del Parco Naturale dell’Inviolata (periferia orientale di Roma), dove antiche rovine d’arte sono nascoste nella macchia mediterranea. Oggi è un parco archeologico, ieri era una tenuta agricola: meta prediletta di una delle più spregiudicate bande di tombaroli mai conosciuta.

In un clima serrato, tipico del “crime” la serie tv ha fatto rivivere con intensità ogni attimo della rocambolesca avventura, complice la colonna sonora (originale) che ha reso la cornice ancora più suggestiva. Il protagonista del recupero, un sardo doc Roberto Lai (classe 1962) ci ha raccontato l’odissea della Triade, dalla soffiata fino al recupero della scultura, (in Svizzera) quando ormai era pronta per essere imballata e spedita ad un grande museo americano.

L’ART DETECTIVE:  Luogotenente Roberto Lai

FullSizeRenderRoberto Lai (foto) nasce a Sant’Antioco (CI) nel 1962, laureato in Scienza dell’amministrazione giudiziaria, è stato Luogotenente nell’Arma dei Carabinieri presso il Reparto Operativo Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale di Roma. Ha partecipato come relatore a numerose conferenze sul tema Lotta contro i furti, scavi illeciti, importazione ed esportazione di Beni Culturali, con riferimenti alla legislazione internazionale : Roma, Sassari, Cagliari, Marsiglia, Londra, Berlino, Düsseldorf, Leiden, Amsterdam, Atene, New York, Lima, Quito. Per la sua attività in difesa del patrimonio culturale ha ottenuto numerosi attestati e riconoscimenti, tra i quali spiccano: Medaglia per l’eccellenza del servizio militare di II grado, conferita dal Ministero degli Interni della Federazione Russa; Medaglia d’Argento quale Benemerito dell’Arte della Scuola e della Cultura, conferita dal Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro; cittadinanza onoraria dei comuni di Guidonia Montecelio (RM), Nocara (CS) e Mentana (RM). E’ decorato con Croce pro Ecclesia et Pontifice, conferita dal Sommo Pontefice Giovanni Paolo II; è stato nominato, motu proprio, Cavaliere al merito della Repubblica italiana dal Presidente Giorgio Napolitano; Cavaliere dell’ordine di San Gregorio Magno e San Silvestro Papa da S.S. Benedetto XVI è inoltre Cavaliere dell’ordine dei S.S. Maurizio e Lazzaro. Ha condotto numerose indagini  che hanno reso possibile il rimpatrio di importanti opere d’arte già esposte presso importanti musei internazionali. L’attività svolta ha reso possibile la realizzazione di mostre in Italia e all’estero con risonanza mediatica a livello mondiale. Ha condotto un’intensa attività di ricerca che lo ha portato a riscoprire le tracce lasciate nel tempo da S. Antioco Martire, ha curato la ristampa del libro Le Meraviglie di S. Antioco di Padre Filippo Pili; la stampa della “Relazione sull’inventio dell’illustre Martire e Apostolo della Sardegna S.Antioco nella sua propria chiesa di Sulci, con Marco Massa ha curato la stampa del  libro “S. Antioco da primo evangelizzatore di Sulci a Glorioso Protomartire – Patrono della Sardegna; ha dato vita al fumetto Antioco il santo venuto dal mare. È Presidente dell’associazione culturale Arciere Onlus ed è l’ideatore e il curatore degli Annali di storia e archeologia Sulcitana. Per tale attività  il Comune di Sant’Antioco gli ha conferito la medaglia d’oro quale Ambasciatore della Cultura di Sant’Antioco.

 L’ANTAGONISTA: IL “RE DEI TOMBAROLI” PIETRO CASASANTA.

In quella che ricorda la storia del “bandito ed il campione” Casasanta recita il ruolo del losco personaggio. Già da giovane girava per le campagne di Guidonia in cerca di reperti preziosi. Di lui è nota la passione per il lusso più sfrenato e la volontà di ascendere al gradino di mercante internazionale di opere rubate. Nella fiction viene dipinto come una persona sbruffona, che vanta di conoscere la Tenuta dell’Inviolata come le sue tasche e paga i contadini e i mezzadri che lavorano nella zona per tacere sulle sue attività illecite. Fu lui a scovare la Triade e a mostrarla al mercante Edoardo Almagià.

Poiché aveva capito di aver fatto un “colpaccio” decise di gestire l’affare da solo. Dopo aver preso accordi con il trafficante internazionale di opere d’arte Mario Bruno, domiciliato a Lugano, quest’ultimo lo mise in contatto con un notissimo collezionista, George Ortiz. Per la vendita della Triade, Casasanta ottenne una cifra da capogiro: cinque miliardi delle vecchie lire, più di due milioni e mezzo di euro.

La sensazionale scoperta della Triade è avvenuta nel 1992 ma solo adesso è stata debitamente propinata all’opinione pubblica di massa, grazie alla fiction. Anche il critico d’arte Federico Zeri ne ha sottolineato l’eccezionale stato di conservazione dell’opera che dovrebbero essere di età severiana (192-235 D.C.)  

Digital CameraE’ vero che si tratta dell’unica copia “sana” della Triade, ovvero delle Tre divinità simbolo dello Stato Romano?

Sì, effettivamente è l’unica copia integra ed il ritrovamento è avvenuto dopo due anni di fitte indagini. Dopo aver appreso la notizia, avevo effettuato delle ricerche e con il collega Filippo Tomassi abbiamo messo in essere un’articolata indagine utilizzando i più moderni strumenti investigativi . Tuttavia lavoravamo da soli contro tutto e contro tutti. Era notoriamente considerata come l’Araba Fenice, di cui tutti parlavano ma che nessuno aveva mai visto finora. Alcuni studiosi addirittura credevano che la Triade Capitolina fosse solo una sorta di mito. Almeno fino a quando non l’abbiamo trovata.

La scultura è stata rinvenuta  sul Passo dello Stelvio a Livigno e scavata illecitamente al Parco dell’Inviolata di  Guidonia (RM), dove oggi sorge una discarica. Ricettata per 5 miliardi di vecchie lire attraverso diversi passaggi. Ci potrebbe descrivere l’Odissea del Triade, dal ritrovamento ai passaggi, fino al felice epilogo? Qual’è stato il suo ruolo nella vicenda?

La notizia del clamoroso recupero, oggetto di ben due conferenze stampa – che si svolsero a Roma nel complesso monumentale del S.Michele, sede del Ministero per i BB. CC, la prima il 7 dicembre 1993, la seconda, a recupero avvenuto, il 23 febbraio 1994 – ebbe, a suo tempo, eccezionale risalto sui giornali, alla radio e alla televisione, che non mancarono, come sempre accade in queste occasioni, di dare informazioni fantasiose e non sempre corrispondenti al vero sulle modalità e sul luogo del rinvenimento.

La scoperta del gruppo marmoreo raffigurante la Triade Capitolina avvenne nel corso di scavi clandestini, iniziati a partire dal mese di agosto del 1992, nell’area di due ville romane in località Inviolata, già interessate da precedenti scavi abusivi eseguiti nel 1973. La banda di “tombaroli” era composta da Pietro Casasanta, il capo, Moreno De Angelis , il ruspista e Carlo Alberto Chiozzi. Gli scavatori avevano operato nella zona a più riprese con un pesante mezzo meccanico. Nella prima villa, quella del ritrovamento della Triade, lo scavo fu eseguito in maniera devastante in un’area di circa 500 metri quadrati, situata a SO di una cisterna emergente, che era già stata danneggiata nel 1973: furono distrutte intere strutture murarie, cancellate stratigrafie, asportati reperti. Nella seconda villa, situata poco più avanti sul dosso NO della stessa collina, il nuovo scavo completò le precedenti devastazioni, alterando la stessa topografia del luogo, cancellando praticamente il terrazzamento e la cisterna e sconvolgendo le strutture e il terreno, tanto da compromettere irrimediabilmente il complesso sia sotto l’aspetto della tutela sia per un’eventuale indagine archeologica. Iniziò così quella che fu battezzata “operazione Giunone”, che si concluderà con il sensazionale recupero dell’opera. Nella fase iniziale delle indagini furono scoperti e assicurati alla giustizia i presunti capi della banda che aveva operato gli scavi clandestini all’Inviolata, tra cui Pietro Casasanta, nella cui abitazione erano stati sequestrati alcuni reperti che una perizia ordinata dai magistrati inquirenti ha

poi dimostrato provenienti dalla villa della Triade.

La svolta dell’indagine avvenne quando scoprimmo un prezioso frammento della statua, appartenente all’avambraccio di Giunone, recuperato in un secondo momento da De Angelis che poi lo cedette al compagno di scavo Chiozzi; fu  inoltre anche disegnato, dal collega Tomassi,un identikit della Triade, sulla base delle indicazioni di un indagato, con due ipotesi sulla collocazione del frammento.

Il trasferimento all’estero fu affidato allo spedizioniere della banda di predatori, Ermegildo Paolo Foroni, detto Scotchwhisky, gestore di una ditta di trasporti internazionali.

 La statua aveva ormai passato il confine, ceduta per cinque miliardi delle vecchie lire a un importante antiquario di Lugano, Mario Bruno, titolare in Corso Marconi a Lugano del negozio Atelier amphora-Archeologia restauro e successivamente, dopo la morte per malattia di quest’ultimo, finita nelle mani di un ricco “collezionista” che viveva in Svizzera, George Ortiz, che avrebbe fatto da intermediario per la vendita ad una cifra notevolmente superiore – addirittura cinquantacinque miliardi di vecchie lire – ad un’istituzione straniera. Forti del possesso del frammento che provava l’illecita provenienza dell’opera, stringemmo d’assedio il mercato illegale di opere d’arte, paralizzando per mesi ogni commercio, nel tentativo – riuscito – di fare terra bruciata intorno alla Triade e costringere il possessore a restituire la scultura, evitando così di dover ricorrere ad una lunga rogatoria internazionale. Pertanto chi aveva acquistato da ultimo la Triade fu costretto a restituirla, segnalando con una telefonata anonima la presenza dell’opera in una cassa di legno vicino a una segheria ai margini del parco dello Stelvio, presso Livigno.

Si concluse così uno dei recuperi più sensazionali e rocamboleschi degli ultimi anni, un vero e proprio giallo archeologico.

La Triade è stato il suo primo colpo. Ci racconta come è diventato “sbirro” d’arte?

Sono sempre stato appassionato di arte antica ed archeologia, sono nato e cresciuto nell’isola di Sant’Antioco dove l’archeologia non manca, insediamenti nuragici, fenici e resti della Civiltà romana hanno accompagnato la mia giovinezza.

Fu durante il servizio di leva nell’Arma  che appresi che esisteva un Reparto Speciale che si occupava di Tutela del Patrimonio Culturale fu così che pianificai la mia carriera  per arrivare nello Speciale Reparto.

Ci vollero 10 anni prima che realizzassi il mio sogno, ho militato nel TPC per 23 anni firmando con orgoglio molti successi operativi nazionali ed internazionali.

 Cosa rappresenta questa mirabile scultura, pesante mezza tonnellata?

Il materiale usato è il marmo lunense venato, cui il tempo ha conferito una patina ambrata. Il gruppo appare ottimamente conservato. La pulizia e il restauro, eseguiti dai tecnici dell’Istituto Centrale del Restauro con un sofisticato sistema ad ultrasuoni, ha permesso di asportare incrostazioni calcaree e grassi senza danneggiare il marmo hanno rivelato tracce dell’antica policromia ed evidenziato lesioni, alcune antiche, ma la maggior parte provocate dall’avventuroso recupero effettuato dagli scavatori clandestini. Giove è al centro, barbato, con capigliatura fluente e ciocche ondulate che gli incorniciano il volto; ha il torso nudo e un ampio mantello che dalla spalla sinistra gli ricade sulle ginocchia. Regge con la destra il fascio di fulmini e con il braccio sinistro (mancante) si appoggiava allo scettro.Giunone, alla sua sinistra, diademata e velata, è vestita con chitone, appuntato sulle spalle con fibule e stretto alla cinta con un cordoncino annodato; ha i capelli ondulati con scriminatura centrale, la bocca è leggermente socchiusa come quella di Giove. Tiene con la sinistra lo scettro e con la destra (mancante) la patera. Minerva, alla sua destra, con l’elmo corinzio, del tutto simile a Giunone, cui si contrappone simmetricamente, doveva tenere la lancia con il braccio sinistro (mancante) appoggiandola alla spalla, mentre il destro (mancante e con un perno di ferro, indizio di un antico restauro) doveva essere sollevato a spingere indietro l’elmo nel gesto dell’epifania. Ai piedi delle divinità, alla loro destra, gli animali sacri alla triade: l’aquila (Giove), il pavone (Giunone), la civetta (Minerva). Dietro le teste delle tre divinità l’artista ha posto tre piccole Vittorie alate acefale – la meglio conservata è quella di Giunone – con chitone  che incoronavano le tre divinità: Giove con una corona di quercia, Giunone di petali di rose e Minerva di alloro.  Tutte e tre le divinità presentano i nasi sfregiati in antico, verosimilmente in conseguenza del Cristianesimo trionfante. Altri particolari che balzano agli occhi sono i piedi di Minerva, che sembrano privi di calzature, e con le dita dei piedi appena accennate, a differenza delle altre due divinità, che hanno calzari e piedi nudi accuratamente scolpiti. Questa stranezza si nota anche negli animali sacri: mentre la civetta e l’aquila sono raffigurate con ricchezza di particolari, il pavone appare estremamente stilizzato, particolarmente nella ruota: un semplice disco privo di piumaggio. Anche il trono appare non rifinito e decorato solo sul lato destro con una doppia gola. Questi particolari rendono verosimile l’ipotesi che l’opera sia incompiuta, anche se accettando tale presupposto sarebbe ben difficile spiegare come una scultura ancora non terminata possa essere finita in una villa suburbana per un culto privato all’interno della villa stessa. La particolarità del piede destro di Minerva si spiegherebbe con consunzione dovuta a venerazione.

Il gruppo scultoreo dell’Inviolata, è l’unico esemplare a tutto tondo finora conosciuto in cui le tre divinità, simbolo della potenza di Roma, si siano conservate praticamente nella loro interezza.

 Per quanto riguarda la datazione del gruppo, un esame degli elementi stilistici, che deve tenere conto, trattandosi di divinità, di un forte influsso sull’artista del classicismo, e della tradizione, e uno tecnico, che ha rivelato l’uso da parte dell’artista del trapano che anima l’opera, formando forti sottosquadri nei panneggi e forellini negli animali, il trattamento classicistico dei capelli, gli effetti chiaroscurali del panneggio a pieghe tubolari e la resa dei volti, inquadrano l’opera nella media e tarda età antonina, più in particolare nel ventennio 160-180 d. C. La Triade dell’Inviolata deve la sua eccezionale importanza non al livello artistico, che è limitato, ma a quello documentario.

La scarsa plasticità del busto di Giove, la rigidezza nel trattamento dei corpi e delle pieghe dei panneggi, i particolari non finiti, cui abbiamo accennato, sono alcuni dei tratti caratteristici che fanno di questa opera un lavoro non privo di eleganza ma corrente.Di grande interesse nel gruppo dell’Inviolata sono la rappresentazione delle tre divinità sedute su un medesimo trono, che può essere considerata un’innovazione, e le tre piccole Vittorie che incoronano tutte e tre le divinità. Nel denario repubblicano di Gn. Cornelio Blasio, invece, Giove è al centro in posizione preminente, incoronato da una minuscola Minerva. Anche nei medaglioni di Traiano il solo Giove è incoronato dalla Vittoria.

Per quanto riguarda l’innovazione del trono unico, solo nel piccolo rilievo di Treviri e nel cippo delle Terme, databili il primo alla metà del II secolo e l’altro al periodo severiano, le tre divinità sono sedute su un medesimo sedile cerimoniale. Il fatto che le due dee siano non più in piedi, come in passato, ma sedute a fianco di Giove e su uno stesso trono, attesta quindi una pari dignità tra le tre divinità che non ha esempi nelle precedenti raffigurazioni..Il gruppo dell’Inviolata non può essere considerato quindi una copia della Triade di Roma,ma verosimilmente testimonia un passaggio dal culto pubblico a quello privato, poiché introduce nella rappresentazione un’atmosfera laica e domestica, che non ha riscontro nelle altre copie della Triade giunte fino a noi. (E. MOSCETTI., M. MELIS, La Triade Capitolina.  Archeologia e culto, Palestrina 1994).

Chi l’ha aiutata nelle ricerche?

L’operazione Giunone nasce da un sodalizio operativo con il Luogotenente Filippo Tomassi, collega, amico e fratello, il successo dell’operazione è stato il successo della nostra amicizia e della nostra intesa, mai uno screzio, una parola fuori posto, un’amicizia che dura tutt’oggi poiché fondata su solide basi. Mi piace ricordare l’archeologo Eugenio Moscetti uno dei pochi che ci supportò e incoraggiò. Il Generale Roberto Conforti, ebbe un ruolo determinante ci mise nelle condizioni di superare tutte le problematiche infine il Magistrato Carlo Lasperanza titolare dell’inchiesta.

Gli indizi erano pochi, tuttavia la vostra tenacia è stata premiata. Qual’è stato l’indizio più significativo e come è avvenuto il recupero?

Sicuramente il distacco di un pezzo dell’avambraccio di Giunone e l’identikit del collega Tomassi sono stati gli elementi chiave. Le intercettazioni, perquisizioni e pedinamenti non hanno fatto altro che completare il mosaico che giorno dopo giorno si arricchiva di nuovi tasselli.

Nel corso delle indagini sono stati arrestati tre noti tombaroli: mentre altre 26 persone sono finite sotto inchiesta. Che rapporto si crea con questi “loschi” figuri?

Dipende. Ho sempre tenuto il debito distacco con le persone che indagavo. Alcune, come Casasanta dopo due anni di intercettazioni telefoniche arrivi a conoscere profondamente le problematiche famigliari, vizi, passioni e virtù e cerchi nel rispetto dei ruoli e della divisa che indossi di non umiliare mai la persona che ha sbagliato. In una occasione ricordo che evitammo durante l’arresto di Casasanta di usare lampeggianti, macchine con colori di Istituto, gli tolsi le manette e lo accompagnai personalmente a Regina Coeli. Apprezzò molto questo gesto mi saluto commosso, “ Lai, avete vinto voi” la Triade esiste.

Lo feci con spirito sincero, senza alcun fine, Casasanta non era un delatore.

Perché oggi è così importante la scultura di epoca romana “ Triade che ritrae Giove, Giunone e Minerva? Quali emozioni ha provato nell’apprendere che sarebbe stata realizzata una serie tv basata sul suo primo caso?

E’importante perché raffigura contemporaneamente le tre principali divinità romane. Erano il gruppo ndivino protettore di Roma e dell’Impero, simbolo religioso imposto come un sigillo culturale alla venerazione delle province conquistate.

Il tempio di Giove Capitolino ospitava il modello più importante, riprodotto su alcune monete dell’ epoca di Traiano, Adriano e Antonino Pio, uniche copie fino a oggi esistenti.  Ne ho capito filo valore storico quando un amico mi ha chiamato per dirmi che la Triade era stata menzionata sul libro di storia del figlio.

E’ stato allora che mi sono reso conto di aver fatto qualcosa di veramente significativo. Un ritrovamento entrato nella storia. Avevo in certo modo contribuito a farla e questo ti ripaga dei sacrifici e del duro lavoro.

Dove si trova attualmente la Triade?

Oggi si trova al Museo Rodolfo Lanciani di Montecelio (Guidonia).

Secondo lei è abbastanza “pubblicizzata”?

Direi di sì. Il museo è molto visitato ed io stesso ho tenuto diverse conferenze nelle scuole per avvicinare i giovani alla Triade e ad altre opere trafugate. Un grande lavoro sul territorio lo ha svolto e lo sta svolgendo l’Associazione Nomentana di Storia e Archeologia Onlus, con le Presidenze del Prof. Giuseppe Vicario, dell’Archeologo Eugenio Moscetti ed ora del Prof. Alfonso Masini. Sono orgogliosamente Cittadino onorario della Città di Guidonia Montecelio e socio Onorario dell’ANSA. Per festeggiare il ventennale del recupero della Triade abbiamo realizzato in riduzione a fumetto il recupero della Triade nel quale io e il collega Tomassi oltre che ad essere gli autori del recupero siamo anche gli autori del fumetto.

Qual’è la sua speranza? 

Vorrei che ciò che viene recuperato e non andasse a finire nei magazzini, ma portato a conoscenza e valutato. La storia è qualcosa che ti avvicina alle tue radici, dunque conoscerla ti gratifica. E’ bello riprendersi qualcosa che ti appartiene.

Tombaroli. Cosa si può fare per contrastarli?

Il fenomeno lo abbiamo quasi debellato. I mezzi tecnologici ci aiutano.

Quanti reperti archeologici pensa di aver recuperato nella sua carriera ? 

Sicuramente più di 20.000.

Ha recuperato anche opere di antiquariato e di arte contemporanea?

Si, ma non mi chieda i numeri.

Quest’estate a Cagliari è stata inaugurata la mostra “ La memoria ritrovata”.  In che misura lei è stato coinvolto?

Molti dei reperti esposti sono frutto di mie indagini, in particolare quelli archeologici, compreso il lotto nuragico.

Una battuta sul bronzetto l’Arciere sulcitano recuperato negli USA?

L’Arciere era il simbolo del museo americano fu scavato nella terra che mi ha dato i natali ( Sant’Antioco), ma questa è un’altra storia dovrebbe fermarsi un altro paio d’ore che poterne scrivere.

Faccio l’avvocato del diavolo. Un tombarolo può in qualche modo esservi utile?

Da aiuto.. non certo! Quando un tombarolo viola un sito archeologico, sta distruggendo la storia, fa perdere le tracce e gli indizi del terreno. Quando un oggetto viene rubato e decontestualizzato, perde significato. Un tombarolo che interviene con la ruspa alle prese con uno scavo clandestino distrugge la storia! “Le grandi opere sono la nostra storia. Chi le ruba si impossessa di qualcosa che appartiene a ciascuno di noi” Roberto Lai.

di Simona Mazza

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