Rinaturalizzare il capitalismo

Una delle principali sfide mondiali in materia di sostenibilità è aumentare la produzione agricola dei terreni agricoli esistenti in modo da garantire la biodiversità, mantenere l’integrità degli ecosistemi e tutelare i suoi servizi. Sulla stessa linea, dopo il 2014, la PAC si è trasformata per perseguire due obiettivi agroambientali: 1) ripristinare, preservare e migliorare gli ecosistemi legati all’agricoltura e alla silvicoltura e 2) promuovere l’efficienza delle risorse e sostenere il passaggio a un’economia a basse emissioni di carbonio e resiliente ai cambiamenti climatici nel settore agricolo, alimentare e forestale.

Secondo la FAO, Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura, “la sfida principale di oggi è aumentare la produzione per soddisfare la crescente domanda di alimenti, mangimi e bioenergia, preservando la biodiversità e riducendo la pressione sulle risorse naturali e sugli ecosistemi”.

I piccoli agricoltori sono in prima linea in questo duello, chiamati a dare un contributo significativo sia al miglioramento della sicurezza alimentare e nutrizionale, sia alla gestione delle risorse naturali. L’attuazione di questa sfida incontra tuttavia una tensione intrinseca. La rinaturalizzazione – rewilding in inglese – che coinvolge operazioni come la conservazione, la gestione e la reintroduzione delle specie, influenza inevitabilmente la prassi e il quotidiano lavoro dei piccoli agricoltori in Europa e nel mondo, molti dei quali vivono la promozione e la salvaguardia della biodiversità floristica e faunistica come una pressione opposta alle loro pratiche agricole.

Gestione ecologica

La sicurezza alimentare e nutrizionale esiste quando tutte le persone, in ogni momento, hanno accesso fisico, sociale ed economico a cibo sufficiente, sicuro e nutriente per soddisfare le loro esigenze dietetiche e le preferenze alimentari per una vita attiva e sana (definizione FAO 2009). La logica della sicurezza del cibo si basa su quattro pilastri concettuali, vale a dire, accesso, disponibilità, utilizzo e stabilità.

L’obiettivo della FAO – ridurre la pressione sulle risorse naturali e preservare la biodiversità – è fortemente sostenuto dal quarto pilastro. La stabilità del sistema alimentare prevede, infatti, una tutela della dimensione ambientale e ne presuppone la sua sostenibilità, sebbene essa sia anche alla base di vari aspetti economici e politici dei sistemi alimentari e non riguardi esclusivamente la gestione ecologica.

Termini come ‘re-wilding’, ‘ripristino della natura’ e ‘giardinaggio naturale’ sono entrati nel discorso ambientale, promuovendo e diffondendo programmi volti a sostenere ed espandere  le popolazioni di fauna selvatica, con l’obiettivo principale di riparare la natura degradata. Al contempo l’aspetto green è supportato e incentivato in quanto fornisce benefici socio-economici più ampi, dalla gestione delle inondazioni naturali allo stoccaggio del carbonio o sotto forma di benessere ricreativo e umano come il turismo locale sostenibile.

Nonostante questo quadro concettuale e numerosi trattati sulla tutela della diversità biologica, le pratiche in corso di conservazione e promozione della biodiversità sono spesso disallineate con gli sforzi volti ad aumentare la produzione alimentare. Questa realtà crea spesso compromessi e tensioni piuttosto che complementarità.

Inversioni di marcia

Per millenni gli agricoltori hanno liberato gli spazi, respingendo la natura selvaggia, controllando la fauna selvatica e progettando i paesaggi per produrre quantità sempre maggiori di cibo a sostegno della popolazione globale in aumento. Ovunque siano fiorite civiltà umane, i terreni agricoli hanno prosperato a scapito della natura selvaggia. Oggi, nonostante la persistenza di disastri naturali per mano dell’uomo, sta guadagnando slancio una traiettoria inversa.

Laddove gli agricoltori e le comunità rurali hanno tradizionalmente cacciato o controllato la fauna selvatica, a volte fino a sradicare completamente i grandi predatori, ora ci sono nuove restrizioni alle loro pratiche di controllo insieme a numerosi esempi di reintroduzione delle specie, ripristino dell’habitat e attività di conservazione, segnalando un paradigma cambiato.

In diverse realtà pascoli e terreni coltivabili vengono attivamente convertiti in foreste o riserve naturali dove la fauna selvatica, inclusi predatori iconici come orsi, lupi e aquile, viene reintrodotta o conservata e protetta, non senza gli effetti indesiderati che spesso questo genere di progetti può comportare. Si veda, ad esempio, il progetto di recupero e tutela degli orsi in Trentino, dove la popolazione che circa 20 anni prima si era detta a favore del rilascio di questi esemplari a rischio di estinzione in Italia è la stessa che oggi ritiene la loro presenza pericolosa per l’uomo,  accettandone in parte anche l’abbattimento.

Reti locali e globali

Il rewilding, che è al centro dell’attuale discorso sulla biodiversità, mira, secondo l’Oxford English Dictionary, a “riportare un’area di terra al suo stato naturale incolto (usato soprattutto con riferimento alla reintroduzione di specie di animali selvatici che sono state cacciati o sterminati)”.

La necessità di conciliare la produzione agricola con ecosistemi sani ha spinto verso un’innovazione diffusa volta a coordinare il paesaggio e l’azione politica. Tuttavia, le istituzioni nazionali e globali dominanti sono state plasmate in gran parte da modelli preconfezionati che spesso escludono il coinvolgimento della conoscenza e delle risorse umane autoctone.

I Rewilders, molti dei quali supportano il movimento ambientalista globale “Extinction Rebellion” sostengono che si può risparmiare terreno agricolo per la biodiversità e lavorare apportando benefici ambientali al suolo, senza una perdita netta di produzione alimentare. I suggerimenti includono l’utilizzo di gran parte del non quantificabile spreco alimentare generato dagli attuali sistemi alimentari e il recupero di eventuali perdite o anche l’aumento della produzione netta, con guadagni attraverso rese più elevate spesso basate su progressi tecnologi di miglioramento genetico, sfruttando una minor superficie agricola e rendendola più produttiva.

Gruppi più riformisti sostengono invece un cambiamento radicale, avanzando il passaggio dal bestiame ai seminativi o chiedendo l’abolizione del bestiame a favore di una dieta globale interamente a base vegetale – ipotesi dagli enormi benefici ambientali ma non di semplice attuazione e con inevitabili tracolli economici – o produzioni alimentari non agricole, senza fattoria, compresa la carne di laboratorio. Queste posizioni si basano sull’idea che l’agricoltura in generale e l’allevamento del bestiame in particolare siano pratiche inefficienti e dispendiose.

Produciamo a sufficienza

In molti casi, permettere alla natura di prendersi cura di sé stessa implica paradossalmente la costruzione di una governance delle attività umane che ha un impatto diretto sulle pratiche degli agricoltori (creazione ed estensione di aree protette, ad esempio). L’idea che una migliore protezione della natura selvaggia sia possibile esclusivamente lasciandola a sé stessa non è così portentosa come si potrebbe pensare. Ci sono luoghi che trarrebbero sicuramente vantaggio dalla totale esclusione degli esseri umani, ma in generale la conservazione della natura ha molto più successo quando è gestita dalla popolazione locale – si veda la realtà dei popoli indigeni dell’Amazzonia.

D’altro canto, i messaggi di coloro che ripongono estrema fiducia nell’innovazione tecnologica sono ingannevoli e  in parte pericolosi in quanto fanno credere alle persone che la maggior parte dei problemi possa essere risolta dall’artefatto, deresponsabilizzando di fatto ciascun individeuo e distogliendo a sua volta attenzione e risorse da altre soluzioni.

Sebbene lo sviluppo tecnologico possa essere utile, nel complesso disponiamo già delle tecnologie necessarie per nutrire la popolazione mondiale con alimenti sani in modo sostenibile. A livello globale, infatti, circa l’8,9% della popolazione mondiale – 690 milioni di persone va a letto a stomaco vuoto ogni notte, eppure quantitativamente parlando, produciamo cibo a sufficienza per sfamare oltre 7 miliardi di persone. Le sfide sono principalmente sociali, economiche e politiche. Ad esempio, un’equa distribuzione del cibo sradicherebbe la fame.

Mentre entrambi i lati dell’equazione “più sicurezza alimentare e nutrizionale, più tutela della biodiversità” fanno appello a beni pubblici di prim’ordine – alimentare la crescente popolazione mondiale da un lato e arrestare la distruzione ambientale che minaccia l’estinzione di massa delle specie dall’altro – vi è un crescente riconoscimento della necessità di teorizzare e di sviluppare politiche capaci di affrontare la sfida combinata all’interno dei confini planetari.

Foto di Steve Buissinne da Pixabay

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