Quantitative easing VS credit crunch. Braccio di ferro mortale per imprese e famiglie

BCE

È trascorso poco più di un anno da quando lo scorso 26 Luglio 2012, il Presidente della Banca Centrale Europea, Mario Draghi, pronunciò il famoso discorso del “whatever it takes”. Sentir dire dal Presidente della BCE che l’Euro e con esso, di fatto, l’Unione Europea e le sue economie, nessuna esclusa, sarebbero stati sostenuti, ha disinnescato la bomba speculativa che rischiava di far esplodere “l’Eurosistema”.
A trarre immediato giovamento da questo impegno così forte sono state anzitutto le banche che, avvalendosi della politica dei bassi tassi praticati dalla stessa BCE, hanno avviato programmi di consolidamento delle proprie strutture di capitale e di bilancio.
Nelle intenzioni degli economisti dell’Eurotower, accanto al consolidamento del sistema bancario, si voleva anche sostenere e rilanciare le provate economie delle imprese e delle famiglie soprattutto di quei paesi in cui la crisi ha fatto maggiormente sentire i propri effetti. Ma una politica monetaria espansiva in un momento in cui i tassi di interesse sono bassissimi non produce effetti sugli impieghi delle banche, le quali, per di più, mostrano una forte avversione al rischio a causa dell’aumento delle sofferenze; il credito deteriorato impone loro maggiori accantonamenti e il risultato è che i prestiti alle imprese e alle famiglie non crescono. L’avvitamento è così inevitabile e, ad oggi, per quanto concerne il nostro paese, l’unico reale beneficio prodotto dalla politica economica della BCE è stata la sottoscrizione da parte delle banche italiane di debito sovrano che mostrava segnali di forte sofferenza a causa della fuga degli investitori esteri.
Inoltre, stanti le stringenti regole sulla capitalizzazione degli istituti di credito e un non disinteressato calcolo dei banchieri sulla gestione della liquidità pervenuta loro dai programmi di politica monetaria (c.d. “quantitative easing”), le banche hanno preferito utilizzare la liquidità riveniente dai programmi di finanziamento prevalentemente per depositarla presso la stessa banca centrale e godere di un tasso d’interesse che, seppur poco remunerativo, rimane sostanzialmente privo di rischi.
Morale della favola, dalla montagna non è uscito fuori neppure il classico topolino.
Se a livello di Eurozona dal terzo trimestre 2012, dopo il “whatever it takes”, al secondo trimestre 2013 il livello di disoccupazione è salito dal 11,5 al 12,1% , perfino più preoccupante è la soglia raggiunta nei paesi in cui la crisi ha mostrato i suoi effetti peggiori. Si è in fatti saliti dal 25,5 al 26,5% in Spagna, dal 24,6 al 27,4% in Grecia e dal 15,8 al 17,7% in Portogallo.
In Italia si è passati dal 10,8 all’11,9%. All’incirca nello stesso periodo, tra maggio 2012 e maggio 2013, nel nostro paese i prestiti bancari alle aziende sono diminuiti, secondo fonte Confartigianato, di 41,5 miliardi di euro con una flessione del 4,2%.
Sono dunque questi i risultati del “whatever it takes” e del “quantitative easing”? Una forbice che diverge e allontana sempre di più sistema creditizio e accesso al credito, banche e paese reale?
Mentre c’è chi, come gli Stati Uniti, ritiene si sia giunti al termine dell’esperienza e sia tempo di riavviare un ciclo economico non drogato dall’eccesso di liquidità con conseguente ripresa del rischio inflattivo, altri, come il Giappone che però ha sempre dovuto affrontare problemi opposti, mantengono una politica economica estremamente aggressiva di “quantitative and qualitative easing” (la Banca Centrale Giapponese sta acquistando anche asset particolarmente rischiosi).
Cosa farà ora l’Europa e quali risultati ci si dovrà attendere dalle prossime mosse di politica monetaria.
Mario Draghi ha già annunciato che proseguiranno da parte della BCE le politiche di sostegno all’economia, ma, nel frattempo, la stretta creditizia, il “credit crunch”, attanaglia imprese e famiglie. Bene lo spiega l’ultimo Bollettino economico della Banca d’Italia (Luglio 2013) che riporta: “La flessione dei prestiti rispecchia la perdurante debolezza della domanda di credito, ma continua a risentire anche dell’orientamento restrittivo dell’offerta. Nonostante la liquidità abbondante, le politiche di prestito delle banche sono frenate dal peggioramento del rischio di credito provocato dal prolungarsi della recessione. L’accresciuta rischiosità dei prestiti si riflette sul costo del credito, contrapponendosi agli effetti favorevoli derivanti dalle riduzioni dei tassi ufficiali e dal parziale rientro delle tensioni sul mercato del debito sovrano” .
Un braccio di ferro tra abbondante liquidità per le banche e peggioramento del rischio creditizio di imprese e famiglie in cui, in assenza di correttivi imposti dai governi centrali, un’idea semplice potrebbe essere quella di destinare parte del funding delle banche presso la BCE all’acquisto di crediti vantati dalle aziende verso la stessa pubblica amministrazione in cronico ritardo nei pagamenti, non è difficile prevedere chi soccomberà.

di Marco Bartolomei

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