
La musica è un costrutto umano. In quanto tale, non è scevra da ragionamenti ed emozioni che attraversano la sfera personale e sociale. In conclusione, qualsiasi elemento dell’ambito musicale può riguardare in misura più o meno esplicita anche le idee politiche di ognuno di noi. Questa la sintesi. La realizzazione di tale proposta può allinearsi lungo i suoni e le armonie di un brano, oppure venirne palesate nel testo. Non solo, è possibile che anche autore ed esecutore giochino un ruolo propositivo. Infine, ci sono elementi giudicanti che si avverano solo nel corso e ricorso storico, al di là dei pensieri che avvengono, o avvenivano, nelle teste dei contemporanei. Osserviamo tutto ciò al dettaglio.
La politica dei suoni
Il livello filosofico lega parte della musica a un dominio dell’estetica dove il fine ultimo è l’elevazione dell’essere umano. Questa connotazione non viene necessariamente espressa per tutti i brani ma relegata alla musica colta dove il compositore destreggia le regole dell’armonia per creare pezzi senza tempo. Eppure, l’arte non nasce nel vuoto. Neanche in un vuoto scevro da stravolgimenti politici. Beethoven diede grande importanza agli ottoni nelle sue composizioni, ebbe modo di affascinarsi a quei timbri ascoltandoli nelle marce militari che imperversavano in epoca napoleonica. La sua vicinanza alle idee politiche illuministe sarebbero ravvisabili in un chiaro omaggio alle marce francesi che ritroviamo modificate all’inizio del quarto movimento della quinta sinfonia (ricordiamo anche la terza sinfonia inizialmente dedicata a Napoleone). La guerra, che forse è il più grande scontro politico dell’umano, ha influenzato le composizioni del tempo, nonostante rimandi a sinfonie che non contengono parole esplicite in quei riguardi.
Ebbi già modo di segnalare nei miei articoli come suoni e ritmi divengano rappresentativi di un’identità sociale o nazionale. Possiamo facilmente legare infervoranti tamburelli e zampogne alle tarantelle del Sud Italia, come colleghiamo subito un ritmo vivace di bouzouki ai balli dell’estate greca. Con questa esemplificazione non sorprende che spesso la musica venga proibita come forma di soppressione politica. Uno degli esempi più famosi è il ban musicale imposto agli irlandesi dagli inglesi durante la loro dominazione dell’isola. Ovviamente ad azione corrisponde reazione, sicché gli irlandesi hanno continuato a suonare i loro strumenti e le loro melodie tradizionali di nascosto o all’estero, salvaguardando le melodie tipiche della loro terra. Anche in questo caso non era necessario che fosse proferita una parola in una canzone perché fosse palesata un’attitudine politica: nel 1603 furono bruciate e poi proibite le arpe irlandesi per ordine della regina Elisabetta, col timore che i musicisti itineranti potessero essere spie sovversive.
La storia insegna che i processi umani non cambiano: la soppressione o proibizione di suoni e strumenti avviene quando questi assumono (volenti o nolenti) connotazioni politiche portatrici di identità e avverse a un gruppo sociale costituito.
La politica nei testi delle canzoni
Le parole sono il principale strumento che l’essere umano ha a disposizione per scambiarsi informazioni. Per i brani, è la forma più chiara di disegnare una persona, una storia, un’idea. È quindi la maniera più esplicita per veicolare significati politici. Gli autori si fanno quindi promotori di dinamiche sociali andando a promuovere posizioni più o meno estremiste. Per il pubblico è facile stringersi attorno a quelle canzoni che rispecchiano la propria propensione identitaria allineata con le medesime idee racchiuse in una lirica.
Come per la musica: le canzoni e i testi assumono un significato sociale che viene accettato o rigettato da parte degli individui di una società. Se viene proibito da persone di potere con forza legale sarà considerato come censurato. Se viene osteggiato dal basso, rientra nella fattispecie di cancellato. Se viene proibito da enti privati, invece, verrà indicato come bannato. Si noti come gli esempi non devono per forza essere dirompenti frasi sovversive: nel 1969 la BBC bannò il brano Space Oddity di David Bowie perché temeva, scaramanticamente, che potesse avere influssi negativi sulla missione Apollo 11 (quella che portò Amstrong sulla Luna).
Artisti, politica, contesto
Come visto con Beethoven, gli artisti sono persone che normalmente hanno interazioni con la politica in quanto vivono nella società. Alcuni di loro decidono di diventare attivisti più o meno presenti al di là della loro proposta musicale. È normale che un autore come John Lennon esprima idee di inclusione sociale, pacifismo e diritti degli ultimi poiché lo stesso carattere è ribadito nelle sue canzoni, come Imagine o So this is Christmas. Altri autori non sempre esplicitano una proposta ideologica nelle canzoni ma sono legabili a un contesto in quanto vivono in uno spazio stilistico che ne diviene promotore; è sicuramente il caso delle band del primo Punk britannico. Altri ancora, come Bob Marley in Giamaica, non promuovono un politico o una fazione ma supportano una visione unitaria e pro-positiva che mette d’accordo tutti.
Il problema emerge solo quando un’artista che non ha mai fatto forza delle proprie propensioni politiche finisce per rimanere coinvolto in ambienti di fazione. Un caso nostrano è la partecipazione di Cristina d’Avena all’anniversario della nascita del partito Fratelli d’Italia. Un caso più celebre è il supporto che il cantante dei Village People, Victor Willis, ha dato nel 2024 alla campagna di Donald Trump ringraziandolo per l’uso e il rilancio della canzone YMCA.
Molti artisti preferiscono non mischiarsi, per quanto possibile, con spazi o riferimenti politici. È una decisione economica e pratica: se si vuole arrivare a un pubblico più ampio occorre fornire una musica che possa essere recepita facilmente da quanti più individui. È il motivo per cui il tema dell’amore (generico, fra due persone) è il più utilizzato e riconosciuto nelle canzoni di più grande successo di mercato, come anche i testi sul godersi la vita e le canzoncine rivolte a bambini e infanti. In Italia è anche un aspetto culturale: gli artisti non sono tenuti a esporsi politicamente, cosa che avviene normalmente nel panorama anglosassone o, più profondamente, nella società ugandese. Il posizionamento stilistico si lega in continuità con quello ideologico, vedendo un pubblico coinvolto condividere le stesse opinioni e vivere gli stessi ambienti dei musicisti nonostante non ci siano esplicite allusioni nella musica o nelle parole usate nei brani.
Musica nel tempo che cambia
L’ultima variante da considerare è l’umano cambiamento perenne della cultura nella società mentre la musica del passato rimane immutata: si evolve quindi la valutazione che i fruitori nel presente fanno sulle opere del passato con l’emergere di nuove prospettive.
Uno degli esempi più noti riguarda i Minstrel Show: spettacoli diffusi nell’America del XIX secolo dove teatranti bianchi si mascheravano da schiavi delle piantagioni con finalità comiche. Il risultato è un’immagine caricaturale e offensiva degli afro-americani; con le rivendicazioni sociali da metà del ‘900 questi spettacoli sono scomparsi e oggi son considerati una forma d’arte razzista.
Non è da escludere che un brano che oggi consideriamo del tutto innocuo e lontano dalla politica possa diventare in futuro un simbolo da seguire o un emblema di un’ideologia. È altresì possibile che muti la considerazione di un dato artista con l’emergere di elementi soggettivi che ne spregino la personalità e la proposta musicale. Ciò potrebbe non sempre essere definitivo poiché non c’è una regola sociale morale scritta: a volte si tende a dissociare il compositore dalle sue opere così da fruire liberamente del costrutto acustico senza dover per forza apprezzare il suo fautore. È il caso di Gesualdo da Venosa (1566-1613), uno dei più importanti madrigalisti italiani, colpevole dell’omicidio della moglie e dell’amante di lei. Ascoltare le sue composizioni non implica ammendarlo dai suoi crimini o approvare le sue gesta. Sicuramente è più complicato avere lo stesso atteggiamento con un artista vivente, con la consapevolezza che apprezzare il suo lavoro si leghi anche a un relativo sostegno alla sua persona.
In conclusione, è facile cadere nell’ingenuo pensiero che la musica sia scevra da un peso sociale, non è così. La musica nasce dagli individui per gli individui, il primo ascoltatore è l’esecutore, tutti gli astanti hanno il loro proprio mondo di idee dove ogni significato culturale ha una peso anche politico.
Pensateci la prossima volta che ascoltate Nel blu dipinto di blu.
Foto di Filmbetrachter da Pixabay


