
La solennità di Pentecoste, una delle più antiche del calendario cristiano e la terza in ordine di importanza dell’anno liturgico, oggi sembra che non sia recepita convenientemente. La stessa cura che è impiegata per lo svolgimento della veglia pasquale o della messa della notte di Natale, si dovrebbe anche pensare per l’odierna celebrazione eucaristica.
Da parte nostra, quindi, dovremmo alimentare una maggiore “sensibilità spirituale” oltre che una consapevolezza più piena di essere uomini e donne sempre più spirituali. Ciò non è sinonimo di un vissuto disincarnato dalla realtà ma di un lasciarsi condurre sempre dallo Spirito, esercitando coralmente il carisma profetico, regale e sacerdotale che ci viene dal Battesimo. Oggi cioè, occorrono cristiani che parlano di più e che abbandonano la condizione di camaleonti alla quale sono spesso condannati o si condannano; abbisognano cristiani che realizzino appieno la “consecratio mundi” attraverso una vita familiare, professionale e relazionale vissuta autenticamente; oggi il mondo necessita di cristiani veri che, animati da spirito di servizio, non si tirino indietro perché, come sosteneva don Primo Mazzolari, “il cristiano non può tenere le mani in tasca anche quando sono pulite”.
Un mondo nuovo a Pentecoste si può! Oggi, infatti, è un giorno di luce e di fuoco, è l’ora dell’amore di Dio che chiude e completa il grande giorno pasquale di Cristo, durato cinquanta giorni; oggi si inaugura la nuova alba della Chiesa, grande ed imprevedibile, i cui membri, nati dall’effusione dello Spirito, vengono rafforzati dal Consolatore che Gesù stesso promise nel Cenacolo al fine di guidare i discepoli e tutti noi “alla verità tutta intera”. La Pentecoste, però, non è riducibile soltanto ad un giorno perchè essa costituisce prima di tutto un dono e poi una dimensione vera e reale dell’essere chiesa; infatti, secondo una felice espressione di Papa Paolo VI, la chiesa rappresenta la “pentecoste vivente” che si attua continuamente nel nostro tempo e nella nostra storia. Ogni anno, quindi, l’odierna solennità ci accompagna ad accogliere nuovamente e gratuitamente il dono dello Spirito Santo, a rievocare la nascita della Chiesa e quella della nostra vita che è realizzata pienamente nella celebrazione dei Sacramenti, tali proprio perché efficaci nello Spirito.
Nei riti orientali, infatti, si sottolinea particolarmente per ognuno dei Sacramenti il ruolo fondamentale dello Spirito e la sua importanza; ogni preghiera, appunto, ha inizio con un’invocazione allo Spirito e le meditazioni di questo giorno ripropongono ripetutamente il tema del rinnovamento e del cambiamento operato dallo Spirito nel cuore degli uomini: “Lo Spirito Santo fa scaturire le profezie, ordina i sacerdoti, ha insegnato la sapienza agli intellettuali, ha reso teologi i pescatori, tiene saldo tutto l’armonico ordinamento della Chiesa”. La Pentecoste, inoltre, è una “teofania trinitaria”, un dono cioè, che scaturisce dalla Trinità e che il Padre concede al Figlio a favore del popolo di Dio. Il libro degli Atti degli Apostoli afferma che “tutti erano pieni di Spirito Santo” (At 2,4), cioè tutti battezzati e portatori dello Spirito.
Il primo dono dello Spirito, però, è l’unità dei credenti, ecco perché la Pentecoste è considerata come la controparte della torre di Babele: lo Spirito Santo, portatore di unità, ci dà anche la capacità di parlare ad una sola voce. Ma il dono dello Spirito è anche un dono di diversità: le lingue di fuoco, infatti, scesero sopra ognuno dei presenti affinchè le varie diversità tra gli uomini non siano mai più motivo di separazione. Il termine “Pentecoste”, deriva dal greco e significa “cinquanta”, un numero questo, che per la tradizione giudaica, rappresentava la festa della Nuova Alleanza, non quella scritta sulle tavole di pietra del Sinai ma quella impressa sulle tavole dei cuori di carne. Per il cristianesimo, invece, diventa l’ingresso dello Spirito Santo nella comunità per la stipulazione di una nuova Alleanza, suggellata dalla presenza del Cristo risorto che si rende vivo attraverso lo Spirito e nella sua parola. La comunità cristiana che nasce dalla Pentecoste deve avere almeno due caratteristiche: da una parte essa è protesa verso il suo Signore: lo Spirito, infatti, aiuta il credente a comprendere sempre più l’imperscrutabile mistero di Dio. Dall’altra, invece, la comunità cristiana unita al Signore attraverso lo Spirito, diventa con Lui un unico corpo di fratelli, capace di mettersi in ascolto della Parola di Dio, la cui voce scuote ogni coscienza e guida l’esistenza umana. Riscopriamo perciò, il dono inestimabile dello Spirito! Una prima strada da percorrere potrebbe essere quella “ecclesiale”: pertanto, invochiamo lo Spirito con maggiore assiduità, ritorniamo alla meditazione frequente della Parola di Dio e alla conoscenza approfondita della liturgia.
Un altro mezzo è quello della riscoperta dei Sacramenti: pensiamo, per esempio, al Battesimo o alla Cresima, il cui emblema è proprio lo Spirito che viene raffigurato attraverso il simbolo del soffio, del respiro, che vuol dire vita e del fuoco che rappresenta la potenza dell’amore. Lo Spirito, infatti, è il principio primo, l’amore che anima tutta la comunità; esso è, infine, l’amore che ci invita a stendere la mano fuori dal nostro recinto, sollevando chi è caduto, accarezzando chi è solo e facendo conoscere così, il precetto fondamentale dell’amore che Gesù ha voluto lasciarci prima di tornare al Padre.
Frà Frisina
foto: artcurel.it

