Le voci di Eduardo, le facce dei Servillo: i 70 anni di un capolavoro del teatro

vocidentroh“Le voci di dentro” riecheggiano grazie a Toni e Peppe Servillo al Teatro Argentina di Roma fino al 15 febbraio 

A quasi settanta anni dall’esordio, ” Le voci di dentro” di Eduardo De Filippo tornano a farsi sentire dal pubblico romano. Dopo un tour di successo in giro per il mondo (Chicago, San Pietroburgo, Parigi, Londra, Madrid) lo spettacolo torna al Teatro Argentina di Roma, fino al 15 febbraio, grazie al premio Oscar Toni Servillo, affiancato da suo fratello, il bravissimo Peppe, e da un nutrito gruppo di attori partenopei.

Una pièce coinvolgente ed emozionante, grazie soprattutto al testo che Eduardo scrisse di getto nel 1948 ma che risulta quanto mai attuale e moderno. Le voci di dentro sono quelle inascoltate e temute daognuno di noi. Quelle che si confondono con i sogni, che rimandano a desideri e pensieri indicibili. Quelle che diventano ipocrite e disincantate quando sono alimentate da una società confusa e contraddittoria. Un testo realistico e visionario, che racconta l’Italia cambiata dopo la guerra: un Paese che nel tentativo di riemergere dalle macerie, sceglie la via semplice della corruzione e dell’arrivismo. La messa in scena di Toni Servillo, fedele all’originale, dimostra la grandezza dell’opera, come tutte le opere di Eduardo in grado di sopravvivere al suo autore e al suo tempo.

Alberto Saporito e suo fratello Carlo di mestiere fanno gli “apparatori” di feste, quelli cioè che mettono a disposizione le sedie alle sagre di paese. I due accusano la famiglia Cimmaruta, vicini di pianerottolo, dell’omicidio dell’amico AnielloAmitrano. Al momento di presentare le prove – una scarpa e una camicia insanguinata – Alberto Saporito, si rende conto che in realtà il fatto se l’è sognato. Ma la sua convinzione vacilla quando i membri della famiglia Cimmaruta cominciano ad accusarsi l’uno l’altro dell’omicidio. Alberto perplesso interroga lo zìNico’, che vive con lui e il fratello, arroccato sul soppalco dell’enorme stanzone-magazzino. Zì Nicòsta tutto il tempo per conto suo, di tanto in tanto si affaccia e sputa. Da anni ha smesso di parlare, perché se l’umanità è sorda, lui può non parlare, si esprime lanciando mortaretti e fuochi d’artificio. Personaggio emblema della saggezza, in mezzo a un continuo schiamazzo e un inutile vociare, zì Nicò parla solo quando sta per morire chiedendo “Per favore, un poco di pace”.

Toni Servillo, probabilmente il più grande attore italiano contemporaneo, è impeccabile tanto nell’interpretazione quanto nella regia. Le scenografie sono di Lino Fiorito, che allestisce un palco essenziale, scarno quasi, senza sipario, solo una credenza in fondo, un tavolo e due sedie. Le luci di Cesare Accetta completano il quadro. Un plauso merita anche tutta la compagnia: dalla giovane Chiara Baffi a Gigio Morra, da Betti Pedrazzi a – ovviamente – Peppe Servillo. Non stupisce la sua disinvoltura sul palco se lo si ricorda come interprete delle canzoni degli Avion Travel, ma nei panni di Carlo Saporito, con quelle movenze, le espressioni e il modo di gesticolare proprio dei grandi caratteristi napoletani, Peppe dimostra di essere un talentuoso attore al pari di suo fratello. “Le voci di dentro” alla fine è un omaggio sincero, prezioso e rispettoso che Servillo fa a Eduardo, regalando a noi spettatori una delle opere più belle del grande commediografo napoletano, con l’augurio, come ama dire, che “il teatro sia sempre una festa di sensi e di intelligenza”.

di Patrizia Angona 

info: teatrodiroma.net

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