
La Parola di Dio proposta nella liturgia di questa domenica ci porta a riflettere su un aspetto importante della fede: l’amore di Dio non è esclusivo ma è per ogni uomo. Una certezza questa, già annunziata prima di Gesù Cristo ed attestata dal Signore stesso quando si rivela attraverso la voce del profeta Isaia: il Signore “li condurrà sul suo santo monte e li colmerà di gioia nella sua casa di preghiera. I loro olocausti e i loro sacrifici saranno graditi e la sua casa sarà chiamata casa di preghiera per tutti i popoli” (Is 56, 7). Tale messaggio non è rivolto solo agli Ebrei, popolo eletto per eccellenza, ma è anche per gli stranieri, per i popoli pagani che, abbandonando le loro credenze, hanno aderito alla fede nell’unico Signore e Creatore. Una donna cananea e, quindi, una straniera è la protagonista della pagina evangelica di oggi (Mt 15, 21-28). Il fatto è di per sé molto interessante, se si considera, da un lato, quanto fosse irrilevante il ruolo sociale delle donne nell’antico Israele, e dall’altro, come la dimensione rigidamente nazionalistica degli ebrei, faceva di Dio una “esclusiva proprietà” del popolo eletto, dal cui recinto gli altri popoli e le altre nazioni non potevano assolutamente rientrare. Il racconto del Vangelo è ambientato – diremmo – “all’estero”, nel territorio di Tiro e di Sidone, regioni dell’attuale Libano meridionale, quindi, fuori dai confini ebraici; una donna, nativa del posto e che sicuramente aveva sentito parlare di Gesù e dei suoi miracoli, invoca il Maestro per la guarigione di sua figlia, gravemente malata (Mt 15, 22). Ma Gesù ci sorprende: sembra, infatti, che non le presti nemmeno ascolto; la tenacia e l’impertinente insistenza della donna bussano con insistenza al cuore di Gesù tanto da irritare anche la sensibilità dei discepoli lì presenti che, per togliersela di torno, supplicano il Maestro: “Esaudiscila, perché ci viene dietro gridando!” (Mt 15,23). Una scena drammatica e struggente. Ci commuove certamente l’amore di questa povera madre che, scorgendo per la figlia la possibilità di poter ottenere il dono della salute, non demorde prima di averla ottenuta completamente; ma questi sentimenti, invece, sembrano non commuovere affatto Gesù che ai suoi apostoli risponde di doversi occupare solo delle “pecore perdute della casa d’Israele” (Mt 15, 24), e alla donna sottolinea il fatto che “non è bene prendere il pane dei figli per gettarlo ai cagnolini” (Mt 15, 26). Un Gesù che forse non riconosceremmo, insolito, quasi indifferente. Attraverso questo duplice rimando al mondo animale (le pecore perdute e i cagnolini), Gesù vuole sottolineare un aspetto storico che all’epoca riguardava la divisione tra i pagani (i cagnolini) e il popolo d’Israele, composto dalle pecore di cui Dio sempre si prende cura. Ma l’insensibilità di Gesù – e lo si capisce dall’esito positivo della vicenda – è solo apparente, motivata forse solo dal fatto di voler portare la povera mamma a manifestare appieno la fede nel Maestro. Infatti, la donna lo fa e, quasi come in un colpo di scena, aggiunge brillantemente: “È vero, Signore; però i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni” (Mt 15, 27). A questo punto Gesù si arrende ed elogia la sua grande fede: “Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri” (Mt 15,28). Non è la prima volta che Gesù avalli la richiesta di qualcuno che non è ebreo; ricordiamo che un episodio simile si racconta in merito alla vicenda del centurione romano, della donna samaritana, di un lebbroso. Inoltre, comanda ai suoi apostoli di andare in tutto il mondo e fare suoi discepoli tutte le nazioni. Tutto questo ci insegna che la salvezza portata da Gesù non ha alcun confine, non guarda le razze, né le culture, né il sesso, né il colore della pelle; tutti gli esseri umani, creati a immagine e somiglianza di Dio, sono le sue pecorelle, amate e privilegiate nella loro singolarità. Questa verità era stata già proclamata nell’Antico Testamento per bocca di Isaia: “Gli stranieri, che hanno aderito al Signore per servirlo e amarlo, li condurrò sul mio monte santo; la mia casa si chiamerà casa di preghiera per tutti i popoli” (Is 56, 6-7). Nonostante tutto, i nostri fratelli ebrei fanno difficoltà a comprendere questa verità; la loro visione nazionalistica della fede, già all’epoca di Gesù, era così radicata che anche gli apostoli, nonostante i molteplici ed espliciti inviti di Gesù, stentarono ad abbandonarla; infatti, è giunta fino a noi la famosa questione sorta nei primi anni di vita della Chiesa e cioè, se essa dovesse o no accogliere i non credenti, i pagani. Il corso delle vicende sanò questo disagio e così Pietro potè battezzare Cornelio il centurione e Paolo fu definito “Apostolo delle genti”, cioè dei non ebrei e ciò egli stesso lo afferma anche nella seconda lettura di oggi: “A voi, genti, ecco che cosa dico: come apostolo delle genti, io faccio onore al mio ministero” (Rm 11,13). Cari fratelli e sorelle, in questa Domenica il Signore ha parlato: ciascuno di noi può affidarsi a Lui con fede, soprattutto nelle difficoltà. Ecco un altro messaggio di speranza che dobbiamo accogliere gioiosamente dalla Parola di Dio. Ci illumini l’esempio di questa mamma cananea, che ha avuto il privilegio di essere menzionata anche nel vangelo. Pensiamo a ciò che passa nel cuore di tante mamme provate che hanno figli ammalati o in pericolo di vita! Se fatta con fede, quale preghiera, quale grido, quale insistenza il Signore non potrà esaudire? Bisogna imparare a chiedere con fede, con perseveranza, con profonda fiducia. Nel vangelo si accenna a briciole e Gesù ci dice che anche una briciola di fede può spostare le montagne, può commuovere il cuore di Dio; e a Dio nulla è impossibile!
Frà Frisina

