In queste ore il Presidente del Consiglio Enrico Letta, al termine di un Consiglio dei Ministri “generosamente” già fissato, si sta recando al Quirinale per rassegnare le proprie dimissioni nelle mani del Capo dello Stato.
Non vi è stato alcuno sfiduciamento parlamentare; si tratta dell’epilogo di una contesa tra leadership che si fatica a non ridurre a competizione individuale (addirittura di campanile tra Pisa e Firenze) e che scavalca e mortifica un sempre più delegittimato Parlamento.
Per coloro i quali ancora credono che la Carta Costituzionale debba rappresentare il faro della vita politica ed istituzionale di questo paese, originariamente una repubblica parlamentare, la fine di questa esperienza di governo assume i connotati di un superamento di fatto, l’ennesimo, delle previsioni costituzionali; segnatamente in tema di crisi di governo.
La Direzione del principale partito di Governo, lo stesso cui appartiene il dimissionario Presidente del Consiglio, ha approvato a larga maggioranza una mozione del suo Presidente, Matteo Renzi, che, dopo averlo ringraziato per l’impegno profuso, ha chiesto ad Enrico Letta di farsi da parte per lasciare il posto ad un altro esecutivo, sostenuto, teoricamente, dalla medesima maggioranza e diretto, sembrerebbe perfino scontato, dallo stesso Renzi.
I segnali giunti in questi giorni dal Colle, gli incontri riservati, le cene con i leader di partito, hanno preparato il terreno a questo preoccupante epilogo governativo. Nessuna consultazione elettorale successiva alla perdita della fiducia parlamentare, come prevede il dettato costituzionale, bensì un diretto conferimento dell’incarico di formare il Governo che consolida l’irrituale prassi che, stiamo apprendendo in questi giorni, il Presidente Napolitano ha instaurato dall’estate 2011.
Non si tratta più neppure di una “costituzione materiale” che, in via di fatto, si sostituisce, a poco a poco, in maniera “fisiologica”, alla Costituzione formale, si tratta in realtà di comportamenti e metodi di intervento, del Presidente della Repubblica, che in maniera del tutto irrituale, forte anche delle ragioni che hanno condotto alla sua ri-elezione, la sconfitta della politica e la perdita di credibilità della classe politica italiana, ha assunto viepiù prerogative maggiormente consone ad una Repubblica semi-presidenziale.
Da Monti a Renzi passando per Letta, l’investitura popolare ha ceduto il passo ad un procedimento di selezione e legittimazione dell’organo di governo e dei suoi membri che li allontana pericolosamente dai fondanti principi della rappresentanza elettorale e della responsabilità politica.
Intendiamoci, non che un Presidente della Repubblica, anche prevenendo i tempi “tecnici” della prassi costituzionale, non abbia il sacrosanto diritto-dovere di relazionarsi agli opportuni livelli anche per prevenire l’insorgere di crisi o accelerarne il decorso, tuttavia deve avere la sensibilità politica di riconoscere i limiti costituzionali dei propri poteri e delle proprie prerogative.
Si è evocato e si evoca, spesso a sproposito in ragione di quanto sta avvenendo, il “golpe” e la necessità di mettere in stato d’accusa il Presidente della Repubblica; non siamo evidentemente in quelle specifiche e ben definite circostanze, ma è bene rimarcare che, soprattutto alla luce dei tutto sommato modesti (quando non negativi) risultati ottenuti (spesso a discapito delle classi sociali più deboli) dagli ultimi governi, certe deroghe ai fondamentali principi costituzionali, in primis la convocazione dei comizi elettorali ove ne ricorrano le condizioni, possono essere solo tollerate per ragioni di necessità ed urgenza, ma mai giustificate a prescindere da tali circostanze.
Non c’è dubbio che il Presidente Napolitano, in particolare nel corso del suo primo mandato, sia stato un fondamentale pilastro per la tenuta del nostro paese in anni di durissima crisi economica e politica. L’auspicio è che ora, avallando nella sostanza gli esiti delle dinamiche conflittuali interne al PD, abbia comunque inteso, genuinamente e responsabilmente, evitare al paese altri dilanianti conflitti e perdite di tempo e di opportunità di ripresa e, se deciderà di gestire questa crisi al di fuori del Parlamento, lo avrà fatto nell’interesse primario della Nazione. In dubbio “pro reo”.
di Marco Bartolomei
foto: statoquotidiano.it

