
Per “tormentone estivo” si intendono quei brani che manifestano le seguenti qualità: sono brevi, facili da memorizzare, dirompenti durante l’estate, hanno testi per lo più spensierati e riferimenti all’amore e al mare. Queste caratteristiche si ritrovano nella musica italiana almeno da Abbronzatissima di Edoardo Vianello (1963), susseguendosi fra cantautori, stili e anche lingue diverse. Il termine “tormentone” è incisivo perché denota come questi brani siano martellanti fino a diventare fastidiosi perché vengono proposti più e più volte da diversi media e in disparati contesti: in radio, in tv, nei supermercati, nelle spiagge, nei club, nelle serate con dj. A volte ciò avviene per ragioni guidate dal marketing: un brano di un autore viene promosso commercialmente in diverse piattaforme per entrare nel loop del “la gente lo conosce, perciò piace, quindi vende”. A volte è invece la coda di una canzone diventata già famosa per altri motivi; per esempio, a seguito della partecipazione del Festival di San Remo, dell’Eurovision, o del Festivalbar.
La viralità e la musica nel quotidiano
Il tormentone estivo è la musica virale per eccellenza: ci si ritrova ad ascoltarla ovunque (nolenti o volenti) e si finisce per conoscere almeno qualche parola delle strofe o del motivo musicale. I social però hanno cambiato le carte in tavola ampliando il pubblico e nel contempo restringendolo. Tik-Tok, Facebook, Instagram, propongono all’utente contenuti già vicini alle sue abitudini di consumo. Una persona può avere a disposizione qualsiasi tipo di forma di intrattenimento ma se gli interessano (per esempio) solo cuccioli di ippopotamo, la piattaforma tenderà a proporgli quel tipo di elementi. Su questa premessa è difficile per una casa discografica legare una musica a una proposta distributiva poiché il consumatore ultimo è più difficile da intercettare.
Inoltre, Tik-Tok e Instagram hanno la possibilità di suggerire al creatore di contenuti una musica da utilizzare che aiuti da diffusione del contenuto stesso: un brano già famoso, già virale, che si tende a utilizzare per la regola di aggregazione del consumo qui sopra accennata.
In questo contesto alcune musiche diventano casualmente virali senza che ci sia una campagna coordinata che ne aiuti la diffusione. Non solo. I brani acquisiranno una nuova vita venendo modulati digitalmente nelle forme più varie: rallentati di tempo, ampliati nel riverbero, riproposti in uno stile diverso. La cosa interessante è che, proprio come i tormentoni, non si tratta di offrire e riconoscere un brano intero ma solo una sua minima porzione che viene utilizzata ancora e ancora. Alcuni esempi: l’inizio di Let Me Know di Tamr Braxton, le prime note di Want to love (Just Raw) di Aloboi, la ripresa di Sonne dei Rammstein, il ritornello di Still Don’t Know my Name di Labrinth, l’introduzione di Hide di Dorian Concept.
Favorire la musica per i meme
Una volta compresa la dinamica dei social, cioè l’utilizzo di una parcella di un brano col fine di didascalico accompagnamento a un contenuto, molti autori cercano di elaborare i loro lavori in vista di quella finalità. Cercano di inserire il motivo più d’impatto, più memorabile, all’inizio di una canzone, sperando che venga subito recepito dagli utenti e poi legato a quanti più video possibili. Si cerca di ottimizzare il contenuto rendendolo più breve a livello di tempistiche e più facile a livello di testo: poche parole che possano adattarsi facilmente a quanti più materiali. Se un pezzo diventa il sottofondo standard di un alto agglomerato di post (soprattutto se meme divertenti) allora ne viene assicurata la viralità.
La fine della musica colta
C’è chi ipotizza l’oblio musicale dell’individuo, soggetto solo a forme di ascolto distratto di elementi facili e ripetuti e che a ciò seguirà l’inesorabile decadimento dei brani d’opera, della musica colta e di stili complessi come il jazz e il progressive. In realtà, sarebbe sbagliato pensarla così, poiché i social sono un mezzo e non un fine e possono dare un supporto ad autori e band emergenti che non potrebbero farsi conoscere altrimenti. Se da una parte è vero che è più complicato far veicolare brani di spessore, dall’altra parte proporre subito il pezzetto più d’impatto potrebbe stimolare verso il recupero di tutta la canzone. Anche se vi sono brani che non possono essere ridotti a pochi secondi estrapolati: il finale dell’Ottava Sinfonia di Mahler, ad esempio, non può essere davvero apprezzato se prima non si introietta il lento e simbolico crescente che porta all’aprirsi delle porte del paradiso; l’esplodere delle campane alla conclusione di Tubular Bells di Mike Olfield ha senso solo nella costruzione di tutti i venti minuti precedenti; A Night in Tunisia nella versione di Parker è all’apice della musica jazzistica, difficilmente riassumibile in poche note; Smisurata Preghiera di De Andrè è un muro testuale che si sormonta solo prendendolo nella sua interezza.
E no, non sarà la fine di questi brani anche perché gli ascoltatori che stanno su Instagram sono gli stessi che riscoprono i concerti dal vivo.
Foto di Kirill Foto da Pixabay
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