Il dramma del cuore, a volte, non riflette ciò che esprimiamo con gesti e parole

carezze

“Tu sei il mio rifugio, mi liberi dall’angoscia” (Sal 31). La preghiera del Salmo responsoriale è il grido di speranza, carissimi fratelli e sorelle, che ciascuno di noi innalza a Dio soprattutto nel momento della sofferenza e della prova. Chi di noi, almeno una volta nella vita, non ha vissuto questi momenti oppure non ha mai gridato: “Signore salvami, Signore mi affido a te?” Anche noi, quindi, oppressi nella morsa della sofferenza, ci troviamo a vestire i panni del lebbroso. Mi riferisco al protagonista della pagina evangelica di oggi (Mc 1,40-45) che avvicinandosi a Gesù e piegando le ginocchia, implora la desiderata guarigione: “Se vuoi, puoi purificarmi!”. Gesù, commosso, stese la mano, lo toccò e gli disse: “Lo voglio, sii purificato!”.

In quello stesso istante l’ammalato guarì e Gesù, ammonendolo severamente di non rivelare a nessuno il fatto, lo esortò a presentarsi ai sacerdoti per offrire, secondo la legge mosaica, il sacrificio prescritto. Ma quell’uomo, ricevuta la guarigione, proclamò a tutti ciò che gli era accaduto. La missione del Figlio di Dio, a questo punto, è seriamente minacciata. Da quel momento, infatti, erano tantissimi i malati che accorrevano da Gesù per farsi guarire, così tanti che costrinsero il Maestro a non entrare più nelle città ma a rimanere nelle periferie. Gesù non vuole essere assediato dalla gente, né vuole creare una falsa immagine di sé: Egli non è il santone di turno, nè il guaritore magico dei nostri malanni.

Non vuole che nella mentalità delle folle si insinui la facile tentazione di seguire un dispensatore gratuito di miracoli. Ma ritorniamo al commento del brano. Come si può notare, il lebbroso del Vangelo non ha né un nome né un volto. L’intenzione dell’evangelista è molto chiara: l’uomo affetto dalla lebbra rappresenta certamente ogni creatura, soprattutto coloro che si barricano nel silenzio della depressione, nel buio dell’introversione, nella spirale della violenza. Quel lebbroso, che per i sacerdoti era “un caso” come tanti altri e per gli scribi “un teorema” da dimostrare, per Gesù, invece, rappresenta una persona da amare, la cui malattia evoca un solo gesto, quello del movimento della mano di Gesù, mirato a toccare il male e a guarirlo definitivamente. Come quella del lebbroso, anche la nostra guarigione inizia quando un fratello, tendendoci la sua mano, chiede di condividere con noi un triste accadimento.

Gesù vuole fare lo stesso: Egli prima si affianca, poi ci parla da vicino e senza alcun timore, infine, comincia a toccare con amore la nostra vulnerabilità per guarirla. Il dolore dell’uomo, infatti, anche quello più crudele, non domanda spiegazioni ma solo partecipazione. Gesù, quindi, dice al lebbroso: “Sii purificato!”. La prima lettura di questa domenica (Lv 13, 1-2.45-46) rivela con estrema chiarezza che nell’antico Israele i colpiti dalla lebbra dovevano vivere ai margini della città: “se ne starà solo, abiterà fuori dell’accampamento, gridando sono impuro!”.

Nelle prescrizioni della legge di Mosè la lebbra era considerata non solo una malattia ma anche la forma più grave di impurità; diagnosticarla era compito dei sacerdoti, assieme a quello di dichiarare pubblicamente l’impurità del malato. Si può affermare perciò che tale malattia era una forma di morte religiosa e civile, e la sua eventuale guarigione, quindi, una sorta di rinascita. Ma la lebbra, carissimi, è pure un simbolo che richiama una malattia ancor più devastante, quella del peccato, i cui effetti ci parlano di impurità del cuore e di lontananza da Dio. Non è la malattia della lebbra, come faceva credere la legge mosaica, a separarci da Dio ma il male spirituale e morale della società. Il termine “peccato” oggi non viene più utilizzato, ne abbiamo smarrito il senso.

Il catechismo, tuttavia, ha sempre insegnato che è il peccato ad allontanarci da Dio e che se non viene confessato produce la morte dell’anima. Il miracolo narrato nell’odierna pagina evangelica, allora, riveste una forte valenza simbolica. Gesù è il Servo del Signore, come predisse Isaia, Colui che “si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori” (Is 53,4). Il riferimento del Profeta indica il Golgota. Nella sua passione, infatti, anche Gesù diventerà come un lebbroso, reso impuro dai nostri peccati, separato da Dio e dagli uomini.

La croce di Cristo – ricordate? – fu piantata fuori dalla città, in uno spazio della periferia di Gerusalemme. Gesù è lebbroso per amore e muore perché tutti possano ottenere la riconciliazione con Dio, il perdono dei peccati e la salvezza eterna. Gioia questa, che possiamo assaporare già qui, attraverso il Sacramento della Penitenza. La Confessione, infatti, ci restituisce la comunione con Dio e con i fratelli, ci dona il suo amore, la sua gioia e la sua pace. Riscopriamo, quindi, il valore salvifico dei Sacramenti che Gesù stesso ha voluto lasciarci come preziosa eredità.

Fede e vita, uniti inscindibilmente, sono oggi il futuro di quel cristianesimo tanto attaccato, perseguitato e puntato da telecamere sotto implacabili riflettori, la cui luce abbagliante provoca solo irritazioni. Rientriamo alle nostre occupazioni trasformati! Come il lebbroso, impariamo ad inginocchiarci, riscoprendo la preghiera come cibo per la nostra vita spirituale. Invochiamo anche Maria, Colei che Dio ha voluto senza peccato, perché ci aiuti nella lotta contro il peccato, ma soprattutto ci dia la grazia di testimoniare un cristianesimo autenticamente vissuto e creduto.

Frà Frisina

foto: http://blog.libero.it/

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