Cristiani: testimoni di fede saggi e generosi

Con voce di giubilo date il grande annunzio: il Signore ha liberato il suo popolo” (Is 48,20). Le parole di Isaia intrise di genuina gioia aprono la VI Domenica di Pasqua. L’odierna liturgia vuole introdurci subito a vivere “con gioia” il mistero dell’Ascensione e della Pentecoste, ultime tappe dell’itinerario pasquale che si concluderà nelle prossime domeniche. Radunati, quindi, per ascoltare la voce del Signore predisponiamoci ad accogliere nel nostro “terreno buono” il suo seme, Parola che purifica, vivifica e salva. La Prima Lettura di questa Domenica ci propone la missione del diacono Filippo svolta in terra di Samaria (At 8, 5-8; 14-17). Risaltano immediatamente le parole: “E vi fu grande gioia in quella città” (At 8,8). L’autore degli Atti degli Apostoli intende evidenziare questo stato d’animo perché fino a qualche tempo prima, proprio in Samaria, si verificò la prima persecuzione contro la Chiesa, aspra, violentissima (At 8,1). Per sfuggire a tanto sangue tutti i discepoli, tranne gli Apostoli, abbandonarono Gerusalemme e si dispersero nelle immediate vicinanze. Anche il diacono Filippo scappò e nella città che lo accolse accadde qualcosa di veramente straordinario: gli abitanti di quella località, infatti, accolsero unanimi la predicazione di Filippo e, proprio grazie alla loro adesione al Vangelo, il diacono poté operare in quella città la guarigione di molti malati. Proprio in quella città, tradizionalmente disprezzata dai Giudei, l’annuncio di Cristo aprì alla gioia il cuore dei suoi abitanti; ecco perché l’autore degli Atti scrive che “in quella città vi fu grande gioia”. E la stessa gioia deve avvolgere anche noi se pensiamo che da un avvenimento doloroso, quale può essere una persecuzione, Dio può far nascere misteriosamente un nuovo impulso alla diffusione del Vangelo. Cari fratelli e sorelle, questa è anche la nostra missione: portare il Vangelo in ogni luogo perché tutti possano sperimentare la gioia di Cristo che, ci auguriamo, possa presto invadere ogni nostra città. Annunciare e testimoniare la gioia, quindi, è la sintesi di tutta la missione cristiana e Paolo lo aveva ben compreso quando definisce i cristiani “servitori della gioia” (cfr 2 Cor 1, 24). Per incarnare questa peculiare caratteristica bisogna che il fuoco del Vangelo bruci fortemente dentro di noi; solo così potremo essere portatori di questa gioia, contagiando tutti, specialmente coloro che sono sempre tristi e sfiduciati. Alla mensa del Signore non c’è posto nè per la tristezza, né per lo sconforto! È Gesù stesso che ce lo dice nel Vangelo di questa Domenica (Gv 14, 15-21). “Io pregherò il Padre ed Egli vi darà un altro Paraclito” (Gv 14, 16). “Paraclito” è un termine che deriva dalla lingua greca e che nel corrispettivo latino possiamo tradurre con il termine “ad-vocatus” cioè, “avvocato difensore”. Gesù, quindi, promette di pregare il Padre affinchè possa inviare un “altro uguale” a Lui, uguale al Figlio. Il primo Paraclito, infatti, è Gesù stesso, venuto nel mondo per difenderci dall’accusatore per eccellenza, che è satana. L’altro Paraclito, invece, è lo Spirito Santo, inviato ai credenti nel giorno della Pentecoste perché abiti sempre nel cuore degli uomini. Tramite il Figlio e lo Spirito Santo, il Padre, attraverso una relazione intima di amore reciproco, prende dimora nel cuore dell’uomo abilitandolo ad essere missionario del Vangelo e nobilitando la sua dignità di figlio di Dio. Dice Gesù: “Io sono nel Padre e voi in me e io in voi” (Gv 14,20). Questa comunione trinitaria prende vita nell’uomo ad una sola condizione, dettata da Gesù stesso: “Se mi amate” (Gv 14,15); e più avanti lo spiega meglio: “Chi mi ama sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui” (Gv 14,21). Senza l’amore per Gesù l’uomo perde la capacità di ricevere Dio, di comunicare Dio e di relazionarsi con Dio. “Se mi amate” (Gv 14, 15). Cari fratelli e sorelle, queste parole di Gesù, pronunciate nell’Ultima Cena, pur rivolte agli Apostoli, esse posso essere indirizzate anche a noi, che nel corso del tempo e della storia rappresentiamo indegnamente l’immagine vivente dei suoi discepoli. Queste parole Gesù le ripete ancora oggi e valgono sempre come invito a vivere con coerenza la vocazione che Dio ci ha affidato all’interno della nostra comunità ecclesiale. La seconda lettura di oggi ci parla in maniera altrettanto eloquente: “Adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi” (1 Pt 3,15). S. Pietro ci esorta a coltivare un rapporto d’amore personale con Cristo, che serva ad illuminare e a purificare tutte le altre relazioni umane e sociali. E qual è la nostra speranza se non Dio solo? Sì, Dio è per noi l’unica speranza! Speranza di vita, per le persone che incontriamo quotidianamente sul nostro cammino; speranza di santità, per tutti noi, per tutta la Chiesa; speranza di fede, per quanti si accostano a noi perché cercatori di verità; speranza di pace e di conforto, per i sofferenti e i feriti dalla vita. Preghiamo tutti insieme perchè Dio, Speranza radicata nella fede, possa diventare sempre più nostro! E perché possiamo esserne sempre testimoni e dispensatori saggi e generosi, dolci e forti, rispettosi e convinti. Ci accompagni in questa missione e ci protegga sempre la Vergine Maria, che vogliamo accogliere nuovamente, come fece l’apostolo Giovanni sotto la Croce, quale Madre della nostra vita, oggi e sempre. Amen.

Fra’ Frisina

Foto: elle16.blog.tiscali.it

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