Ieri notte in un ospedale del viterbese è morto Carmine Schiavone, il primo dei testimone di giustizia a parlare dettagliatamente dei clan dei Casalesi, essendone la mente imprenditoriale. Da tempo viveva in una località protetta nell’alto Lazio, insieme ad un figlio e alla moglie, con una nuova identità e dopo aver concluso il programma di protezione. Dal luglio del 2013, aveva finito di scontare gli arresti domiciliari. Era stato ricoverato dopo una caduta nella sua residenza, che gli aveva provocato la lesione di una vertebra.
Attualmente sono state sequestrate le cartelle cliniche ed è stata disposta l’autopsia, perché l’ipotesi dell’infarto non è certa, mentre si sa che l’intervento chirurgico ha avuto esito positivo. Grazie alle sue dichiarazione la magistratura italiana è riuscita a scandagliare dall’interno una delle organizzazioni criminali più pericolose del nostro Paese, ovvero la Camorra e le sue deposizioni sono state determinanti per il maxiblitz che portò a 136 arresti di affiliati al clan, operazione da cui derivò il processo “Spartacus”.
Ricordiamo che il processo portò alla condanna del cugino Francesco Schiavone detto Sandokan, Michele Zagaria e Francesco Bidognetti, ritenuti la cupola del clan. Con loro furono condannate altre 30 persone.
Nel 2013 Schiavone aveva rilasciato alcune interviste in cui per la prima volta pubblicamente, ricostruiva gli accordi tra clan dei Casalesi e pezzi della politica e dell’imprenditoria per lo sversamento illegale di rifiuti pericolosi in Campania. Notizie che aveva parzialmente fornito all’autorità giudiziaria tra il 1993 ed il 1997.
A descriverlo con meticolosità è il magistrato Federico Cafiero de Raho , attualmente procuratore di Reggio Calabria, che ne ha seguito l’intero percorso, da pubblico ministero prima – in un arco di tempo che va dal 1993 al 2005 – e poi per oltre quattro anni in veste di coordinatore della Direzione distrettuale antimafia di Napoli.
“Schiavone è stato il primo collaboratore di giustizia che ha parlato del clan dei Casalesi descrivendolo per ciò che realmente esso era. Il primo ad avere aperto una breccia nel muro di un’omertà profonda. Fino a quel momento nessuno si era effettivamente reso conto di quale fosse la reale forza di questa organizzazione criminale: nessuno – mi riferisco all’autorità giudiziaria e alle forze dell’ordine – poteva immaginare che si trattasse di una cosca capace di controllare una parte importante dell’economia e di influenzare contemporaneamente anche la politica. Intuimmo subito la portata delle sue dichiarazioni. Via via che si andava avanti nella verbalizzazione di ciò che diceva veniva alla luce uno spaccato drammatico che descriveva il tasso di inquinamento di un’intera provincia. Inquinamento sia ambientale che morale: capace di avvelenare interi territori e di condizionare la gestione delle pubbliche amministrazioni e delle stesse competizioni elettorali. Schiavone ci descrisse i meccanismi di una camorra interamente padrona del territorio e dell’economia, controllati con modalità di intervento del tutto inedite: cioè attraverso il sistema dei consorzi con i quali si effettuava anche la distribuzione del calcestruzzo”.
Schiavone successivamente fu sentito dalla Commissione parlamentare sulle ecomafie, presieduta da Massimo Scalia, nell’ottobre del 1997 ma ecco cosa si legge nel verbale.
“All’epoca tenevo ancora il relativo registro in cui figurava che per l’immondizia entravano 100 milioni al mese, mentre poi mi sono reso conto che in realtà il profitto era di almeno 600/700 milioni al mese. Dalla Germania arrivavano camion che trasportavano fanghi nucleari. Vi erano fusti che contenevano tuolene, ovvero rifiuti provenienti da fabbriche della zona di Arezzo: si trattava di residui di pitture. Venivano da Massa Carrara, da Genova, da La Spezia, da Milano. So che da quest’ultima c’erano delle grosse società che raccoglievano rifiuti, anche dall’estero, rifiuti che poi venivano smaltiti al Sud”.
Schiavone disse che si trattava di un sistema talmente collaudato che veniva applicato anche nelle altre regioni e nessuno teneva conto dei pericoli per salute e ambiente ” So per esperienza che, fino al 1991, per la zona del Sud, fino alle Puglie, era tutta infettata da rifiuti tossici provenienti da tutta Europa e non solo dall’Italia”.
Fu sempre l’ex boss a fornire tutte le targhe degli automezzi ed i nomi dei corrieri i cui verbali furono poi desecretati nel 2013.
Indicò inoltre le località del casertano in cui vennero riversati i rifiuti radioattivi, tra cui Casasepenna, Casal di Principe, Castel Volturno.
Nel business del traffico dei rifiuti, disse il collaboratore, erano coinvolte mafia, ‘ndrangheta e Sacra Corona Unita e fu merito suo se oggi conosciamo i nomi dei responsabili del traffico di rifiuti e delle navi dei veleni che trasportavano scorie nucleari poi abbandonate sulle coste tra Calabria e Campania.
L’uomo infine indicò la discarica di Borgo Montello, vicino Roma come uno dei luoghi degli sversamenti di scorie pericolose da parte del cartello dei Casalesi.
di Simona Mazza

