Figli di Internet

figli di internet

Alan Sorrenti cantava: «Siamo figli delle stelle». Oggi, parafrasando quel verso, potremmo dire che siamo figli di Internet. La vicenda del tredicenne che ha aggredito la sua docente e ha diffuso il video online impone una riflessione che va oltre la cronaca e tocca la crescita, il bisogno di visibilità, l’educazione e il rapporto sempre più incerto con la realtà.

Episodio sconvolgente

La cronaca di questi giorni ci consegna un episodio sconvolgente, avvenuto a Trescore Balneario, in provincia di Bergamo. Un ragazzo di tredici anni ha accoltellato la sua insegnante di francese all’interno della scuola, ma a colpire quasi quanto l’aggressione è il modo in cui quel gesto è stato preparato. La video ripresa pensata in anticipo, il telefono fissato al corpo con un’imbracatura, i pantaloni mimetici, la maglietta con la scritta “vendetta”, i messaggi diffusi su Telegram per spiegare le proprie ragioni, la lucidità con cui il ragazzo sembra misurare perfino le conseguenze giudiziarie legate alla sua età: tutto ha preso forma dentro una regia, quasi che il gesto potesse trovare il suo compimento nella diffusione pubblica. 

Per questo il caso, senza scivolare nel qualunquismo o nella banalità, obbliga a chiedersi quale peso abbia oggi Internet nell’immaginario di una parte degli adolescenti e nel loro modo di vivere il conflitto, il risentimento e il desiderio di lasciare un segno.

Visibilità e smarrimento

Per i più giovani Internet è più di un semplice dispositivo. È uno spazio in cui si cresce, si fa ricerca, si osservano comportamenti, si imitano modelli, si assorbono linguaggi, si costruisce una forma pubblica del proprio io. In questo ambiente l’esperienza tende a contare soprattutto quando può essere esibita, commentata oppure rilanciata. Ed è qui che il confine tra ciò che si vive e ciò che si rappresenta comincia a indebolirsi.

Per un adolescente questo passaggio è ancora più delicato, perché coincide con un’età in cui il giudizio degli altri pesa enormemente. Il bisogno di conferma, che è naturale in ogni fase della crescita, trova infatti nella rete un moltiplicatore costante. Allora la vecchia formula dei “quindici minuti di celebrità”, di Andy Warhol, entrata ormai nel senso comune, sembra farsi improvvisamente concreta. Per molti ragazzi l’idea di occupare il centro della scena appare vicina, realizzabile, quasi normale. Ma è proprio qui che sorge il problema: tutto sembra possibile nell’immediato, ma quasi nulla riesce a durare nel tempo.

Il bisogno di riconoscimento

Alla base di tutto resta un’esigenza antica. Molti ragazzi vogliono sentirsi al centro dell’attenzione, riconosciuti, presi sul serio. Questa domanda non cambia, a cambiare, semmai, sono i luoghi in cui cercano risposta. Per molto tempo, il primo riscontro è stato la famiglia, poi il gruppo di amici, il quartiere, la scuola, lo sport, l’oratorio, la compagnia quotidiana. Chi è cresciuto negli anni Sessanta e Settanta ricorda pomeriggi passati nei cortili, nei campetti di erba, sui marciapiedi, oppure scorrazzando in bicicletta. C’erano le biglie, le cannucce, il pallone, la nizza, i giochi inventati con quello che si aveva, le gare improvvisate, le zuffe finite poco dopo in un abbraccio. In altre parole, il rapporto con gli altri passava dal corpo, dalla voce, dal contatto diretto, dalla necessità concreta di misurarsi davvero con qualcuno.

Oggi quel primo riscontro, o meglio, il riconoscimento, coincide sempre più spesso con lo schermo, trovando conferma nei numeri di commenti, nelle visualizzazioni e nelle condivisioni. Il punto è che tutti questi dati sembrano dare una prova di esistenza, ma la danno in modo fragile. E quando il bisogno di essere notati si cristallizza nel web, cresce anche il rischio di cercare scorciatoie sempre più forti per attirare attenzione.

La solitudine dentro la connessione

È qui che emerge il paradosso più profondo del presente. Quella che appare come una rete sempre più vasta di contatti, follower, amici virtuali e possibilità di comunicazione finisce spesso per produrre il contrario di ciò che promette. L’aumento delle connessioni non porta con sé, automaticamente, relazioni più solide. L’esposizione continua non garantisce vicinanza reale. La facilità di contatto lascia spesso scoperto proprio ciò che conta di più, vale a dire un ascolto vero, una presenza stabile, un legame capace di reggere il tempo.

Per questo la solitudine di oggi ha un volto diverso da quello di un tempo. Si manifesta anche dentro una presenza continua degli altri, che però resta superficiale se non impersonale. Così, se da un lato ci si scrive in continuazione, ci si mostra molto, si resta raggiungibili a ogni ora, dall’altro lato, quando arriva il momento di confrontarsi con il dolore, con una delusione, con un limite vero, ci si ritrova con pochissimi punti di appoggio certi.

Frustrazione e disagio

Da questa fragilità nasce anche il problema della frustrazione. Crescere significa incontrare attese, imprevisti, rifiuti, correzioni, desideri che trovano un ostacolo. Significa soprattutto imparare a stare dentro la dialettica del reale, che non sempre conferma, accoglie o premia. È in questo attrito con gli altri, con le regole, con il tempo, che si forma una parte decisiva della personalità.

Quando un ragazzo ha accanto adulti capaci di reggere questo passaggio, il disagio trova parole e confini. Quando invece tutto si fa più debole e più disperso, la frustrazione cresce senza argini e il risentimento cerca una via rapida, estrema, spettacolare. In un ambiente dominato dalla comunicazione istantanea anche il conflitto finisce allora per assumere la forma di una scena. La rete, in questo quadro, accelera e rilancia ciò che già si muove in profondità. Molto più faticoso diventa il lavoro lento dell’elaborazione, molto più difficile la capacità di restare dentro ciò che ferisce senza esplodere.

Famiglia, tempo ed educazione

Qui entra in gioco la famiglia, che resta il primo luogo in cui un ragazzo impara il limite, la parola, il conflitto, la misura. Oggi, però, il tempo familiare vive una compressione continua. Gli adulti lavorano molto, rincorrono impegni, affrontano stanchezze, preoccupazioni economiche e mille altri problemi quotidiani. Il dialogo e l’ascolto finiscono dunque per ridursi e anche la gestione educativa si fa più fragile.

In questo spazio ristretto, lo smartphone, una sorta di “copertina di Linus”, entra con estrema facilità. Riempie i vuoti, intrattiene, calma, distrae, semplifica la gestione quotidiana. Viene consegnato presto e accompagna l’infanzia e la preadolescenza molto prima che si formi una vera capacità di orientarsi. 

La scuola e le responsabilità 

Il discorso arriva così naturalmente alla scuola, che il protagonista del terribile evento di cronaca, nei suoi messaggi, chiama in causa come luogo che lo avrebbe lasciato indietro o comunque non avrebbe saputo vedere fino in fondo il suo disagio. Questa accusa, anche quando nasce da una percezione distorta, apre una questione seria. La scuola rappresenta un presidio essenziale: vede ogni giorno ragazzi fragili, intercetta segnali, raccoglie tensioni, prova a costruire linguaggio, attenzione e misura. Allo stesso tempo, però, riceve sulle proprie spalle una quantità crescente di funzioni che un tempo erano distribuite più ampiamente tra famiglia, comunità, vicinato e luoghi di aggregazione.

Riconoscere i segnali di fragilità è importante, creare spazi di ascolto è necessario, offrire strumenti per leggere il disagio è utile. Eppure l’istituzione scolastica da sola non può assorbire il peso intero di una società che produce adolescenti sempre più esposti, più reattivi, più fragili nella gestione del conflitto. Il compito educativo richiede perciò una responsabilità condivisa, capace di tenere insieme famiglia, scuola e contesto sociale, senza scaricare tutto su un solo presidio.

Cosa abbiamo tralasciato?

Il punto, forse, non è nemmeno Internet in sé. Il punto è ciò che Internet ha occupato. Ha preso spazio dove prima c’erano attese, conversazioni, cortili, noia, contrasti reali, tempo condiviso. Ha riempito vuoti che la famiglia, la scuola e la vita collettiva non sono più riuscite a presidiare con la stessa forza. Per questo motivo crediamo che il problema non si risolva soltanto demonizzando uno strumento, ma chiedendosi che cosa abbiamo lasciato arretrare mentre quello spazio veniva colonizzato.

Foto di natureaddict da Pixabay

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