
La campagna olearia del 2026 è in corso ed i risultati sembrano incoraggianti nonostante la torrida stagione estiva che si è appena conclusa: nel mese di ottobre le rese si stanno attestando intorno all’11%, in media con l’andamento consueto del periodo.
La qualità prima di tutto
Nel comparto oleivicolo del nostro Paese vi è una generale tendenza alla qualità per offrire ai consumatori un prodotto sempre più integro e quindi migliore sotto il profilo organolettico.
Forti investimenti sono stati fatti sulla raccolta, sul trasporto e sulle nuove tecnologie di frangitura delle olive, che si avvalgono in massima parte di apparati di produzione nazionale.
Tutto bene quindi?
Tutt’altro, perché accanto ai risultati indubbiamente positivi di un comparto strategico che ha avuto la capacità di rinnovarsi, permangono tutta una serie di vecchi problemi che l’attuale congiuntura sta esacerbando portando alcuni olivicoltori e alcuni frantoiani al limite della sopravvivenza, con il nostro Sud, che pure vanta vere e proprie eccellenze olivicole, ancora penalizzato.
Proprio in questi giorni infatti le regioni del Sud, guidate da Puglia, Calabria, Campania e Basilicata, hanno aperto un tavolo di crisi straordinario con il MASAF (Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità Alimentare e delle Foreste) e con il MIMIT (Ministero delle Imprese e del Made in Italy).
Raccolta in corso ma magazzini stracolmi
I report mensili sulle giacenze di olio extravergine italiano diffusi dall’ICQRF (Ispettorato centrale della tutela della qualità e repressione frodi dei prodotti agroalimentari) descrivono una realtà allarmante con oltre 82 mila tonnellate, tra silos e prodotto già confezionato, di olio extravergine d’oliva italiano giacente nei magazzini con pesantissime ripercussioni sulla tenuta di un comparto ricco di contraddizioni.
Da un lato, infatti, i soggetti istituzionali si fanno paladini dell’olio extravergine italiano, dall’altro l’industria olearia, che è quella che guida la maggior parte degli acquisti della GDO (Grande Distribuzione Organizzata) che da sola assorbe oltre il 60% dei consumi, tende ad approvvigionarsi all’estero, soprattutto in quei Paesi che beneficiano di accordi commerciali vantaggiosi con il nostro Paese.
Questo genera una pressione ribassista sul prezzo alla fonte delle olive e degli extravergini italiani che mette a repentaglio la stessa sopravvivenza delle aziende mentre permane un’opacità complessiva delle informazioni fornite ai consumatori che penalizza le produzioni di qualità.
Il Centro-nord regge meglio del Sud
Il settore oleario italiano è caratterizzato da una struttura estremamente polverizzata con oltre 620 mila aziende per lo più di piccolissime dimensioni e molto spesso a conduzione familiare.
Questa peculiarità, che è anche frutto della vocazione collinare del nostro extravergine, rappresenta oggi, diversamente dal passato, uno dei motori della qualità dei prodotti nei quale la singola azienda investe, innova e s’identifica.
Per contro sullo stesso nucleo di persone gravano tutti i compiti aziendali compresi quelli della commercializzazione spingendo moltissime aziende, soprattutto del Sud, a conferire direttamente le olive ai frantoi, che si occupano della vendita dello sfuso e si comportano come centrali d’acquisto anticipando imponenti flussi di cassa e accumulando le giacenze con effetti al ribasso sul prezzo delle olive riconosciuto agli olivicoltori.
Un modus operandi che aumenta il divario tra il nostro Sud ed il Centro-nord il quale, secondo Veronica Bertoldo e Enzo Gambin di Olivonews, regge meglio l’impatto della congiuntura grazie al confezionamento da parte dei produttori e alla vendita diretta e presso le aziende agrituristiche che da un lato consentono una maggiore identificazione degli oli extravergini con il proprio territorio, beneficiando anche dell’associazione con altri prodotti tipici, dall’altro ripartiscono il rischio dell’invenduto.
Non si tratta, peraltro, solo di una diversa cultura d’impresa, ma degli effetti dello storico divario tra Sud e Centro-nord in termini di infrastrutture, strumenti a disposizione delle aziende, gestione dei flussi turistici che al Sud si concentrano principalmente sulle coste e nella stagione estiva che tradizionalmente, nell’approssimarsi dell’olio nuovo autunnale, penalizza le vendite di extravergine.
L’olio extravergine d’oliva di qualità non si vende da solo
Negli ultimi anni l’olio extravergine di oliva di qualità è sostanzialmente migliorato, ma questo cambiamento ha portato anche ad una sua trasformazione in termini di gusto con l’accentuazione dei caratteri amaro e piccante che sono l’effetto di una maggiore ricchezza di quei polifenoli che tanti benefici apportano alla nostra salute.
Una trasformazione che ancora moltissimi consumatori non riescono ad apprezzare nei suoi aspetti positivi e per i quali l’«olio del supermercato» non solo è più conveniente, ma paradossalmente è ritenuto più buono perché corrisponde a quello memorizzato in passato anche se di qualità inferiore.
In attesa che i giovanissimi, ai quali si rivolgono le iniziative, soprattutto nel mondo scolastico, di presa di contatto con l’extravergine di qualità diventino gli acquirenti di domani l’assaggio guidato dagli esperti e dai produttori è la strada maestra per moltiplicare il numero dei consumatori consapevoli e tra le iniziative che vanno in questa direzione vale la pena di segnalare Evoluzione, l’evento gratuito ideato e gestito da Simona «Oleonauta» Cognoli e da La Pecora Nera Editore e che il prossimo 15 febbraio celebrerà al MACRO la sua 9a Edizione con banchi di assaggio dei produttori selezionati e masterclass alla portata di tutti.
Un contributo importante può inoltre venire dall’oleoturismo (del quale si è fatta ambasciatrice Fabiola Pulieri e su cui ci siamo intrattenuti anche in questa rubrica) che diversifica l’offerta turistica distribuendola su tutto l’arco dell’anno e porta i consumatori al rapporto diretto e personale con i territori e con i produttori ai quali offre l’occasione di raccontarsi, far assaggiare e vendere i loro extravergini.
È inoltre necessario un sempre maggiore coinvolgimento dei professionisti della ristorazione spingendoli ad un uso costante e consapevole dei nostri extravergini di qualità.
Altre misure sono quelle da tempo richieste dai produttori nei tavoli di crisi.
Su tutte una maggiore trasparenza delle etichette ed un sistema effettivo di tracciabilità dell’olio che consentano ai consumatori di comprendere realmente cosa comprano e, reciprocamente, l’apertura di un tavolo diretto, con il coinvolgimento del MIMIT, con la GDO.
Le difficoltà del comparto olivicolo sono gravi, ma è possibile superarle se almeno per l’olio extravergine d’oliva, che ha fatto la storia millenaria della nostra alimentazione, si andrà tutti, convintamente, nella stessa direzione.
Foto di Leopictures da Pixabay

