L’arte dell’insulto

insulto

Il turpiloquio è un archivio poco rispettabile e molto istruttivo: conserva idee sul corpo, sul sesso, sul rango e sulla reputazione che altrove si presentano in abito migliore. Dai Sumeri ai social, le offese hanno seguito da vicino la storia delle gerarchie

Anche la parolaccia è cultura?

Lucia Cugno, la mia insegnante di latino e greco, ripeteva una frase che attribuiva a Benedetto Croce: «anche la parolaccia è cultura». Non so se Croce l’abbia mai formulata esattamente così; la frase, però, mi è rimasta impressa. E basta seguire all’indietro parole apparentemente elementari come cornuto, villano, cretino o porco perché la boutade acquisti una certa serietà: vi riemergono infatti vecchie idee del matrimonio, differenze di ceto, classificazioni mediche, rapporti fra città e campagna, concezioni del corpo che hanno continuato a vivere nel lessico molto dopo aver cambiato casa nella società. Fatta questa premessa, entriamo nel vivo, partendo da un particolare che ha ispirato le mie riflessioni odierne.

Il volgare italiano comincia piuttosto male

Nella basilica inferiore di San Clemente, a Roma, un affresco della seconda metà dell’XI secolo conserva una delle più antiche testimonianze artistiche del volgare italiano. Il patrizio Sisinnio ordina ai servi di trascinare san Clemente; per effetto del miracolo, però, quelli si affannano intorno a una colonna. Sisinnio perde la pazienza e il muro registra per i posteri un imperativo che di sacro ha ben poco: «Fili de le pute, traite». Figli di puttana, tirate.

La prima lezione sociolinguistica arriva dunque quasi insieme alla prima ingiuria: rango sociale e rango linguistico non coincidono necessariamente, tanto meno quando qualcuno è molto arrabbiato.

Persino insultare conserva una materialità che l’uso corrente ha in parte nascosto. In latino, il termine significava anche saltare sopra, contro, assalire. Cosa che ci fa capire come la sintassi abbia preso il posto delle mani, pur non cancellando le tracce del passaggio.

L’italiano di San Clemente, naturalmente, entra in scena molto tardi. Quando qualcuno pensa finalmente di scrivere un insulto su un muro, l’umanità deve già avere alle spalle una pratica assai lunga.

Prima della scrittura, probabilmente già la lite

Del primo insulto della storia non possediamo né autore né vittima, e difficilmente l’archeologia riuscirà a colmare la lacuna. Nulla vieta però di immaginare un remoto cacciatore paleolitico che, davanti a una lancia lanciata malissimo o a una preda fatta fuggire, abbia trovato il modo di esprimere riserve sulle capacità intellettuali del compagno.

Quando la scrittura ci consente finalmente di origliare, il repertorio è tutt’altro che rudimentale. Nella letteratura sumerica dell’età paleobabilonese compaiono vere composizioni d’invettiva. In una diatriba contro un certo Engar-dug l’avversario è sciocco, millantatore, scimmia, cane, maiale imbrattato di fango.

Il porco dispone quindi di circa quattromila anni di carriera documentata nell’insulto. Per il periodo precedente il curriculum non è pervenuto.

Ma andiamo avanti.

In Grecia l’invettiva acquista una forma

Nella Grecia arcaica l’aggressione verbale entra già nella letteratura. La poesia giambica conosce il psógos, il biasimo, e Archiloco diventa nell’immaginario antico il poeta capace di trasformare l’attacco personale in materia poetica senza attenuarne la violenza.

Ad Atene la commedia porta il procedimento sulla scena pubblica. Aristofane può nominare, deformare e ridicolizzare uomini riconoscibili della città. Nei Cavalieri, Cleone viene sottoposto a una demolizione politica di notevole perseveranza; nelle Nuvole, Socrate esce dalla filosofia per diventare il tipo comico dell’intellettuale astruso, occupato fra speculazioni cosmiche, sofismi e faccende assai meno sublimi.

La lingua di Aristofane passa senza imbarazzo dalla parodia erudita all’oscenità, dal riferimento mitologico alla deformazione del corpo.

Roma, l’oscenità in toga

A Roma l’invettiva attraversa poesia, satira, oratoria e conversazione con una disinvoltura che alcune traduzioni scolastiche hanno a lungo corretto in favore dei lettori più sensibili.

Catullo, Marziale e Giovenale mostrano quanto agevolmente una cultura letteraria altissima possa convivere con un repertorio che alto non è affatto. Corpo e sessualità vi occupano un posto centrale, soprattutto quando è in gioco la virilitas.

Termini come cinaedus o pathicus non possono essere trasferiti senza cautele nelle moderne categorie dell’orientamento sessuale. Nella società romana l’offesa riguarda anche il rango, il dominio di sé, la posizione attiva o passiva, la capacità dell’uomo di governare il proprio corpo. Ciò che accade sul terreno sessuale viene adoperato per giudicare l’intera persona sociale.

Cicerone possiede mezzi differenti. Nelle Filippiche contro Marco Antonio l’aggressione viene costruita con pazienza. Debiti, dissipazione, vino, appetiti e mancanza di autocontrollo finiscono per comporre il ritratto di un uomo incapace di governare se stesso e dunque, nell’argomentazione dell’oratore, manifestamente inadatto a governare la Repubblica.

L’episodio del vomito di Antonio in pubblico dopo un eccesso di vino è esemplare. Il corpo che non sa contenersi diventa prova politica. Cicerone può perfino fare economia di parolacce: dopo una scena simile, lasciare la conclusione al pubblico è retoricamente più redditizio.

Trimalchione, Fortunata e ciò che il denaro non cancella

Con Petronio si cambia ambiente. Dalla tribuna si passa alla sala da pranzo di un liberto arricchito e, nella Cena di Trimalchione, il modo di parlare diventa uno degli indizi più sottili attraverso i quali si misurano educazione, origine e mobilità sociale.

La lite fra Fortunata e Trimalchione è, sotto questo aspetto, quasi perfetta.

Fortunata lo chiama purgamentum, rifiuto, immondizia; dedecus, vergogna; canis, cane. Trimalchione reagisce con il lessico. La definisce ambubaia, termine legato alle suonatrici ambulanti siriache e gravato da un disprezzo insieme sociale e sessuale; poi codex, non mulier, un ceppo, non una donna, oppure matella, cioè un vaso da notte.

Pompei ci restituisce lo stesso mondo senza la mediazione di un narratore. Sui muri compaiono gelosie, vanterie sessuali, inimicizie, giudizi sui vicini, accuse e desideri di varia natura. Il graffitista pompeiano aveva però un vantaggio rispetto all’utente contemporaneo: prima di pubblicare il proprio pensiero doveva almeno uscire di casa.

Il punto in cui fa male

Gli archivi giudiziari medievali permettono di osservare l’ingiuria da un’angolazione diversa. Quando una parola finisce davanti a un giudice, possiamo capire quali accuse una comunità ritenesse sufficientemente gravi da richiedere una riparazione.

Nei registri criminali di Todi della fine del Duecento, le donne sposate sono attaccate soprattutto attraverso la sessualità, l’infedeltà e la prostituzione; gli uomini più frequentemente attraverso nascita illegittima, furto, menzogna, slealtà.

A Savona, nel Trecento, gli atti giudiziari conservano puttane, ruffiani, ladri, bugiardi, cani, ribaldi. E se oggi alcune di queste parole ci fanno sorridere, allora potevano compromettere un bene molto concreto: il buon nome.

Quanto alla letteratura medievale, conferma che l’altezza della forma non garantisce affatto la nobiltà degli argomenti. Nella tenzone fra Dante e Forese Donati, ad esempio, due uomini di grande cultura si scambiano sonetti in cui compaiono povertà, gola, famiglia, virilità e insinuazioni sessuali.

Il problema delle corna

Fra gli insulti rivolti agli uomini, cornuto possiede una longevità davvero notevole.

Il latino cornutus significa provvisto di corna. Più incerta è la storia dell’associazione fra le corna e il partner tradito. Certo è che nel Medioevo il simbolo è già perfettamente comprensibile.

Boccaccio, nella quinta novella della settima giornata del Decameron, può far dire alla moglie di un marito divorato dalla gelosia che, se davvero volesse «porti le corna», riuscirebbe a farlo anche se lui avesse cento occhi. Nessuno ha bisogno di spiegare la metafora.

Accanto a cornuto si trova becco, il maschio della capra, il cui apparato anatomico gli ha procurato una seconda carriera semantica altrettanto poco lusinghiera.

La vera singolarità, però, è sociale. L’atto che produce il disonore sarebbe compiuto dalla donna, mentre l’ingiuria ricade sull’uomo.

Le precedenti occupazioni delle parolacce

Molti insulti hanno avuto, prima di cadere in disgrazia, un’esistenza semantica perfettamente rispettabile.

Villano indicava l’abitante della villa, cioè della campagna. È la lunga superiorità dello sguardo urbano sul contado a trasformare una provenienza in un difetto del carattere.

Idiota risale al greco idiṓtēs, il privato, chi non esercita funzioni pubbliche e, successivamente, il profano, l’inesperto.

Imbecille viene dal latino imbecillis, debole, fiacco. Il difetto, dunque, dalla forza fisica o morale si trasferisce progressivamente all’intelligenza.

Più singolare è la vicenda di cretino. Il francoprovenzale crétin è collegato a chrétien, cristiano, e in origine possiede anche una sfumatura di pietà verso persone affette da gravi deficit, in particolare nelle regioni alpine colpite dal cretinismo endemico dovuto alla carenza di iodio. Una designazione compassionevole passa attraverso la medicina e finisce nell’ingiuria. È difficile immaginare un tradimento semantico più completo.

Chiedo venia

Coglione — e mi scuso naturalmente per la licenza giornalistica — ha una storia più interessante di quanto faccia pensare l’uso quotidiano. In origine indica il testicolo — dal latino tardo coleo, -onis — e con questo significato è attestato già nel Medioevo; nel Cinquecento, però, la parola è già passata a indicare l’uomo sciocco, goffo, poco accorto. Non sappiamo attraverso quale singolo passaggio sia avvenuta la trasformazione, ma il meccanismo è comune al lessico sessuale: il nome di una parte del corpo smette di designare soltanto l’anatomia e finisce per qualificare, in senso spregiativo, la persona intera.

Lo stesso accade con cazzo, che in italiano ha prodotto una quantità straordinaria di usi figurati: cazzone, testa di cazzo, non capire un cazzo, fare una cosa a cazzo, un lavoro del cazzo. 

Stronzo, invece, attraverso il germanico-longobardo strunz, sterco, parte da una posizione dalla quale un miglioramento reputazionale sarebbe stato oggettivamente difficile.

Bastardo aveva una precisione ancora diversa. Prima di diventare un’offesa generica, indicava la nascita al di fuori del matrimonio legittimo. E in un sistema fondato su lignaggio, successione ed eredità, la parola toccava una condizione giuridica e sociale concreta.

Pasquino e la città che parla senza firmare

La Roma del Cinquecento elabora un’altra soluzione. Sul torso antico chiamato Pasquino vengono affissi componimenti inizialmente legati anche alla cultura umanistica e all’esercizio epigrammatico, poi sempre più apertamente satirici contro papi, cardinali, curiali e personaggi pubblici.

Risultato? Pasquino entra in un dialogo immaginario con le altre statue parlanti della città: Marforio, Madama Lucrezia, l’Abate Luigi, senza che compaia necessariamente l’autore del turpiloquio.

Pietro Aretino comprende presto le possibilità del sistema. Durante il conclave del 1521 adopera le pasquinate in una campagna aggressiva contro uomini della Curia.

Nei suoi Ragionamenti, affidati a prostitute, mogli e mezzane, la lingua sessuale entra nella prosa con pochissime mediazioni; nei Sonetti lussuriosi l’oscenità rinuncia perfino alla finzione dell’incidente.

Nell’Ottocento Giuseppe Gioachino Belli compie a Roma un’operazione differente.

Sonetti quali La madre de le sante ed Er padre de li santi, entrambi del 1832, sono quasi repertori dei nomi popolari degli organi sessuali.

Quanto al sesso, la Roma belliana aveva elaborato una nomenclatura che non lasciava intravedere particolari emergenze lessicali. E oggi?

Dal muro di Pompei allo smartphone

Internet ha innovato soprattutto le condizioni materiali dell’offesa. Se a Pompei si scriveva sui muri, oggi il pubblico potenziale si è allargato fino a dimensioni planetarie e l’intervallo fra irritazione e pubblicazione si è ridotto a pochi secondi. Quanto al lessico, peggio mi sento. Ma questo è il rovescio della medaglia delle democrazie moderne.

Ritorna allora la frase della mia insegnante: «Anche la parolaccia è cultura». A questo punto perde quasi il gusto del paradosso. Una civiltà lascia testimonianza di sé nelle leggi, nelle opere d’arte, nei trattati e nelle iscrizioni solenni. Poi perde la pazienza, insulta qualcuno e, senza averne alcuna intenzione, deposita un’altra fonte.

Immagine realizzata con I.A. (ChatGPT)

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