Il clima dopo l’innocenza. Quanto c’è dell’uomo nel caldo che sentiamo?

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Le estati moderne sembrano interminabili, in città fino a notte inoltrata non si respira e il condizionatore, che fino a qualche decennio fa apparteneva a una minoranza delle case italiane, è entrato progressivamente nella vita ordinaria. È una percezione personale oppure il clima è realmente cambiato?

Dal caldo che ricordiamo al caldo che misuriamo

Il discorso sul cambiamento climatico comincia quasi sempre dalla nostra percezione e dalla nostra memoria. C’è chi ricorda che a settembre si andava in giro con le maniche lunghe, chi racconta le nevicate dell’infanzia e chi recupera dalle cronache qualche estate torrida degli anni Sessanta o Ottanta per osservare che il caldo esisteva anche allora. Ricordi probabilmente esatti, almeno in molti casi, che raccontano però un luogo, una stagione, qualche anno della nostra vita.

Qualcosa, intanto, è cambiato anche nelle nostre case. Nel 2013 meno di una famiglia italiana su tre disponeva di un sistema di raffrescamento; nel 2021 la quota era salita al 48,8 per cento e nel 2024 ha raggiunto il 56 per cento. Una crescita che, oltre a dipendere dalla maggiore accessibilità della tecnologia, racconta quanto sia cambiato il nostro rapporto quotidiano con il caldo.

Nelle città interviene poi l’isola di calore urbana. Asfalto, cemento, tetti e superfici costruite assorbono energia durante il giorno e la restituiscono lentamente nelle ore successive; la minore presenza di vegetazione riduce l’evapotraspirazione, mentre la forma degli edifici può ostacolare la circolazione dell’aria. L’effetto diventa particolarmente evidente durante la notte, quando la città continua a restituire il calore accumulato.

Il condizionatore occupa in questa storia una posizione quasi paradossale. Raffredda gli ambienti interni trasferendo calore all’esterno e, nelle zone urbane molto dense, può contribuire localmente all’isola di calore. È ormai una delle forme più comuni di adattamento alle temperature elevate e, nello stesso tempo, parte del metabolismo energetico delle città contemporanee.

La percezione, dunque, qualcosa racconta. Per sapere che cosa stia accadendo al clima occorre cambiare scala, uscire dalle nostre estati e dalle nostre città e osservare serie molto più lunghe.

Qualche numero

I dati globali confermano il riscaldamento del pianeta. Il 2024 è stato l’anno più caldo della serie osservativa e il 2025 il terzo secondo il dataset ERA5 di Copernicus, appena 0,01 °C sotto il 2023. Gli undici anni compresi fra il 2015 e il 2025 sono stati gli undici più caldi mai registrati. La media del triennio 2023-2025 ha inoltre superato di oltre 1,5 °C il livello preindustriale, dato che va distinto dal superamento stabile della soglia indicata dall’Accordo di Parigi, calcolata su periodi più lunghi.

A questo punto la domanda cambia. Quanto appartiene alla naturale variabilità del clima e quanto c’è, invece, della longa manus dell’uomo?

Un pianeta che ha sempre cambiato clima

Che il clima sia sempre cambiato è vero. La Terra ha attraversato glaciazioni, periodi interglaciali e fasi nelle quali le temperature erano molto superiori alle attuali. Negli ultimi 800mila anni si sono succeduti grandi cicli glaciali e, spingendosi ancora più indietro, si incontrano condizioni climatiche lontanissime da quelle nelle quali si è sviluppata la civiltà umana.

Le cause sono diverse. Le variazioni dell’orbita terrestre e dell’inclinazione dell’asse modificano lentamente la distribuzione dell’energia solare, il Sole attraversa cicli propri, le grandi eruzioni vulcaniche possono raffreddare temporaneamente il pianeta, mentre oceani e atmosfera possiedono oscillazioni interne.

La questione contemporanea riguarda quindi la capacità di questi fattori di spiegare l’aumento delle temperature osservato dall’età industriale. Ed è qui che il confronto con il passato diventa interessante.

Quando nel Medioevo faceva caldo

Tra il X e il XIII secolo diverse regioni dell’emisfero settentrionale attraversarono condizioni relativamente miti. Per molto tempo si è parlato di Medieval Warm Period; oggi gli studiosi preferiscono spesso Medieval Climate Anomaly, espressione che restituisce meglio la varietà geografica del fenomeno.

I norreni si stabilirono nella Groenlandia meridionale e il Nord Atlantico conobbe condizioni climatiche favorevoli. Le ricostruzioni ottenute attraverso anelli degli alberi, sedimenti, carote di ghiaccio e coralli confermano temperature relativamente elevate in alcune regioni, con tempi e intensità differenti. Il riscaldamento contemporaneo presenta invece una distribuzione globale assai più estesa.

Un vigneto medievale inglese o un insediamento norreno in Groenlandia costituiscono dunque testimonianze storiche autentiche, senza rappresentare per questo la temperatura media dell’intero pianeta.

Dalla Piccola era glaciale all’anno senza estate

Dopo la fase medievale arrivarono secoli più freddi, soprattutto nell’emisfero settentrionale. Tra il tardo Medioevo e l’Ottocento si colloca la cosiddetta Piccola era glaciale. I ghiacciai alpini avanzarono, molti inverni europei furono particolarmente rigidi e il Tamigi gelò abbastanza spesso da ospitare le celebri frost fairs.

Tra il 1645 e il 1715 si verificò inoltre il minimo di Maunder, una fase di debole attività solare. Il Sole fu uno dei fattori, insieme al vulcanismo e alle variazioni della circolazione oceanica.

Nell’aprile del 1815 l’eruzione del Tambora, nell’attuale Indonesia, immise nell’atmosfera una quantità enorme di materiale e contribuì al raffreddamento che rese il 1816 celebre in Europa e Nord America come «l’anno senza estate». Freddo anomalo, piogge e raccolti compromessi entrarono nella storia sociale di quell’anno.

Il clima possiede insomma una storia propria e le società umane ne hanno subito per secoli oscillazioni delle quali comprendevano ben poco le cause.

Ci sono state epoche più calde di oggi?

Sì, se lo sguardo si allunga abbastanza. Nella lunghissima storia della Terra sono esistite epoche decisamente più calde dell’attuale.

Circa 125mila anni fa, durante l’ultimo interglaciale, le temperature medie globali raggiunsero per alcuni periodi valori confrontabili, entro le incertezze delle ricostruzioni, con quelli dell’epoca moderna.

La peculiarità del riscaldamento contemporaneo emerge soprattutto dai tempi. All’uscita dall’ultima glaciazione la temperatura globale aumentò di diversi gradi nell’arco di migliaia di anni; dal 1970, secondo l’IPCC, la temperatura superficiale globale è cresciuta più rapidamente che in qualsiasi altro cinquantennio degli ultimi almeno duemila anni.

Il passato diventa così un termine di confronto. Dimostra quanto profondamente il clima possa cambiare per cause naturali e permette di misurare meglio ciò che sta accadendo oggi.

La firma dell’uomo

La fisica dell’effetto serra è conosciuta dall’Ottocento. Nel 1824 Joseph Fourier intuì il ruolo dell’atmosfera nel trattenere parte del calore terrestre; John Tyndall dimostrò sperimentalmente che gas come il vapore acqueo e l’anidride carbonica assorbono la radiazione infrarossa; nel 1896 Svante Arrhenius tentò di calcolare l’effetto di una variazione della CO₂ sulla temperatura.

Con la rivoluzione industriale quella questione teorica acquistò un’altra dimensione. Carbone, petrolio e gas permisero di utilizzare in pochi secoli enormi quantità di energia immagazzinata nel sottosuolo durante tempi geologici. Bruciandoli, parte di quel carbonio è tornata nell’atmosfera sotto forma di CO₂.

La concentrazione atmosferica di anidride carbonica è aumentata di circa il 50 per cento rispetto all’epoca preindustriale e la sua provenienza può essere riconosciuta anche attraverso gli isotopi del carbonio, che conservano la traccia dei combustibili fossili.

C’è poi la risposta dell’atmosfera. Se il riscaldamento recente dipendesse soprattutto da una maggiore energia proveniente dal Sole, ci aspetteremmo un andamento differente. Le osservazioni mostrano invece il riscaldamento della troposfera accompagnato dal raffreddamento della stratosfera, coerente con l’aumento dei gas serra.

Quanto pesano le nostre abitudini?

L’IPCC ha provato a quantificarlo. Per il periodo 2010-2019, rispetto alla media 1850-1900, la migliore stima attribuisce alle attività umane circa 1,07 °C di aumento della temperatura globale, sostanzialmente l’intero riscaldamento netto osservato. I fattori naturali, fra cui Sole e vulcani, hanno avuto nello stesso periodo un’incidenza complessiva assai più piccola.

Questo lascia intatto il ruolo della variabilità naturale, che continua ad accentuare o attenuare le temperature da un anno all’altro. Su periodi sufficientemente lunghi, però, la tendenza osservata richiede il fattore antropico.

Dove rimane aperto il dibattito

La ricerca continua a discutere sull’evoluzione regionale delle precipitazioni, sulla risposta delle calotte glaciali, sugli effetti sulle correnti oceaniche e sulla probabilità dei diversi scenari futuri. Anche stabilire in quale misura una specifica alluvione, una siccità o un’ondata di calore siano state rese più probabili dal cambiamento climatico richiede studi dedicati.

Su un altro piano si colloca la politica. Riconoscere il ruolo dei gas serra chiarisce le cause fisiche del riscaldamento; scegliere fra nucleare, rinnovabili, trasformazioni industriali, tassazione e innovazione tecnologica appartiene a una discussione economica e politica molto più ampia.

Nel dibattito pubblico i due livelli finiscono spesso per confondersi. Una critica a una politica ambientale viene letta come contestazione della climatologia e, nella direzione opposta, un singolo evento meteorologico diventa talvolta prova immediata del cambiamento climatico. La ricerca procede con distinzioni più caute.

Dall’uomo all’Antropocene

È proprio il peso assunto dal fattore umano a spiegare la fortuna del termine Antropocene. Paul Crutzen ed Eugene Stoermer lo proposero all’inizio del XXI secolo per descrivere una fase nella quale l’attività umana aveva raggiunto una dimensione planetaria. Già nel 1873, del resto, il geologo italiano Antonio Stoppani aveva parlato dell’umanità come di una nuova «forza tellurica».

Nel 2024 gli organismi internazionali competenti hanno respinto la proposta di inserire formalmente l’Antropocene nella scala geologica. La controversia riguardava soprattutto il punto dal quale far cominciare la nuova epoca e la possibilità di individuarne una traccia stratigrafica universale.

La decisione non ha cancellato il termine, che continua a essere utilizzato nelle scienze ambientali e sociali per descrivere l’impatto umano sul sistema terrestre.

Per millenni le società hanno disboscato, coltivato, deviato fiumi, costruito città e trasformato paesaggi. La società industriale ha cambiato progressivamente la scala di questo intervento, fino a renderne alcune conseguenze misurabili sull’intero pianeta.

Il clima conserva i suoi cicli, il Sole continua a variare, i vulcani eruttano e gli oceani seguono dinamiche proprie. A queste forze si è aggiunta l’attività di una specie capace di riportare nell’atmosfera, nell’arco di pochi secoli, una parte del carbonio sottratto alla circolazione durante tempi geologici immensamente più lunghi.

È in questa misura raggiunta dall’azione umana, più ancora che nella disputa sul nome di una nuova epoca, che l’Antropocene conserva il suo significato.

La domanda resta 

Per millenni le società hanno disboscato, coltivato, deviato fiumi, costruito città e trasformato paesaggi. La società industriale ha cambiato progressivamente la scala di questo intervento, fino a renderne alcune conseguenze misurabili sull’intero pianeta.

Il clima conserva i suoi cicli, il Sole continua a variare, i vulcani eruttano e gli oceani seguono dinamiche proprie. A queste forze si è aggiunta l’attività di una specie capace di riportare nell’atmosfera, nell’arco di pochi secoli, una parte del carbonio sottratto alla circolazione durante tempi geologici immensamente più lunghi. È in questa nuova proporzione fra storia umana e storia naturale, più ancora che nella disputa sul nome di una nuova epoca, che l’Antropocene conserva il suo significato.

E intanto è settembre. Il calendario dice che l’estate si avvia verso la fine, mentre nelle città continuiamo ad accendere i condizionatori e a cercare un po’ di fresco nelle ore serali. Anche per questi giorni le temperature previste in Italia restano superiori alle medie del periodo.

Forse conviene tornare proprio da dove eravamo partiti. Possiamo ricordare estati torride di quarant’anni fa, gli inverni gelidi della Piccola era glaciale, il caldo medievale e persino epoche remote nelle quali la Terra fu più calda di oggi. Tutto questo appartiene alla storia del clima. Quello che le misurazioni aggiungono è che il riscaldamento degli ultimi decenni esiste, procede con una rapidità particolare e porta una firma umana ormai riconoscibile.

Poi rimane la nostra esperienza, assai meno sofisticata dei modelli climatici. Siamo a settembre, sono le undici del mattino e fa già caldo. Parecchio. Venticinque anni dopo, viene quasi spontaneo ripescare Luisa Ranieri e quel vecchio tormentone della Nestea: «Antò, fa caldo».

Immagine creata con I.A.

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