
La decisione delle sorelle Kessler di ricorrere al suicidio assistito ha suscitato un’inquietudine che non nasce dal giudizio, ma dal modo in cui hanno scelto di lasciare la scena. Le gemelle, che negli anni Sessanta incarnavano la leggerezza scintillante del varietà, non affrontavano un dolore estremo, né una malattia terminale. Avevano piuttosto avvertito che la parabola che le aveva rese riconoscibili per decenni aveva raggiunto il proprio punto conclusivo. Non cercavano sollievo: cercavano coerenza. È proprio l’assenza di una necessità biologica, unita alla precisione con cui hanno ordinato ogni dettaglio, a generare l’interrogativo centrale: fino a dove può spingersi la libertà quando non è più reazione alla sofferenza, ma una forma di volontà che decide di chiudere il cerchio secondo la propria misura interiore?
L’autodeterminazione oltre la soglia del necessario: addio alle gemelle Kessler
In Germania il suicidio assistito può essere richiesto anche senza una patologia irreversibile. Questa possibilità sposta la questione fuori dal territorio medico e la consegna al piano dell’esistenza: non si tratta più di lenire un dolore, ma di esercitare una volontà sovrana. Ebbene, le Kessler si sono mosse con una lucidità che non nasceva dalla sofferenza, bensì da un’intenzione maturata lentamente nel tempo. Gli indizi disseminati negli anni compongono un quadro che parla da sé: la disdetta dell’abbonamento di una rivista datata 17 novembre, lo stesso giorno in cui hanno assunto il farmaco; gli accenni alla libertà di scegliere nelle interviste più recenti; il desiderio di essere sepolte accanto alla madre e al cane; le donazioni previste nel testamento. Tutto rimanda a un pensiero che procedeva come chi mette in ordine prima di lasciare la propria casa, con la calma di chi sa che nulla è affidato al caso.
Ovviamente, questa postura appare lontana dalla nostra consuetudine mediterranea, che accoglie le oscillazioni dell’esistenza senza irrigidire il percorso. È invece una mentalità che richiama quel rigore tedesco dove perfino l’ultimo gesto può essere concepito come un adempimento interiore, accompagnato dalla stessa linearità con cui si porta a termine un compito rimasto fedele alla propria logica.
Tra razionalità tedesca e romanticismo della forma
La loro scelta si colloca in un incrocio sorprendente tra due tradizioni che raramente si incontrano: un rigore razionalista che vede la vita come un impegno da portare intatto fino alla fine, e una sensibilità tutta romantica che considera la conclusione non come una resa, ma come il compimento di una forma. È un equilibrio che lascia affiorare echi lontani: la tensione tragica di Hölderlin, la trasfigurazione morbida di Novalis, il modo in cui il pensiero tedesco ha spesso interpretato la fine come una metamorfosi della misura. Anche l’intuizione di Nietzsche — l’urgenza di dare stile alla propria esistenza — sembra toccare, in silenzio, il loro gesto: non per spiegarlo, ma perché la logica che vi si intravede ricorda una vita modellata come opera che sceglie il proprio termine.
Una biografia costruita come opera d’arte
Considerando il loro percorso, la decisione non irrompe come un’anomalia. Le gemelle vivevano la loro identità con una cura quasi rituale: rinunciarono alla vita familiare e alla maternità per proteggere la carriera, condivisero per decenni la stessa casa, separata soltanto da una parete scorrevole, conservarono un’immagine calibrata con una coerenza che non ammetteva sbavature. Quando le luci della ribalta si sono affievolite, hanno scelto di spegnere l’interruttore da sole, restando protagoniste del proprio destino fino all’ultimo metro del percorso. Ma allora perché la notizia ha spiazzato così tanto l’opinione pubblica?
Il turbamento che riguarda noi, non loro
Probabilmente, a destabilizzarci maggiormente è stata l’assenza di un motivo clinico. È difficile infatti comprendere che la vita, per loro, non offriva più variazioni. Questa limpidezza entra in attrito con una visione del mondo in cui l’esistenza è sempre aperta a uno scarto inatteso. Nella nostra cultura, la convinzione che una svolta possa emergere anche in assenza di segnali è profonda; e il gesto delle Kessler sembra chiudere proprio la zona in cui, a volte, la vita riparte senza spiegazioni.
Insomma, il vero confronto è fra due modi diversi di considerare la vita: da un lato c’è chi, come le gemelle, affida al rigore la protezione del sentimento, alla disciplina la forma dell’esistenza; dall’altro c’è chi riconosce valore agli scarti, alle deviazioni che salvano, alle riprese improvvise che mutano il corso delle cose. È in questa distanza che il congedo delle ex soubrette acquisisce un’aura enigmatica: lì dove la libertà si mostra compiuta e definitiva, rischia di apparire, ad altri occhi, troppo chiusa.
Il mistero come eccedenza
Qui si apre un tema decisivo: il mistero come ciò che eccede la volontà e si sottrae al dominio della coscienza. Leopardi, nel suo Infinito, descriveva quel varco dove il pensiero non procede più per concetti, ma per immaginazione, ovvero lo spazio in cui la vita può ancora mutare, la soglia dove un’altra direzione potrebbe maturare senza che nessuno l’abbia prevista. Forse è proprio la sottrazione di questo margine a conferire al loro gesto una severità così nitida.
Libero arbitrio e zone che resistono alla volontà
In definitiva, il loro gesto afferma la sovranità sulla propria esistenza, ma rivela anche un punto delicato: quando la volontà diventa assoluta, rischia di oscurare quelle parti dell’esistenza che sfuggono a ogni progetto. È la soglia in cui la libertà incontra ciò che non controlla — e lì si apre la domanda, non sulla legittimità, ma sulla natura stessa della libertà quando smette di dialogare con l’imprevedibile.
Il margine che continua a sfuggire
Alla fine rimane una considerazione essenziale: l’esistenza non coincide mai del tutto con la volontà che tenta di guidarla. C’è sempre un resto — una piega non calcolata, una possibilità che respira persino quando tutto sembra immobile. È in quella zona che molti continuano a riconoscere una forma di grazia: non un ottimismo ingenuo, ma la consapevolezza che la vita, talvolta, si riaccende proprio dove non lo avremmo immaginato.
E forse è questo margine indocile, che nessun progetto può contenere, a rendere così enigmatico — e così umano — il loro ultimo gesto.
Fonte foto: avvenire.it


