
Alcune mode nascono dal basso e poi finiscono, quasi inevitabilmente, per influenzare anche i ceti alti. La barba è una di queste. Quella che un tempo era segno di fatica o di ascesi, di saggezza o d’identità filosofica, oggi è diventata un vero e proprio dettaglio estetico. Eppure, dietro quella scelta solo in apparenza frivola, si nasconde una storia lunghissima, che ha attraversato secoli e civiltà
Alle origini della parola “barba”
Il termine barba affonda le sue radici nella matrice protoindoeuropea bhardhā-, che significava “pelo”, “setola”, ma anche — molto semplicemente — “ciò che cresce”. Dalla stessa radice derivano l’inglese beard, il tedesco Bart e, più in generale, l’idea di qualcosa che si sviluppa fisiologicamente.
È interessante notare come questa parola sia rimasta quasi invariata per millenni: una costanza linguistica che lascia intuire quanto la barba sia sempre stata più di un semplice tratto fisico, quanto una sorta di archetipo inciso nel linguaggio stesso. Ma chi furono i primi a conferirle un significato?
I barboni
Il punto di partenza, alle origini di questa usanza, non può che essere il più umile: il barbone, l’uomo di strada, figura che esiste fin dalla notte dei tempi.
Per ovvie ragioni, il vagabondo non badava a formalità, a cominciare dalla rasatura; per questo motivo fu soprannominato “barbone” (con il suffisso “one” accrescitivo), termine che nel latino tardo indicava appunto “colui che porta la barba lunga”.
In principio, la parola non aveva alcuna connotazione negativa, bensì puramente descrittiva. Con il mutare dei costumi, però, il senso si spostò dal piano neutro a quello morale. Quando la rasatura cominciò a rappresentare ordine e decoro, la barba lunga divenne infatti il segno della trascuratezza, un marchio visibile di povertà e marginalità, di chi non poteva permettersi il lusso (in primis economico) di apparire diversamente. Ma spostiamoci in Grecia.
Dai filosofi ai santi: la barba come pensiero
Nella penisola ellenica la barba rappresentava un segno di appartenenza. In un’epoca che vedeva nell’ordine naturale il riflesso del divino, i filosofi — da Pitagora a Socrate, da Platone a Epicuro — guardavano con sospetto la rasatura, quasi fosse un modo per recidere il legame con la natura.
Diverso il discorso per i Romani. Per i Latini, la cerimonia del taglio della prima barba segnava un rito di passaggio: il momento in cui un giovane diventava uomo e, al contempo, un simbolo di rango e maturità.
Col passare del tempo, il gesto di lasciarla crescere assunse un valore religioso. Per gli eremiti egiziani, i profeti ebraici e i mistici orientali, la barba divenne segno di rinuncia e di raccoglimento. Per ovvie ragioni, questi personaggi non si curavano dell’aspetto, ma dell’essenza dell’uomo e della sua ricerca interiore.
A ricordarcelo, un antico aforisma che recitava: “Il vero saggio parla poco, ma la sua barba parla per lui.”
Quando apparve la figura di Gesù, quel simbolismo era ancora vivo. E infatti, nell’iconografia cristiana, fin dalle prime icone bizantine, il volto di Cristo è raffigurato con una lunga barba: segno di mitezza, sapienza e autorevolezza spirituale.
Questo valore simbolico sopravvisse per secoli. Dai Padri del deserto ai monaci medievali, la barba restò un segno di penitenza e di appartenenza al sacro, quasi fosse una soglia visibile fra il mondo terreno e la contemplazione.
Dal cavaliere al cortigiano
Con il Medioevo la barba cambiò “location”: dal monastero scese sul campo di battaglia. Sul volto dei cavalieri divenne emblema di coraggio e d’onore, tanto che strapparla o anche solo toccarla senza permesso era considerato un affronto gravissimo.
Con il Rinascimento, invece, la barba si fece misura. Lo spirito dell’epoca, che celebrava “proporzione, armonia ed equilibrio”, impose infatti barbe curate e regolari. A esibirle fieramente erano soprattutto uomini di corte, diplomatici e umanisti. Ne abbiamo conferma nei ritratti di Leonardo, Michelangelo e Ariosto, raffigurati con barbe scolpite alla perfezione.
Nel Seicento e nel Settecento la moda si rovesciò. L’Illuminismo ritornò a preferire il volto rasato e la pelle liscia divenne simbolo di razionalità, di controllo, nonché di dominio sulla materia.
L’uomo della ragione, convinto che anche il corpo dovesse rispondere agli stessi principi di ordine e misura che regolavano la mente e la scienza, cercava così di tradurre sul volto le proprie convinzioni filosofiche.
L’Ottocento e la barba ideologica
Nell’Ottocento la barba tornò, ma con un significato diverso, più ideologico, identitario e politico. È la barba di Marx e di Tolstoj, di Garibaldi e di Verdi e, in generale, un simbolo di libertà, pensiero e indipendenza.
Agli inizi e a metà del Novecento la rasatura quotidiana riprese a dominare la scena. Solo che questa volta, il faccino pulito divenne il marchio dell’uomo industriale: disciplinato, puntuale e soprattutto efficiente, in simbiosi non più con la natura, ma con la macchina.
Negli anni Sessanta e Settanta, in piena epoca di contestazione giovanile, la barba — trascurata alla Che Guevara o alla John Lennon — divenne il vessillo di beatnik, hippie, poeti della controcultura, registi militanti, professori marxisti e di tutte quelle figure che rivendicavano disinvoltura e distanza dal potere.
Con il tempo, però, anche quel segno si svuotò e divenne un vezzo, una citazione nostalgica del sogno rivoluzionario. E oggi?
La barba dei millennial
Nei primi Duemila ha fatto la sua comparsa un nuovo taglio di barba: quello degli hipster. Il termine, nato nell’America degli anni Quaranta, indicava i giovani bianchi che imitavano lo stile libero e jazzistico dei musicisti afroamericani.
Ben lontano dal significato originario — che implicava anticonformismo e curiosità —, nel nostro tempo l’hipster ne ha tuttavia capovolto il senso. La rasatura barba è diventata ordinata, maniacale nel dettaglio, perfetta fino all’eccesso: segno incontrovertibile di un controllo quasi ossessivo sull’immagine.
Curiosamente, questa estetica si è diffusa anche grazie a una nota campagna pubblicitaria automobilistica, in cui un uomo dalla barba folta e la camicia a quadri guidava un SUV compatto tra boschi e vetrine cittadine.
Questione di vanità? Ognuno può trarre la propria conclusione. Resta il fatto che, dietro quella perfezione, si nasconde probabilmente lo stesso bisogno di autenticità che, da secoli, accompagna i cultori della barba.
Tre barbe, tre modi di essere
Messe una accanto all’altra, le barbe dei barboni, dei sinistrorsi da centro sociale e degli hipster raccontano un piccolo romanzo di evoluzione sociale e antropologica. Per i primi è un segno di rinuncia, per i secondi di protesta, per i terzi di ordine e controllo.
È insomma un indicatore sociale: un modo per dire “io sono così” quando le ideologie non bastano più.
È altresì una metafora che torna e ritorna, come nei cosiddetti “corsi e ricorsi” di Giambattista Vico.
Ogni tanto va sfoltita, giusto per ricordarci che sotto c’è ancora una faccia.
Eppure la barba resta lì, fedele compagna dell’uomo, capace di reinventarsi in ogni epoca: da segno di fede a moda da barbiere, da manifesto politico a dettaglio di stile.
Il futuro? Forse barbe digitali, o magari di nuovo nudezza assoluta. In ogni caso, dirà sempre chi siamo — o chi vorremmo sembrare. E forse è proprio questo il suo segreto: ci racconta da millenni, e continuerà a farlo.
Foto di David Gallie da Pixabay


