
Iniziamo il nuovo anno portandoci dietro i segni di ciò che è accaduto in quello passato. Le guerre, la morte di Papa Francesco nel pieno del Giubileo, il nuovo Papa Leone XIV e le fragilità economiche e sociali italiane hanno delineato un contesto che non consente leggerezze e chiede una riflessione più seria.
Un anno ancora attraversato dalle guerre
Il 2025 si è concluso senza tregua nei fronti più tesi del mondo. In Ucraina, le città hanno continuato a subire attacchi diretti e il sistema energetico è rimasto sotto tiro. Gaza e la Cisgiordania hanno vissuto mesi di violenza che hanno colpito soprattutto i civili, con quartieri cancellati e una popolazione allo stremo.
Oltre centoventi milioni di persone risultano oggi sfollate a causa di guerre o persecuzioni (dati UNHCR). Numeri che leggiamo così spesso che, ahimè, corriamo il rischio di abituarci, senza che il peso del dolore ci tocchi più di tanto.
Il Giubileo interrotto e una Chiesa in transizione
Nel pieno del Giubileo della Speranza, il 21 aprile 2025, Papa Francesco è morto all’età di ottantotto anni. Aveva aperto la Porta Santa pochi mesi prima e la sua scomparsa, in concomitanza con l’Anno Santo, è apparsa come una frattura inattesa per il mondo cattolico.
Ovviamente la fase del lutto è durata poco, perché la Chiesa ha dovuto riprendere il suo ritmo. Nel mese di maggio è stato eletto Papa Leone XIV e il nuovo pontefice ha ereditato un compito pesante, non tanto per la gestione interna quanto per la responsabilità di guidare una comunità che oggi vive un rapporto più fragile con qualsiasi forma di autorità. La transizione così rapida ha messo in evidenza una domanda che riguarda tutti i cattolici: che cosa cerchiamo davvero in una guida?
Sicurezza sul lavoro e persone che non tornano
Il tema delle morti sul lavoro, continua a segnare il Paese. Nei primi otto mesi del 2025 le denunce di infortunio mortale presentate all’INAIL sono state 896: 657 avvenute sul luogo di lavoro e 239 in itinere. Cifre che ricordano quanto la prevenzione e i controlli siano ancora lontani dall’essere adeguati e quanto la sicurezza resti una questione urgente.
Una giustizia che fatica a farsi riconoscere
Nel frattempo, il sistema giudiziario continua a muoversi con lentezza. I procedimenti civili e penali superano spesso i tre anni complessivi dall’avvio alla chiusura. Chi attende una sentenza resta sospeso, con ripercussioni che travolgono lavoro, rapporti personali e credibilità. Ma non finisce qui.
Negli ultimi decenni, secondo la Corte dei Conti, migliaia di errori giudiziari hanno comportato risarcimenti per cifre ingenti. Ogni volta che una persona viene scagionata dopo anni di processo, si incrina ancora un po’ la fiducia collettiva.
Violenza di genere
Il 2025 ha registrato altre decine di vittime e casi assimilabili (Osservatorio “Non Una di Meno”). Secondo i dati del Ministero dell’Interno, più della metà sono avvenuti per mano di partner o ex partner. Questa realtà non si spiega con il solo gesto criminale. Riguarda un vuoto di educazione emotiva, un’incapacità diffusa di affrontare il conflitto e la frustrazione, un modello di relazione che confonde affetto e possesso.
Dietro queste vicende c’è spesso l’isolamento, la paura di essere abbandonati, la difficoltà a sopportare un rifiuto, l’idea che l’altro debba confermare un’identità fragile. Tutti elementi che non esplodono all’improvviso ma maturano in un contesto culturale che fatica a riconoscere i segnali prima che diventino irreparabili.
La solitudine nell’epoca dello sguardo distratto
A questa fragilità si somma un fenomeno che da tempo attraversa tutte le età: la solitudine. Non soltanto quella fisica, ma quella che si prova pur vivendo fra gli altri. Le immagini delle guerre, della povertà, delle violenze ci raggiungono in tempo reale. Spesso, però, rimangono sospese in uno spazio intermedio, tutto sommato distante.
Così, quando il dolore altrui viene percepito come una sequenza che si ripete, l’empatia si attenua. Ci indigniamo, ma l’indignazione si consuma in poche ore.
Lo stesso accade per le notizie sul lavoro, sulla giustizia, sulle tensioni sociali. È un meccanismo di difesa comprensibile, ma finisce per normalizzare ciò che non dovrebbe mai diventare normale.
Verso un’attenzione più concreta
In questo contesto, parlare di speranza non significa indulgere in ottimismo. Significa riconoscere che l’unico margine reale di cambiamento si trova nei comportamenti quotidiani. Un incontro che non si riduce a formalità, un’attenzione rivolta a chi è più esposto, una richiesta costante di trasparenza alle istituzioni. In poche parole, gesti semplici, piccoli ma decisivi.
Insomma, dovremmo ricordarci che restare presenti non è un dovere morale. È un esercizio che riguarda tutti, indipendentemente dalle condizioni, perché incide sulla qualità dei legami e sulla forma della comunità.
Un augurio senza formule
E allora, l’augurio per il 2026 può essere soltanto essenziale: che questo nuovo anno ci trovi un po’ meno distratti e un po’ più presenti. Che l’anno appena nato ci colga più attenti, disponibili e capaci di riconoscere e non ignorare la fatica, la solitudine e la sofferenza altrui. Se riusciremo a mantenere questa attenzione anche in parte, forse ritroveremo un senso del vivere comune che negli ultimi anni si è assottigliato.
Buon anno 💫
Illustrazione generata con ia
Scrivi