Roma, evitata la chiusura dei “nasoni”

nasoniForse anche per quest’estate i romani sono riusciti ad evitare il razionamento dell’acqua potabile e per usi domestici, più volte ventilato dall’amministrazione comunale. I primi a doverne fare le spese – secondo le dichiarazioni della Sindaca Raggi – sarebbero state le fontanelle pubbliche: i tradizionali “nasoni”. Sarebbe stato un colpo micidiale non tanto alle esigenze della popolazione (che pure, come vedremo poi, sono rilevanti, quanto meno per gli strati più deboli), quanto per una certa “idea di Roma” che, nell’ immaginario collettivo, non deve ulteriormente venire meno.

Fu il primo sindaco dell’amministrazione unitaria, Luigi Pianciani, ex garibaldino, massone ed anticlericale, a disporre il posizionamento di una serie di fontanelle pubbliche in metallo di forma cilindrica, alte poco più delle attuali (120 cm), nelle piazze e nelle strade pubbliche romane. Quelle prime fontanelle pubbliche comunali non disponevano di una sola “bocchetta” ma di ben tre cannelle, decorate con teste di drago. Ne residua, tuttora, una soltanto (ricostruita), nell’omonima via, alle falde del colle Quirinale. La ricordiamo nel film “i soliti ignoti”, di Monicelli, dissetare l’attore Tiberio Murgia durante la prima ricognizione al luogo della mitica tentata rapina.

tre cannelleSuccessivamente, quelle prime fontanelle furono sostituite dalle attuali, un po’ più piccole (110 cm) e con un solo cannello. Attualmente, nel territorio comunale ve ne sono esattamente 2.172 (fonte: Agenzia DIRE), delle quali 280 all’interno delle mura. Sono loro che l’arguzia del popolo romano ha ribattezzato “nasoni”, dalla forma della bocchetta. I “nasoni” divennero presto un gradito compagno per tutti coloro che, residenti o turisti, non solo nelle giornate più calde, ma durante tutto l’anno, necessitano di una bevuta di acqua fresca corrente o di una semplice rinfrescata “aggràtis”.

Non solo i “nasoni” hanno rischiato il prosciugamento, in questo scorcio di siccità estiva, ma anche altre 114 fontanelle pubbliche di diverso tipo. Tra esse le “fontane dei rioni”, realizzate dall’architetto Pietro Lombardi a partire dal 1926 e che tramandano, forse ancor più dei “nasoni”, un certo tipo di “romanità” ormai quasi del tutto sparita: la fontana delle anfore, a Testaccio; la fontana della pigna, a Piazza Venezia; la fontana delle tiare, presso il colonnato di San Pietro; la fontana delle palle di cannone, presso Castel Sant’Angelo; la fontana degli artisti, in Via Margutta; la fontana della botte, in Trastevere o la fontana del timone, presso il porto di Ripa grande. Ma anche altre fontanelle tipiche, come il “babuino” o il “facchino”, che contendevano a Pasquino e a Marforio il ruolo di “statue parlanti” della Roma papalina.

L’intenzione di chiudere il rifornimento delle fontanelle pubbliche, minacciato dalla Sindaca, si è rivelato ben presto ininfluente ai fini del risparmio complessivo dell’acqua potabile a Roma. I “nasoni”, infatti, consumano soltanto l’1,1% dell’acqua captata dall’ACEA per l’uso pubblico e privato, di cui il 45% non giunge ai rubinetti per l’incredibile e colposa dispersione degli acquedotti dalle fonti di approvvigionamento in poi.

Inoltre, oltre ad avere una funzione di pulizia delle fognature, l’acqua di 350 “nasoni” è utilizzata per l’innaffiamento pubblico, mentre altri sono una risorsa indispensabile per l’igiene della frutta e verdura e quant’altro dei mercati rionali o al coperto. Infine, le innumerevoli licenze dei punti vendita dei fiorai sono state rilasciate proprio in prossimità delle fontanelle pubbliche: chiuderne il rifornimento avrebbe significato mandare all’aria numerose attività, con riflessi sull’occupazione.

Ma c’è di più. In una famosa intervista, il compianto attore trasteverino Bombolo, parlando della sua infanzia, vissuta in estrema miseria e in una casa senza acqua corrente, ricordava le file fatte per lavarsi in prossimità dei nasoni, con una sola saponetta per tutti i componenti della fila. Ieri come oggi, il “nasone” rappresenta un porto sicuro soprattutto per la povera gente, gli emarginati, i dimenticati da tutti.

Tutti questi “invisibili” non sono pochi, a Roma. La Croce Rossa ha fatto presente che, nella Capitale, sono ben diecimila i senza fissa dimora che – gioco forza – debbono attingere all’acqua delle fontanelle per le loro esigenze vitali. Come ha fatto rilevare “Il Manifesto”, ogni nasone chiuso significherebbe “negare a quattro persone in media il diritto all’acqua pubblica”. Senza contare che, in periodo di afflusso turistico, ciò comporterebbe l’aumento del consumo delle bottiglie di plastica, moltiplicando i rifiuti. Di fronte a tali conseguenze, l’amministrazione, fortunatamente, ha fatto marcia indietro.

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