Continuando nella nostra “carrellata” sulle nano e biotecnologie che potranno modificare il nostro futuro, sono in arrivo componenti elettronici che permetteranno di ridurre la quantità di rifiuti finiti in discarica. I ricercatori della University of Illinois (luglio 2013) hanno creato dispositivi elettronici che si sciolgono in acqua.
L’equipe, che sta ancora mettendo a punto la tecnologia ”autodistruttiva” biocompatibile, è riuscita a creare in laboratorio un chip fatto di seta che si dissolve quando viene bagnato con dell’acqua.
Nonostante in Italia la ricerca abbia pochissimi fondi rispetto al resto del Mondo, abbiamo anche noi le nostre scoperte scientifiche di un certo valore. La novita’ e’ frutto di una ricerca del Cnr di Bologna pubblicata su Nature Materials ( July 2013) : arriva un microchip organico per studiare i neuroni: e’ un nuovo strumento piu’ efficace per la conoscenza del funzionamento del cervello, che apre la strada alla ‘riparazione’ dei neuroni mal funzionanti in Parkinson ed epilessia. Questa nuova tecnologia, definita elettronica organica trasparente, e’ capace di ottenere informazioni sull’attivita’ neuronale.
“Il dispositivo è costituito da un microchip organico trasparente sul quale vengono adagiate le reti neuronali, caratterizzato dalla capacità di stimolare e registrare segnali elettrici», spiega Michele Muccini, responsabile del CNR di Bologna. Apre prospettive enormi nella cura delle malattie come il Parkinson o l’epilessia superando i problemi di rigetto e di funzionalità di circuiti elettrici in ambienti acquosi. (carbonio al posto del silicio).
Ancora, sempre nel campo della neurologia è stato costruito un bisturi magnetico che taglia le fibre neurali. Come un ‘bisturi virtuale’, è una blanda stimolazione del cervello indolore e non invasiva (a base di deboli impulsi magnetici ‘sparati’ dall’esterno), che è in grado di rimuovere le connessioni neurali. (Newscientist 2012). Il ‘bisturi’ magnetico potrebbe essere usato per rimuovere fibre nervose anomale presenti in malattie complesse. E’ quanto dimostrato per ora sul cervello di topi dal team di Jennifer Rodger della University of Western Australia a Crawley.
Un ultima conquista è la nanocellulosa. Le cellule nervose coltivate su nanoimpalcature di cellulosa potrebbero essere il primo passo verso la creazione di modelli tridimensionali del cervello. Il risultato si deve a un gruppo di ricercatori svedesi dell’università di Chalmers e dell’università di Gothenburg (2012-Svezia) i quali hanno mostrato che la nanocellulosa stimola la formazione di una rete o matrice tridimensionale di neuroni, una specie di cervello in “provetta”. Questa tecnica, secondo i ricercatori, potrebbe contribuire alle ricerche sul cervello in particolare studi che riguardano la malattia di Alzheimer e la malattia di Parkinson.
Dr. Gherardo Tosi
Psicologo Psicoterapeuta
Roma
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