PALERMO Dopo la pausa estiva è ricominciato alla Corte d’Appello il processo sulla Trattativa Stato/Mafia con la relazione introduttiva dei pm Nino Di Matteo, Francesco Del Bene e Roberto Tartaglia.
Ad introdurre i temi dibattimentali è stato Tartaglia, il quale ha spiegato che si cercherà di dimostrare “l’attentato, con violenza o minaccia, a corpo politico, amministrativo o giudiziario dello Stato, tutto aggravato dall’agevolazione di Cosa nostra”.
Il Pm ha declamato “Intendiamo provare che con l’ideazione di questa strategia i vertici di Cosa nostra si determinarono a perseguire una pluralità di obiettivi: quello di neutralizzare definitivamente i cosiddetti nemici storici dell’organizzazione mafiosa, ovvero i magistrati che si erano maggiormente esposti nell’azione antimafia, quello di punire tutti coloro che, tra cui politici, non avevano garantito i risultati auspicati” Poi ha ricordato l’omicidio di Salvo Lima, che nel contesto della Trattativa poteva essere considerato come un “segnale” di morte ai politici per farli collaborare con la Mafia.
Subito dopo ci fu effettivamente un cambio di rotta che portò all’uccisione dei giudici Falcone e Borsellino e questo è uno dei punti su cui la Procura cerca di fare maggiore chiarezza, tanto che si è chiesta l’acquisizione agli atti di alcune sentenze, tra cui quella sull’omicidio dell’eurodeputato Lima e la sentenza Borsellino Ter
Tartaglia ha aggiunto “cercheremo di dimostrare l’acquisizione del pericolo di attentati analoghi all’omicidio Lima nei confronti di altri politici di Governo, con la prima attivazione da parte dell’onorevole Mannino, tramite canali informali forse anche clandestini che hanno portato ad una congiunzione diretta con Cosa nostra volta a conoscere le richieste per un abbandono dell’attacco frontale dello Stato”.
Il pm ha espresso pure la volontà di scoprire cosa si cela dietro la “Falanga armata” il movimento eversivo di estrema destra. Per farlo ha chiesto l’acquisizione di due lettere inviate da Elio Ciolini “il depistatore” nel marzo del 1992 in cui si preannunciava l’imminente strategia stragista.
Il secondo a parlare è stato il Pm Nino Di Matteo, che ha insistito ancora una volta sulla necessità di sentire il Presidente Giorgio Napolitano in merito alla Trattativa Stato/Mafia, dal momento che il suo nome si trova nella lista dei testimoni depositata dai giudici.
“La testimonianza del Capo dello Stato Giorgio Napolitano al processo per la trattativa tra Stato e mafia è certamente pertinente e rilevante in questa sede dibattimentale”
In corte d’Appello Di Matteo ha fatto chiaro riferimento alla lettera scritta dal suo consulente Loris D’Ambrosio, morto nel giugno 2012, in cui l’uomo si sentiva ”come l’ingenuo e utile scriba di cose utili a fungere da scudo di indicibili accordi”.
L’accusa punta a scoprire cosa si sarebbe sviluppato dopo l’avvio dei colloqui tra Cosa nostra ed istituzioni e in particolare con l’attività del Ros che tramite De Donno e Mori si era messo in contatto con Vito Ciancimino e i Corleonesi.
“Intendiamo dimostrare inoltre che il dialogo occulto tra parti delle istituzioni e i vertici di Cosa nostra proseguì anche dopo la strage di via D’Amelio del luglio del ’92, dopo l’arresto di Vito Ciancimino del dicembre dello stesso anno e dell’arresto del boss Totò Riina avvenuto nel gennaio del 1993”.
Di Matteo ha poi aggiunto “Questo dialogo occulto proseguì anche attraverso durissime missive ricattatorie, la più importante delle quali ad opera di sedicenti parenti di detenuti per mafia- La minaccia proseguì con l’attentato di Roma che coinvolse anche Maurizio Costanzo, l’attentato di via dei Georgofili del maggio ’93 e gli attentati di Milano e Roma per intimidire ulteriormente le istituzioni per attenuare il trattamento penitenziario dei detenuti più pericolosi”.
Ovviamente il dito è stato puntato sull’inasprimento del 41 bis per i boss mafiosi, oggetto dell’ira funesta di Cosa Nostra e incipit della battaglia contro la legge.
“In quel periodo c’è stato l’avvicendamento del ministro Claudio Martelli alla Giustizia con Giovanni Conso e l’avvicendamento tra il capo del Dap Nicolò Amato con il duo Adalberto Capriotti e Francesco Di Maggio”.
Infine insiste sulla volontà di chiarire la vicenda della mancata cattura di Provenzano, nonostante si fosse individuato il covo
“A nulla valsero le segnalazioni del colonnello Riccio che aveva trasmesso le confidenze di Luigi Ilardo, ucciso proprio pochi giorni prima che la sua collaborazione con la giustizia diventasse ufficiale. Il Ros indagava su Provenzano e i due ufficiali Subranni e Mori, oltre a non intervenire per la cattura dell’allora latitante, non trasmisero alcuna comunicazione alla Procura competente per le indagini che era quella di Palermo”.
Questi temi tuttavia saranno approfonditi il 17 ottobre.
Tematiche da approfondire a prescindere dalla sentenza del processo
In ultima analisi sono stati acquisiti i documenti relativi al mancato attentato allo Stadio Olimpico di Roma nel 1994 , in cui Cosa Nostra si era attivata per ” ricercare nuovi referenti politici per tramite dell’ex senatore Marcello Dell’Utri che aveva un collegamento diretto con Silvio Berlusconi”.
Adesso toccherà alla Corte d’Assise pronunciarsi, ma intanto continua la passerella di nomi eccellenti nella storica aula bunker dell’Ucciardone di Palermo, sede del “Maxi processo alla mafia”
Tra i questi citiamo il generale Mario Mori, l’ex senatore Marcello Dell’Utri e l’ex ministro Nicola Mancino. Tra i presenti in aula anche l’immancabile Salvatore Borsellino spalleggiato dalle sue “Agende Rosse”, che da anni lottano per conoscere la Verità sul periodo delle stragi.
di Simona Mazza
foto: internazionale.it

