quando la gente cammina, la guardo, e mi dico che vanno, mentre io resto ferma lì, in quegli anni di carta che sapevano di fame e speranza. ricordare non è, vivere. è un trattenere il respiro, per poi morire piano. piano piano.
c’era un piano che mi piaceva tanto, in un negozio, tanto, ma tanto tempo fa. e faceva freddo e caldo, nello stesso istante in cui lo guardavo e pensavo. e pensavo e vedevo. quelle mani, lì, di chi lo avrebbe suonato, magari anche per me. lo avrei messo sotto la finestra che dava sulla strada, proprio dove lascio, per un mese intero, un alberello di natale ad attendere il mio ritorno.
ritorno, e mi trovo negli angoli, nascosta, ad assorbire un passato che ho vissuto troppo poco, per ricordarlo, eppure ancora m’esce dagli occhi, quando lo ricordo. e recupero il tempo ora, ora che tornerà la primavera per tutti, anche questo anno.
anno dopo anno, come il salire di fretta le scale, e poi l’affanno, come dopo aver fatto l’amore troppo in fretta. e quella paura buona, di perderlo, mentre ingenui si sorride, ché uno crede al per sempre.
sempre la stessa storia, rende abitudine l’amore, quando arriva la fine. e mi domando cacciando via la domanda, per non restare indietro, come sempre, e vivere tutto e sempre, malgrado la fine non è mai sottile con nessuno. ma come la lama di un rasoio sfiora la pelle. e solo poi, e piano, ti accorgi che ha tagliato. e temi che t’esca sangue dal fiato, e allora muori ammutolita. ad ogni segno. ed ogni segno, lascia il suo, finché ti lasci andare al desiderio di morire con lei.
lei aveva un bel culo, e seni ricchi di argentina. e quel vestito rosso, che giocava col vento delle macchine in frenata. e la sua risata, solo si sentiva, oltre al profumo delle gomme sulla strada. sì, me la ricordo, ma ora un po’ più piano.
piano, mi scende il giorno, ma dal soggiorno posso intravvedere il giallo dei limoni, che fanno da contorno allo squallore dei palazzi stinti. e fino a sera mi dicono che estistono ancora le stagioni, e che per loro sono ancora quattro.
quattro, e penso che ne ho rubati così tanti, da quando sono andata via dalla mia casa che non era mia. ed ora sono qui, che ascolto i tacchi dal soffitto, e mi dico ma dove va così di fretta. non lo sa che la vita l’aspetta?
si aspetta tanto che arrivi, e poi la rincorriamo, e ci diciamo che lei è lì, dietro ad ogni corsa od occasione persa. ma persa è la persona che fa dell’occasione abitudine, lasciando che sia solo somma la sua storia.
e storia di carta, sono io, ché figlia della pioggia come mi abbraccia divento straccia.
e quando la gente cammina, la guardo, e mi dico che vanno, mentre io resto accartocciata, nei ricordi di un oggi che ha ancora fame di un venire non mio.
e piano piano, spero con la speranza, di non morire stanca.
di simonetta bumbi
foto: stefano cracco

