
L’anno è iniziato solo da pochi giorni ma se continua così promette di essere indimenticabile.
Stavano ancora esplodendo gli ultimi botti di Capodanno quando l’America di Trump ha sparato quello più forte di tutti: l’arresto di Maduro, nel cuore della notte, nella sua casa, in Venezuela.
L’America non è nuova ad azioni del genere: nello stesso modo, Bush padre aveva ordinato l’arresto di Noriega e, circa dieci anni dopo, Bush figlio aveva dato inizia alla guerra in Iraq per deporre Saddam Hussein, reo di tentare la fabbricazioni di armi di massa, risultate poi inesistenti.
Armi o non armi, lo scopo dichiarato dell’America è sempre quello, filantropico, di liberare popoli oppressi ed esportare la democrazia, come se si trattasse di una merce che basta metterla lì, sugli scaffali di un grande magazzino, perché si diffonda casa per casa in tutto un paese.
Quanto a Maduro, il suo arresto, ha spiegato Trump al mondo, è stato dettato non solo da ragioni filantropiche ma anche da motivi di sicurezza nazionale: da un lato, infatti, il popolo venezuelano doveva essere liberato dalla dittatura, dall’altro gli USA dovevano fermare il traffico di droga che il presidente arrestato, a detta dell’amministrazione americana, gestiva.
Coincidenza vuole che il Venezuela possieda i più grandi giacimenti di petrolio al mondo e che l’America abbia interesse a sfruttarli ma questa, appunto, è di certo una mera coincidenza: Trump avrebbe sicuramente agito nello stesso modo se il Venezuela fosse stato del tutto privo di ricchezze naturali, ed è solo un caso se i paesi in cui gli Stati Uniti sono andati ad esportare democrazia, tipo l’Afganistan o l’Iraq, sono ricchissimi di materie prime o strategicamente fondamentali come Panama. Un caso perché, lo dicevamo, ciò che conta è esportare la democrazia.
In realtà, a guardare il passato, l’esportazione di democrazia non è stato un gran successo: le cronache non raccontano di un Iraq libero e democratico e anche in Afganistan la missione democratica non ha funzionato a dovere, anzi, non ha funzionato affatto. Ma cosa vuoi che conti il passato per uno come Trump che la democrazia ce l’ha proprio nel sangue? Da quando è tornato in carica, Donald ha ordinato l’arresto e revocato i visti a studenti che avevano espresso opinioni contrarie alla sua amministrazione, ha cancellato contratti ad avvocati che avevano difeso suoi avversari politici, ha licenziato dipendenti pubblici rei di avere opinioni politiche divergenti da quelle repubblicane, ha congelato i finanziamenti alle università pretendendo di ottenere un controllo governativo su alcuni istituti, ha minacciato cause milionarie a giornalisti che avevano pubblicato notizie vere ma a lui sgradite. E, subito dopo aver brindato al nuovo anno in compagnia di un altro difensore della libertà dei popoli, Netanyhau, ha ordinato l’arresto del dittatore venezuelano. E adesso questo paladino della democrazia, gestirà il Venezuela nella transizione democratica.
L’azione più spettacolare dai tempi della seconda guerra mondiale, come la ha definita Trump, ha reso chiara l’dea di quello che il ministro degli esteri italiano aveva involontariamente presagito qualche tempo fa: il diritto internazionale vale fino ad un certo punto, in pratica vale zero se permette ad un paese di invaderne un altro e arrestarne il presidente.
C’è, però, da ricordare che la comunità internazionale aveva ritenuto l’elezione presidenziale frutto di brogli e Maduro non è stato riconosciuto dall’America né dall’Unione Europea, tra gli altri, quale presidente; l’Europa ha fortemente condannato il regime di Maduro, la repressione dell’opposizione, le incarcerazioni di dissidenti e la compressione di libertà civili ed ha emesso sanzioni in risposta alla situazione politica, alle violazioni dei diritti umani e all’indebolimento delle istituzioni democratiche nel paese. Vista così, l’azione americana sembra aver dato una drastica svolta ad una situazione di ingiustizia riconosciuta da tutti.
Di certo c’è solo che i venezuelani, dopo decenni di oppressione, hanno oggi la speranza di costruire un paese libero e democratico ma sotto la guida dell’America, che quanto ad esportatrice di democrazia ha già fallito più volte.
Di certo c’è anche che Trump ha avvisato la Colombia ed il Messico che potrebbero essere i prossimi a subire “l’esportazione democratica” se non seguiranno le indicazioni di Washington.
E di certo c’è anche che pure la Groenlandia è stata avvertita: all’America l’isola artica serve per motivi di sicurezza nazionale quindi deve diventare americana e Trump, il paladino degli oppressi, non ha escluso l’uso della forza per appropriarsene.
Sì, l’anno è appena iniziato ma promette proprio di essere indimenticabile.
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In tutto questo bailame sarà interessante capire cosa farà l’Europa come continente o come Unione Europea o come singoli membri della NATO quando la Groenlandia verrà unilateralmente affiliata… Europa ci sei?
L’articolo di Valentina mi è molto piaciuto perché con elegante ironia ha fotografato in maniera eccellente la “democrazia stelle e strisce”.
L’America è nelle mani di un bullo ignorante; l’Europa c’è e risponde con modi civili che vengono da millenni di cultura, senza abbassarsi ai toni e ai modi zotici degli USA.