Le paturnie estive. Sopravvivere all’insolazione sociale

le paturnie

L’estate è una stagione spietata. Non è solo il caldo a diventare insopportabile: anche la nostra sanità mentale è messa a dura prova: il vicino diventa un antagonista, il parcheggio un campo di battaglia, il ghiacciolo l’unica salvezza. Tra deliri balneari, paturnie collettive e manager pronti a venderti la pace interiore insieme al piano luce & gas, la bella stagione si trasforma in una tragicommedia

Quando il caldo da alla testa: ritornano le paturnie estive

In estate, non è solo il corpo a soffrire: anche la mente vacilla sotto l’effetto del caldo prolungato. Le alte temperature interferiscono con i ritmi circadiani. Ne risentono ormoni fondamentali come la melatonina, che facilita il riposo; la serotonina, che regola l’umore; e il cortisolo, legato alla risposta allo stress. Il risultato? Le funzioni cognitive si indeboliscono, la tolleranza alla frustrazione cala, e crescono irritabilità, impulsività e comportamenti aggressivi. In poche parole: il caldo fa male alla testa. E si vede.

Liturgie estive 

Il primo segnale? La fila. Lunga, paziente, muta. Non per il passaporto né per una dichiarazione all’anagrafe, ma per un ghiacciolo alla frutta o una fetta di cocomero, elevata a sacramento refrigerante.

Poi, il pellegrinaggio verso il mare. Ore d’auto, marce a singhiozzo, colonne compatte in movimento verso una meta assoluta: il miraggio di una spiaggia libera con un quadrato d’ombra.

Arrivati, si entra nel rito dello stabilimento balneare. Lotte non dichiarate per l’ombrellone in prima fila (già qui, la diplomazia inizia a vacillare) e soprattutto l’invocazione collettiva dell’acqua gym delle 10:30, guidata da uno speaker convinto di essere un profeta sul Sinai: “E ORA SI SALTA!”

Intanto, il mare assiste. Maltrattato da bracciate scomposte, invaso da palle volanti e colpito a tradimento dai tormentoni dell’estate e da una trap che perfora i timpani.

Home sweet home 

Tornare a casa, dopo una “giornata rilassante” – si fa per dire – dovrebbe almeno concedere una parvenza di quiete. Un silenzio pieno, denso, da riempire solo con il fruscio delle lenzuola stese al sole.

Peccato che quella stessa giornata, per essere vissuta, ti sia costata tre ore all’andata e tre al ritorno, trascorse in fila con la schiena sudata contro il sedile di pelle, per raggiungere la “spiaggia più vicina” — che sulla mappa dista undici chilometri, ma nella realtà si estende oltre le colonne d’Ercole.

E al rientro, quando immagini di trovare la città svuotata, la pace domestica, il profumo del doposole e un silenzio vagamente civile, scopri che il tuo quartiere è ancora tutto lì. O forse, più vivo che mai.

C’è chi annaffia i gerani come se non ci fosse un domani, riversando cascate d’acqua che travolgono inesorabilmente balconi, stendini e nervi altrui. E chi, puntuale alle diciotto, accende il barbecue, profanando la biancheria dei vicini con effluvi persistenti di salsiccia e carbone.

I condomìni — che già durante l’anno riuscirebbero a far spazientire Padre Pio— d’estate si superano. Posteggi selvaggi, manovre oblique, ruote poggiate con spavalderia su ogni linea possibile. Una creatività logistica degna del genio militare, esercitata non in nome della conquista, ma dell’ombra.
Insomma: geometria del possesso.

Nel frattempo, si manifestano anche segni più sottili: tergicristalli alzati con gesto anonimo e misurato, chiacchiericci a bassa voce nei vani delle scale, dispetti di ogni sorta. 

Poi, l’immancabile sfogo digitale: il messaggio nella chat condominiale. Ognuno lancia un’accusa, ognuno vomita la propria nevrosi, nessuno fa nomi — tanto si conoscono i responsabili di ogni malefatta.

C’è chi si lamenta per il motorino “abbandonato” e privo di assicurazione sotto casa, mentre due piani più su si monta con nonchalance una veranda abusiva. Tanto, si sa, ad agosto non c’è ispettore che tenga.

I call center

E poi ci sono loro: i professionisti dell’estate. Figure quasi miracolose che compaiono puntuali proprio quando, ancora stordito dalla bolletta da infarto causata da giorni di condizionatore ininterrotto, pensavi di aver toccato il fondo. Eccoli: i manager, i consulenti, gli emissari del risparmio energetico estivo. Ti agganciano con la scusa del caldo: “Signora, ma lo sa che può risparmiare 90 euro solo d’estate?” E giù con un diluvio di indici, spread, tabelle mai viste e contratti scritti in corpo 6, che potrai firmare solo se acconsenti alla stipula. Vorresti mandarli al diavolo, liquidarli con un “sono tutte sole”, ma non fai in tempo.

“Lei ha parlato col call center, ma io sono il fornitore in persona”, ti dicono, mentre sudi come un pregiudicato all’interrogatorio e cerchi disperatamente una via di fuga tra un codice POD e una penna per firmare qualcosa che non leggerai mai.

Fumo sì, fumo no?

Intanto l’estate si è impadronita delle piazze, dei lungomari, delle pizzerie, trasformando ogni spazio aperto in un ring. Non solo per il parcheggio, ma anche per il fumo. C’è chi accende una sigaretta e chi, dall’altro lato del tavolino, lo guarda come se avesse estratto una bomba al napalm. Scenette tragicomiche all’aperto: “Ma siamo all’aperto, signora mia!”. “Sì, ma ho diritto all’aria pulita!” — e nel mentre le zanzare banchettano indisturbate, incuranti della guerra ideologica che si combatte tra un’insalata di polpo e una pizza ai quattro formaggi.

Sopravvivere all’estate e alle paturnie collettive

La verità è che l’estate fa emergere il peggio, ma anche il più comico, dell’essere umano. Si diventa sospettosi, impazienti, permalosi e retorici. Ci si trasforma in sentinelle dell’educazione altrui, mentre si invadono spazi, si alzano i toni, si perde il controllo.

Ecco perché l’unica difesa possibile resta l’ironia — l’ironia elegante, quella che non si sporca le mani, ma sorride di traverso. E a chi insiste, a chi pretende, a chi impone, non resta che rispondere come avrebbe fatto il principe della smorfia napoletana, Totò, col monocolo alzato e lo sguardo stanco del sapiente: “Ma mi faccia il piacere!”

Foto da Pixabay

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