
Ogni tanto i distributori cinematografici prendono delle lodevoli iniziative culturali che talvolta, fortunatamente, trovano anche una buona accoglienza di pubblico, ma non sempre…
Ultimamente ho fruito d’una di queste iniziative, che consisteva nella proiezione del film di Charlie Chaplin “La febbre dell’oro”, perfettamente curato sul piano tecnico e presentato nella sua prima versione, quella del 1925. Non si è trattato soltanto d’un recupero colto e filologico ma dell’offerta di un capolavoro a chi per ragioni di età non ne aveva avuto cognizione e a chi comunque volesse godere d’una opera fuori del tempo e dalle contingenze. Una vera opera d’arte facente parte del mirabile trittico Chapliniana insieme a “Tempi moderni” e “Luci della città “.
Felice della bella occasione mi sono presentato al cinema Odeon di Roma nell’ora più comoda e nel giorno più favorevole prescelti dalla direzione della multisala. E qui la sorpresa: gli unici spettatori eravamo solo io e una mia amica. L’ evento si svolgeva nel deserto. Il film è stato regolarmente proiettato e noi due isolatissimi frequentatori serviti con civiltà e correttezza.
Mi sono sincerato che nessun evento alternativo o competitivo avesse sconvolto la normalità della giornata: non c’erano partite di calcio, né concerti rock, e nemmeno manifestazioni popolari.
Cos’è successo?
Inevitabilmente ci siamo domandati quale potesse essere il motivo della mancanza di spettatori.
E’ vero che la gente va di meno al cinema, ma non fino al punto di smettere del tutto.
Né si dica che l’operazione era troppo colta per il pubblico. Il pubblico non è omogeneo: ci sono i colti e i meno colti, i patiti e gli occasionali, i pigri e i meno pigri. Peraltro, il film è assai divertente, il regista famosissimo, e quindi dovrebbe essere di richiamo.
Ma non solo è avvenuto quello che ho descritto, ma nei media, che mi risulti non ne è stato dato alcun conto: non ne ha fatto cenno la cronaca e meno ancora la critica.
Se fosse andata deserta una mostra di Caravaggio o un’opera Verdiana se ne sarebbe parlato, se ne sarebbe discusso, si sarebbero scomodati osservatori di costume e sociologi, ci sarebbe stato un gran movimento fra quelli che Montanelli chiamava gli intellettuali di pronto soccorso.
Scrivo queste righe per me stesso e i mei apprezzati lettori: cosa diavolo è successo?
Cosa non è successo?
La domanda è forse mal formulata in un modus vivendi che vede le informazioni provenienti da ogni genere di media regolare la nostra quotidianità.
Bisognerebbe chiedersi: cosa non è successo? Non c’è stata una adeguata pubblicità!
In un mondo in cui la pubblicità invade il quotidiano e asfissia il cittadino, che è visto solo come consumatore, in una continua sollecitazione commerciale che ci suggerisce cosa mangiare, cosa bere, come curarsi, come passare il tempo libero, ci siamo tutti impigriti e aspettiamo suggerimenti su qualunque possibile scelta.
C’è lo sciopero degli autobus? Guarda su Google. Piove? Controlla il meteo. Che mangiamo stasera?Compriamo il riso già cotto!
Seguiamo la corrente
Apparentemente ne siamo disgustati, manifestiamo profonda sfiducia negli operatori del settore ma poi finiamo per seguire la corrente. Così diamo spazio alle mode, per folli e stupide che siano, portiamo pantaloni stracciati, giriamo per le strette strade cittadine a bordo di enormi, inutili e costosi Suv, usiamo un linguaggio di locuzioni standard, una sorta di slang sguaiato, ci facciamo imbonire dagli influencer che si auto erigono a maestri di stile e di vita.
Così accade che, se un prodotto, che potrebbe essere per suoi pregi gradito e abbondantemente fruito, non viene propagandato, sfugge all’attenzione dei più.
Penso che se San Francesco tornasse miracolosamente fra noi per predicare agli uccelli, in una solare giornata romana in Piazza San Pietro, senza farsi preannunciare da cartelloni, Instagram e Facebook, nessuno se ne accorgerebbe.

