Intervista con l’autore Gianluca Campagna

gian luca campagnaAlle spalle studi classici e di giurisprudenza, si occupa di giornalismo, uffici stampa, comunicazione pubblicitaria e organizzazione di eventi culturali.

Come giornalista ha diretto diverse riviste, è stato cronista di quotidiani fino al ruolo di vicedirettore. Ha curato campagne elettorali, ha svolto il ruolo di ghostwriter per uomini politici, uffici stampa per enti pubblici, eventi e società sportive; è copy presso un’agenzia di comunicazione pubblicitaria.  Organizza eventi di ampio respiro, che abbracciano il settore enogastronomico, sociale, sportivo e culturale. Dal 2005 è direttore del festival dell’editoria Libri da scoprire che si svolge a Latina.

Nel 2007 ha ideato il premio e festival del giallo e del noir Giallolatino. Ha scritto racconti di differenti generi, raccolti in numerose antologie personali e collettive.

Fra i suoi libri più riusciti: CARNEVALE DI SANGUE (2010) e MOLTO PRIMA DEL CALCIO DI RIGORE (2014)

Lo abbiamo intervistato per inliberta.itcover  Molto

1. Gianluca:scrittore e giornalista, giornalista o scrittore? In quale dei due ruoli ti senti più a tuo agio e quale ti da più soddisfazione? Perché?

Mi sento un comunicatore. Nel senso che nasco giornalista e resta, al di là di tutte le sue storture e incongruenze, una professione che amo, perché questa non ti permette soltanto di raccontare un fatto ma di entrare in contatto con le persone, carpendone l’intimità. Resto un convinto assertore della teoria del giornalismo gonzo di Hunter Thompson (come se il giornalismo possa essere confinato in un ‘genere’), dove i fatti vanno raccontati e dove quello che viene registrato da orecchi e occhi viene poi espulso dal cuore, dando importanza alle persone piuttosto che al fatto in sé. L’essere ‘scrittore’ viene da sé: si scrive perché si ha qualcosa da raccontare non perché si vuole raccontare qualcosa, e raccontare resta un ponte di collegamento privilegiato con chiunque, permettendoti di accorciare ogni tipo di distanza. Lo sforzo che si dovrebbe fare ogni volta che si scrive è cercare di arrivare al fondo del cuore dell’interlocutore, entrare in una sorta di comunione spirituale con lui, a volte in modo diretto altre volte con un minimo di circospezione, ma sempre restando se stessi. E quando svolgo la professione di giornalista non vengo mai meno a un aforisma di Bertold Brecht: “Chi non conosce la verità è uno stupido, ma chi la conosce e la chiama bugia è un delinquente”.

Se tutti i giornalisti tenessero a mente questo aforisma, forse nel mondo ci sarebbe più verità.

I tuoi articoli sono spesso molto caustici. Credi nel giornalismo come denuncia? Qual è l’articolo/argomento che ti ha dato più soddisfazione in questo senso?

Il giornalismo nasce per raccontare un fatto ma esso assume un ruolo ancor più sociale quando denuncia, sia un’azione amorale o un complotto mafioso. E per farlo ci vuole coraggio, determinazione e convinzione, oltre che una buona dose di ironia, perché non va dimenticato che la vita fondamentalmente è una farsa, almeno nel mondo occidentale. L’argomento che mi ha dato maggiore soddisfazione è stato un libro finanziato dall’assessorato alle politiche sociali della Regione Lazio nel 2011 dal titolo ‘Voci dal nulla’, in cui ho raccolto una serie di reportage che descrivevano il forte disagio che vivevano gli immigrati in Italia, gli alcolisti, gli ex tossici, i disabili nella vita di tutti i giorni e i loro tentativi di inserimento in un ‘normale’ contesto sociale.

Ti è mai capitato di subire pressioni nel tuo lavoro di giornalista?

Ma hai visto la mia faccia?

Hai ragione Gianluca, sembri dannatamente cattivo!

Parliamo della tua attività di scrittore. Hai scritto moltissimi racconti che compaiono in varie antologie. Una di queste, Carnevale di Sangue, contiene sette racconti di feste carnevalesche particolari svoltesi in Sardegna. Il libro è corredato da magnifiche foto. Come è nata l’idea di un libro illustrato?

‘Carnevale di sangue’ nasce come una catarsi, a livello personale, nel febbraio 2009. Un viaggio insieme a un mio amico fotoreporter in una terra ancora (per fortuna) selvaggia quale è la Barbagia. Qui abbiamo girovagato per i Carnevali barbaricini che sono qualcosa di assolutamente lontano rispetto all’immaginario collettivo carnevalesco, dove tutte le scene e le atmosfere sono lugubri e legate alla Madre Terra. Ne è nata una foto-fiction secondo me di grande impatto visivo e di straordinaria emotività, ma non potevo descrivere quei Carnevali come fossi un antropologo o un etnologo, così ho dato la stura alla mia fantasia di narratore, ambientando storie cupe e noir in contesti dove la goliardia è appena accennata, basti pensare che fino al 1700 in alcuni Carnevali si costruiva la pira per sacrificare lo scemo del villaggio e ingraziarsi il buon raccolto, anche perchè viviamo in un habitat agropastorale che ha custodito gelosamente ogni tradizione, esaltando figure mitiche come ad esempio l’accabadora. La Sardegna, almeno quella porzione sarda Della Barbagia, del Campidano e dell’Ogliastra, non può non rimanerti nel cuore, sebbene viva di molteplici contraddizioni rispetto all’attualità.

Veniamo al tuo ultimo lavoro: Molto prima del calcio di rigore. “Un romanzo politicamente e calcisticamente scorretto”. Spiegaci questa affermazione che si legge nella quarta di copertina.

L’ho definito così perché i protagonisti non hanno scheletri nell’armadio e se ce l’hanno li hanno sciolti nell’acido. E parlano senza fronzoli, col loro linguaggio anticonvenzionale, senza scie di miele e senza la diplomazia nel cuore, non facendo sconti a nessuno. Sono personaggi che amo e che definirei autenticamente veri. Quindi esprimono se stessi, con le parole e le azioni, attorno al mondo del calcio e al quotidiano, guardandolo senza ipocrisia.

Con Molto prima del calcio di rigore hai lasciato da parte la struttura dei racconti, che sembrava essere più conforme alla tua vocazione di giornalista, per misurarti con un romanzo lungo. E’ stato un passaggio naturale o piuttosto una sfida con te stesso?

Una prova. Forse una prova di maturità. Mente spudoratamente chi dice che scrivere un racconto è qualcosa di complicato, ancor più di un romanzo: o è in malafede o i romanzi che ha scritto sono frutto di un lavoro di un ghost writer. Un romanzo non si scrive, si confeziona: lo devi costruire a tavolino, con le sue sezioni, i suoi cliffhanger, i suoi personaggi che si sovrappongono e interagiscono, dove i buchi di sceneggiatura non sono ammessi e i personaggi devono avere una loro personalità. È un lavoro complesso ma straordinariamente affascinante seppure faticosissimo per l’intreccio. Poi, personalmente non amo i lavori intesi come fabula, non credo stimolino molto il lettore, preferisco in genere quei romanzi strutturati che superano in loro quella passività di cui devono scrollarsi di dosso quando si accingono a leggere un romanzo .

Si dice che ogni scrittore metta qualcosa di sé nei propri personaggi. Esaminiamo Marcello Calvisani, protagonista dell’ultimo romanzo, un giornalista che segue il Latina e lavora per un quotidiano locale. Dal profilo sembra autobiografico. In cosa Gianluca Campagna è diverso da Marcello Calvisani? E in cosa vorrebbe assomigliargli?

Marcello Calvisani è qualcosa che più di lontano da me esista. Forse gli somiglio per l’ironia che talvolta utilizza per descrivere le partite di calcio cui assiste intese come linguaggio universale o per la curiosità che possiede quando affronta la vita, per il resto no: è un uomo che si lascia travolgere dagli eventi, attende che sia il destino a mutare la sua esistenza e non il contrario, aspetta che la soluzione gli cada vicino e magari se succede si scansa anche. È più un testimone del suo tempo, senza però interagire coi fatti che gli accadono attorno, come succede spesso ai cronisti delusi dalla vita. Magari mi appartiene più l’altro protagonista del romanzo, lo chef detective Giuseppe Cavalcanti, nome mutuato da Pepe Carvalho, l’investigatore creato dalla penna di Manolo Montalbàn, il mio autore preferito insieme a Izzo: è cinico e romantico, nostalgico e menefreghista, caustico e sfrontato, impertinente e accomodante, o almeno spero che risulti tale. E poi ama le evoluzioni della tavola, abbraccia l’elevazione spirituale sotto forma di buone etichette ed è un convinto assertore che la salvezza del mondo è rappresentata dalle donne. Posso forse non cercare di emularlo?

Da donna auspico che tutti gli uomini gli somiglino un po’…

Sei l’organizzatore di una serie di Festival nella provincia di Latina che sono conosciuti e apprezzati a livello nazionale. Primo fra tutti Giallolatino che nel 2014 ha visto l’ottava edizione e di cui il nostro quotidiano ha divulgato il programma e le recensioni. Quali sono gli ingredienti per una iniziativa di successo?

A parte il sangue dell’organizzatore e dei suoi collaboratori…
Per allestire eventi del genere è necessario essere motivati da un’insana passione, frullata con una robusta dose d’incoscienza per il forte impegno che richiede un festival come Giallolatino, che tenta la carta del marketing territoriale oltre che quella della divulgazione culturale e letteraria. È un modo anche per creare pubblico, farlo crescere ed elevarlo, non soltanto dare la possibilità a sconosciuti o emergenti di testare non tanto le proprie capacità e il proprio valore quanto piuttosto di essere messi in contatto con autori già noti. E questa dovrebbe essere la mission di un festival o di un evento culturale: via le barriere architettoniche tra autore e pubblico, via i formalismi tra autori noti e quelli sfigati, per questo in Giallolatino ho puntato sull’intrattenimento e sulla convivialità, cercando di creare atmosfere familiari in cui interazione e comunicazione provano a dominare la scena. Gli scrittori affermati che credono di essere scesi dall’Olimpo e che si sono trovati per caso su questa Terra personalmente possono anche continuare a bere ambrosia. Noi, comuni mortali, cene faremo una ragione, significherà che continueremo a sorseggiare un robusto Lacryma Christi.

In Italia ci dicono che molti scrivono e pochi leggono. Un consiglio agli scrittori esordienti.

È verità vera. Il self publishing ha drogato in parte il mercato (tralasciando le case editrici travestite da tipografie, che rendono un pessimo servizio a se stesse e alla società), ma a volte è l’unica strada da percorrere per chi cerca di emergere in una giungla che conosce spesso solo quartieri altolocati, dove la referenzialità e l’autoreferenzialità dominano il panorama del mercato e chi vorrebbe imporre le proprie idee rispetto a una massa o a una nicchia che magari preferirebbero guardare altrove. Riporto fedelmente uno stralcio estratto da ‘Della Vita alle scene’ del commediografo stabiese Raffaele Viviani morto nel ‘50, che vale più di mille ragionamenti e consigli: «La lotta mi ha reso lottatore. Dicendo lotta intendo parlare, si capisce, non di quella greco romana che fa bene ai muscoli e stimola l’appetito, ma di quella sorda, quotidiana, spietata, implacabile che ogni giorno si è costretti a sostenere.
E la mia vita fu tutta una lotta: lotta per il passato, lotta per il presente, lotta per l’avvenire. Con chi lotto? Non col pubblico, il quale anzi facilmente si fa mettere con le spalle al tappeto, ma con i mille elementi che sono nell’anticamera, prima di giungere al pubblico. Parlo del repertorio, delle imprese, dei trusts, dei trusts soprattutto. Oggi come ieri, l’uomo di teatro è in lotta continua coll’accaparramento dei teatri di tutta Italia, i quali sono tenuti e gestiti da pochissime mani, tutte strette fra loro».glc firma libri

Ora qualche domanda stile Le Jene:

1. Ultimo libro letto

‘Trafficanti’ di Andrea Palladino, una cronaca sui traffici delle scorie tossiche da parte delle industrie europee nel Sud del mondo.

2. Ultimo film visto

‘La grande bellezza’ di Sorrentino, con colpevole ritardo, ma decisamente credo che sia un film sopravvalutato.

3. La tua vacanza ideale

Quelle che faccio: nel Sud del mondo, dove i luoghi e i sapori respirano e odorano di mediterraneità, dove immagino che ci sia ancora genuinità autentica anche nella gente che incontro.

4. La tua ultima vacanza

A Fuerteventura.

5. Le 3 cose che guardi in una donna

Gli occhi, le mani, l’atteggiamento.

6. Bionda o bruna?

Ma è una battuta? Amo il Mediterraneo…

7. Reggicalze o autoreggenti?

Nulla…

8. La cosa più folle che hai fatto per una donna

Portare tavolino e due sedie su un molo di un lago e d’accordo con un cameriere in livrea -assoldato appositamente- servirci una serie di antipasti e aperitivi che avevo preparato io in precedenza.

9. La cosa più folle che hai fatto in generale (fra quelle che si possono raccontare)

La corsa dei tori di Pamplona come mozo, cioè come corridore, come se poi scappare sui tetti dei palazzi da mariti gelosi non fosse stato in precedenza abbastanza pericoloso. O forse trovare la fuga sui cornicioni è stato un buon allenamento per fare l’encierro coi tori, che poi così incazzati con me non dovevano proprio essere.

di Patrizia Calamia

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