
Lo scorrere del tempo è inesorabile, non ha principio, né fine, fugge veloce e inarrestabile. Clessidre, orologi provano a misurarlo scientificamente, ma solo grazie alle nostre emozioni avvertiamo il volare del tempo quando ci divertiamo, e, al contrario, percepiamo gli attimi come eterni quando ci annoiamo o attendiamo. Eppure il susseguirsi delle stagioni crea un tempo ciclico non lineare, eterno e ripetitivo, ricco di rituali e miti che potremmo definire “l’eterno ritorno”.
Le Stagioni
La primavera, legata all’elemento aria, è sinonimo di leggerezza, creatività, risveglio; l’estate, dominata dall’elemento fuoco, rappresenta vitalità e pienezza, compimento dei progetti iniziati; l’autunno, invece, richiamando l’elemento acqua, simboleggia la stagione della raccolta, del bilancio; l’inverno, infine, associato alla terra, incentiva l’introspezione, che ci fa immergere nelle profondità del nostro Io, per prepararci ad un nuovo ciclo. Proprio le stagioni hanno ispirato il celeberrimo “prete rosso” veneziano, Antonio Vivaldi (1678-1741), che, nel 1725, pubblica, ad Amsterdam, quattro concerti con riferimento extra musicale nel titolo. Ogni stagione è evocata dal compositore attraverso appositi effetti sonori, ma anche con versi poetici, scritti dallo stesso Vivaldi posteriormente alla stesura dello spartito. Le Stagioni vivaldiane costituiscono il primo esempio della cosiddetta musica a programma, cioè di una musica descrittiva, in cui gli strumenti, dialogando tra loro, raffigurano il cinguettio degli uccelli con l’utilizzo di trilli, mordenti, rapide scale, o ancora lo scorrere delle fonti e “lo spirar dei zeffiretti”, con sinuose figurazioni di quartine e terze parallele dei violini e gli improvvisi temporali, descritti con frenetici ribattuti all’unisono.
L’Estate di Vivaldi
All’estate è dedicato il secondo dei concerti vivaldiani, che intona la narrazione della sua natura dinamica e potente nella tonalità di sol minore, affidandola alla profonda voce dei violoncelli, che si intreccia con gli acuti dei violini, rincorrendosi. Il violino solo, invece, imita il cuculo, tramite l’onomatopeico intervallo di terza discendente; interviene, poi, il canto lamentoso della tortora, reso combinando il cromatismo discendente con ampi salti sempre verso il grave, e il cardellino, che intona un frammento tratto da un altro concerto vivaldiano, intitolato proprio “Il Gardellino”. Il sopraggiungere del vento estivo preannuncia l’imminente arrivo di un temporale, reso dalle figurazioni rapide e ribattute di tutta l’orchestra. L’estate è anche il tempo del riposo umano, che spesso è disturbato da “mosche e mossoni”, il cui ronzio è descritto dai ritmi puntati dei violini. Il sonno man mano si fa più pesante e neppure il fragore dei tuoni riesce a interromperlo. Infine, il tempo impetuoso d’estate, arriva al suo culmine e si scatena fragorosamente in un rigoroso contrappunto musicale, con entrate a canone, che segna il via dell’esplosione della tempesta. Assistiamo a una progressione di stati emozionali, che, dalla languidezza, raggiungono l’impetuosità, avvolgendo l’ascoltatore in un climax di sensazioni, rese dalla scrittura musicale con effetti quasi visibili.
Il sogno estivo di Mendelssohn
Ancora più suggestiva e sospesa tra sogno e realtà, è l’atmosfera di un’altra composizione ispirata all’estate scritta da un giovanissimo Felix Bartholdy Mendelssohn (1809-1847), appena diciassettenne. Egli trasferisce in musica il fiabesco mondo, abitato anche da creature soprannaturali, della famosissima commedia di Shakespeare “Sogno di una notte di mezz’estate”. Nel 1826, nel tempo record di un solo mese, Mendelssohn crea un pezzo pianistico a 4 mani da suonare con sua sorella Fanny, talentuosa musicista, che poi orchestrerà e trasformerà in Ouverture, pubblicandola come op.21. Quindici anni più tardi, su commissione del re Guglielmo IV di Prussia, Mendelssohn accosta alla giovanile Ouverture altri tredici numeri, tra brani strumentali, vocali e melologhi, dando, così vita, alle musiche di scena del capolavoro shakespeariano. Mendelssohn, in aggiunta all’orchestra, impiegherà, anche due voci femminili soliste e un coro femminile. Il lieto fine dell’opera è magnificamente suggellato dalla più che conosciuta Marcia nunziale, che ancora oggi accompagna l’ingresso delle spose in chiesa, dopo essere stata scelta dalla figlia della Regina Vittoria per le sue nozze proprio con Guglielmo di Prussia, il 25 gennaio del 1858.
Un giorno per la Musica
La musica, insomma, non solo si è ispirata all’estate, ma già da lungo tempo, da più di un quarto di secolo, la onora in una giornata simbolo di questa stagione: il 21 giugno, cioè il solstizio d’estate, il giorno più lungo dell’anno, il giorno in cui il sole vince sulle tenebre. Questa data è considerata dall’astrologia il momento migliore per rivolgersi alla dimensione più profonda di sé stessi e ritrovare il contatto con la natura, celebrando un nuovo inizio, una rinascita, attraverso un vero e proprio bagno di note.
Foto di Frauke Riether da Pixabay


