
Il linguaggio tacito della santità intreccia forme sacre e narrazioni agiografiche. Per svolgere questa funzione la Chiesa, sin dalle origini, adotta un duplice codice: uno essoterico, limpido e immediato, accessibile a tutti; l’altro esoterico, velato, destinato a chi sa penetrare i significati più profondi. Ebbene, è proprio in questa duplicità che si rivela la vitalità del messaggio cristiano
Archetipi e simboli nella simbologia sacra: dall’universale al concreto
All’interno di questa cornice si colloca la distinzione tra archetipo e simbolo. L’archetipo, come spiegano Platone e Jung, è un modello primordiale, una matrice universale impressa nella coscienza collettiva, che resta pura e senza forma. La pace, la regalità, il caos o la luce appartengono a questo livello.
Il simbolo, invece, traduce l’archetipo in una figura concreta. La colomba e l’ulivo rendono percepibile la pace, il leone esprime la regalità, il drago incarna il disordine. Così, quando l’iconografia cristiana raffigura san Giorgio che uccide il drago, tutti colgono la vittoria sul male; chi sa andare oltre vi riconosce anche l’archetipo universale della lotta tra ordine e caos, riletto alla luce di Cristo. In questo passaggio dall’universale allo storico si manifesta già la capacità del cristianesimo di trasformare segni antichi senza spegnerne la forza originaria.
Segno, allegoria e metafora: altre vie del sacro
Ma il discorso non si ferma qui. La Chiesa, infatti, elabora anche altri strumenti per trasmettere il mistero. Come ricorda Agostino, ogni cosa visibile rinvia a un’altra realtà. Il segno, dunque, non si esaurisce in sé ma rimanda a un oltre: l’acqua del battesimo è elemento naturale, ma anche sorgente di vita nuova.
Su un piano più articolato agisce l’allegoria, che racconta ciò che la teologia formula in concetto. La Chiesa come nave guidata da Cristo nocchiero, immagine cara ai Padri, parla in modo immediato ma consente anche una lettura più profonda a chi riflette sulla traversata dell’anima. Diversa ancora è la metafora, che concentra in una formula poetica un intero universo teologico. Quando Agostino chiama Cristo “medico delle anime”, l’immagine risulta chiara, ma apre anche a meditazioni più raffinate sul rapporto tra grazia e guarigione interiore.
Attributi, reliquie e narrazione: riconoscere e partecipare
Accanto a questi livelli concettuali, la tradizione cristiana sviluppa forme concrete che uniscono il visibile e l’invisibile. Nelle arti figurative, l’attributo è il segno che identifica il santo: la graticola di Lorenzo, la palma dei martiri, il libro dei dottori. È un linguaggio immediato e mnemonico, che permette anche ai più semplici di riconoscere la figura sacra.
La reliquia, invece, non rimanda soltanto: partecipa. Rende presente il corpo che ha vissuto la fede, stabilisce un contatto tangibile con il mistero e invita a un rapporto personale.
A questi due strumenti si affianca la narrazione agiografica, che restituisce la trama di una vita, con i suoi miracoli e le sue prove. L’attributo concentra in un segno l’identità spirituale; la narrazione racconta e fa memoria; la reliquia custodisce e rende presente. Insieme, queste tre vie compongono una pedagogia completa, capace di intrecciare immediatezza e profondità.
Le arti come linguaggi paralleli
Oltre a segni e reliquie, anche le altre arti si fanno veicolo del sacro. L’architettura diventa catechesi silenziosa: la basilica orientata verso l’alba, la pianta a croce che racchiude il mistero pasquale, le vetrate che filtrano la luce come segno della grazia.
La pittura e il mosaico traducono gli archetipi in immagini tangibili: le absidi decorate diventano cieli aperti, le icone fissano uno sguardo eterno che non rappresenta ma rende presente. La musica liturgica, infine, aggiunge un ulteriore registro: il canto gregoriano introduce in una dimensione atemporale, mentre la polifonia rinascimentale spalanca orizzonti cosmici. Così il cristianesimo parla a tutti i sensi, coinvolgendo la comunità in un’esperienza estetica e mistica insieme.
Catechesi e memoria: la sapienza medievale
Non sorprende, dunque, che Gregorio Magno affermi: “ciò che la Scrittura trasmette a chi sa leggere, la pittura lo mostra all’analfabeta”. Nel Medioevo questa intuizione trova piena realizzazione. L’immagine diventa catechesi universale: la palma racconta il martirio, le chiavi di Pietro il primato apostolico, la croce missionaria di Francesco Saverio la diffusione del Vangelo.
Il linguaggio visivo unisce immediatezza e profondità, offrendo un terreno comune in cui liturgia e vita quotidiana si intrecciano, senza bisogno di distinguere continuamente tra popolo semplice e dotti.
Le fonti e la tradizione: dalla Scrittura alla Legenda Aurea
Per comprendere la solidità di questo impianto basta tornare alle fonti. L’Antico Testamento offre immagini destinate a divenire archetipi: il leone di Giuda, la vite feconda, la roccia che stilla acqua. Il Nuovo Testamento arricchisce l’eredità con l’agnello immolato dell’Apocalisse, la colomba dello Spirito e le fiamme della Pentecoste.
Nel Medioevo questa trama si consolida grazie alla Legenda Aurea di Jacopo da Varazze, che raccoglie e ordina le vite dei santi intrecciando narrazione, allegoria e segno. Da quel repertorio attingono predicatori e artisti. Giotto rompe la bidimensionalità bizantina per introdurre la storia concreta, mentre Beato Angelico fonde contemplazione e didattica, facendo dell’immagine un esercizio spirituale non solo per il clero ma anche per i fedeli.
Una domanda per il presente
Guardare oggi alla simbologia dei santi significa non fermarsi alla superficie, ma chiedersi perché sia stato così importante distinguere tra ciò che è immediato e ciò che è nascosto. La risposta sta nella capacità della Chiesa di rivolgersi a comunità diverse senza dividerle, offrendo chiavi semplici a chi cerca un segno diretto e strumenti più raffinati a chi desidera approfondire.
Questa scelta, lungi dall’essere secondaria, plasma l’immensa ricchezza dell’arte cristiana che ancora oggi ammiriamo. Se quelle opere ci emozionano non è solo per la loro bellezza formale, ma perché custodiscono un messaggio che sa rivolgersi a ciascuno secondo la sua misura. Ed è in questa duplice voce, essoterica ed esoterica, che la santità rivela la sua attualità e la sua forza.
Foto di Dominique Devroye da Pixabay
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