Ci risiamo, periodicamente, come i cani abbandonati d’estate o le diete post bagordi natalizi, si torna a parlare di “derivati ” e della loro pericolosità. In particolare, questa volta, lo spunto deriva da una relazione del MEF sul Debito Pubblico trasmessa alla Corte dei conti.
La relazione, applicando la valutazione di mercato attuale, il c.d. mark to market, indicherebbe una potenziale perdita, qualora i contratti si dovessero “chiudere” (risolvere) anticipatamente rispetto al giorno della loro naturale scadenza, di circa otto miliardi di euro; il doppio della somma necessaria a compensare le necessità di cassa derivanti dall’abolizione dell’IMU sulla prima casa.
Le notizie di fonte istituzionale che circolano al momento, dicono che si tratti di derivati di tasso e di cambio destinati a “proteggere” da eventuali rischi di fluttuazione degli stessi. Contratti derivati quindi, stipulati, negli anni novanta e “ristrutturati” nel 2012, aventi esclusiva finalità di copertura.
Si tratterebbe di contratti non collateralizzati ovvero privi di garanzia la cui “ristrutturazione” (modifica di alcuni parametri quali scadenze o tassi applicati) deriverebbe dalla necessità avvertita dalle banche contraenti di cercare di ridurre il peso del rischio paese Italia nei loro portafogli all’epoca del record negativo toccato dal differenziale tra il BTP Italiano e il Bund Tedesco a fine (ultimo quarto) 2011. In altre parole, le banche contraenti, già molto esposte nei confronti della controparte “Italia”, in assenza delle ristrutturazioni dei contratti in essere, non avrebbero potuto sostenerne l’ulteriore rischio di default nelle delicatissime collocazioni di nuovo debito legate alle emissioni di titoli sovrani.
Immediatamente è partita la corsa alla citazione ritenuta più efficace ovvero quella di Warren Buffet che ha paragonato i derivati ad armi di distruzioni di massa. Rispondendo con la stessa moneta delle ovvietà a buon mercato ed assumendo per astratto il poco lusinghiero paragone, potremmo replicare con le “immortali” parole di Charlton Heston, già presidente dell’americana National Rifle Association, che dichiarò: “Non ci sono armi buone. Non ci sono armi cattive. Un’arma nelle mani di un uomo cattivo è una cosa cattiva. Un’arma nelle mani di un uomo buono non è una minaccia per nessuno. Eccetto che per gli uomini cattivi“.
Pur non condividendone assolutamente la filosofia sottostante, se, tuttavia, dovessimo proprio scegliere tra le due, riterremmo più calzante al tema in questione l’affermazione dell’indimenticato interprete di Ben Hur.
Certamente vi sono situazioni in cui l’uso dei contratti derivati assume una valenza assicurativa ed altre in cui l’intento speculativo e la connotazione della scommessa sono certamente più marcati. Vi sono poi delle aree grigie in cui le finalità, di protezione da rischi o all’opposto speculative, non sono così nette, ma si prestano comunque al raggiungimento di scopi specifici, ad esempio, ottenere liquidità di cassa in un determinato arco temporale. In buona sostanza una sorta di finanziamento mascherato. Questo sarebbe proprio il caso cui ricondurre almeno alcune delle operazioni in questione il cui fine ultimo, si ritiene, sarebbe stato all’epoca quello di favorire l’Ingresso del nostro paese nell’area della moneta unica europea.
Analogamente esempi simili possiamo trovarli anche nei contratti derivati stipulati negli scorsi anni da molti enti locali e territoriali che contando su introiti up-front (immediati) da parte delle banche contraenti, facevano fronte ad immediate esigenze di liquidità e rimandavano nel tempo o limitavano temporaneamente l’entità degli importi a loro carico nei confronti delle banche lasciando poi che il maggior onere ricadesse sugli esercizi futuri e, soprattutto, sulle amministrazioni che si sarebbero succedute negli anni a venire.
Le recenti rassicurazioni fornite dal Ministro Saccomanni in merito alla assenza di perdite con conseguente aggravio dei conti pubblici, ove non supportate da una totale trasparenza sulle caratteristiche di tali contratti, lasciano per il momento ampio spazio a più che legittimi dubbi al riguardo.
di Marco Bartolomei
foto: Derivati Pro

