Carissimi, con la domenica di Cristo Re dell’Universo chiudiamo l’anno liturgico. Questa solennità fu istituita da Pio XI nel 1925. Si stabilì che tale celebrazione si svolgesse a conclusione del mese missionario, l’ultima domenica di ottobre ma la riforma liturgica del Concilio Vaticano II la fissò all’ultima Domenica dell’anno liturgico, proprio per sottolineare che la Redenzione e il corso della storia hanno il loro coronamento più alto nel trionfo di Cristo, disceso dal cielo in terra per instaurare il suo Regno di giustizia e di pace. Anche se di istituzione recente, la festa di oggi trova le sue origini nella Sacra Scrittura e nella teologia.
L’appellativo di “re”, denominazione che nel Vangelo è utilizzata in riferimento a Gesù, è molto importante perché ci offre una lettura completa circa la sua identità e la sua missione terrena. A tal proposito, possiamo notare nel testo come il termine “re” sia soggetto ad una progressione: si parte, infatti, dall’espressione “re dei Giudei” per giungere così a quella di “re universale”; una rivelazione questa, che certamente va molto al di là delle attese del popolo ebraico, il cui anelito era solo quello di accogliere un re-messia che avrebbe sconfitto la dominazione romana con le armi e con la guerra. Al centro di questa singolare rivelazione di Gesù Re, si pone a pieno titolo il suo mistero di morte e risurrezione. Quando Gesù è crocifisso alcuni lo deridono: “È il re d’Israele – dicono – scenda ora dalla croce e crederemo in lui” (Mt 27,42). In realtà, si consegna spontaneamente al patibolo perché Gesù è il Figlio di Dio e così la croce può rappresentare il segno paradossale ed eloquente della sua regalità, il segno che, infine, richiama la vittoria di Dio sul peccato dell’uomo.
Quindi, è offrendo se stesso con il sacrificio della croce che Gesù diventa il Re universale e più tardi sarà Egli stesso a dichiararlo ai discepoli, apparendo loro dopo la risurrezione: “A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra” (Mt 28,18). Ma come dobbiamo leggere il “potere regale” di Gesù? Certamente non è il potere dei re della terra ma è il potere divino di dare all’uomo la vita eterna, di liberarlo dal male, di consegnargli una speranza anche nel buio più fitto e di distruggere definitivamente la morte e le sue nefaste conseguenze. È il dolce potere dell’Amore, che sa far nascere il bene anche da una situazione di male, che sa intenerire i cuori più induriti e che reca la pace nei conflitti più duri. Il Regno di Cristo, carissimi, non si impone mai perché il Signore, a differenza dell’uomo, sa rispettare sempre la nostra libertà e Cristo è venuto nel mondo per “rendere testimonianza alla verità” (Gv 18,37), come Egli stesso affermò davanti a Pilato.
Dinanzi alla verità è necessario che ognuno di noi opti per una scelta: “chi voglio seguire: Dio, il male, la verità, la menzogna?” Accogliere la causa di Cristo non ci garantirà il successo inteso alla maniera umana ma certamente ci darà quella pace e quella gioia che questo mondo, corrotto e perverso, spesso rifiuta anche di conoscere. Lo dimostrano, in ogni epoca, tanti uomini e tante donne che, nel nome di Gesù e della sua sacrosanta causa, si sono opposti in maniera risoluta e determinata alle perverse logiche del potere terreno e talvolta lo hanno fatto anche con il sacrificio della loro stessa vita. Una causa che con lo strumento dell’Amore intende perseguire solo il trionfo della verità. Capiamo, quindi, che il senso e il valore della vita dell’uomo si decide nel rapporto con Gesù Cristo e il rapporto con Gesù Cristo si decide attraverso la qualità delle relazioni che instauriamo quotidianamente con i fratelli. Perciò, penso sia doveroso che al termine di quest’anno liturgico, alla luce dello Spirito Santo, tracciamo un breve bilancio della nostra vita cristiana che ci faccia riflettere seriamente sul tenore della nostra fede.
Per un attimo, andiamo indietro nel tempo, a Gerusalemme, nella sera del giovedì santo: “Ut unum sint”, “perché siano una cosa sola”. Questa fu la preghiera sofferta che nel Cenacolo Gesù innalzò al Padre per i suoi discepoli; ed in questa preghiera viene anticipato ciò che successivamente l’uomo ha realizzato nel tempo: la divisione. Ci si è divisi come figli disobbedienti e ci si divide ancora oggi, perché la gioia di far parte del suo Regno non rientra più nei nostri piani. Perché? Forse siamo molto attaccati alla nostra indipendenza che spesso ci fa dire che nessuno, mai e poi mai, “deve regnare” sulle nostre scelte o azioni. A volte siamo come il Ponzio Pilato del Vangelo che pensa il Regno di Gesù alla maniera umana, un regno cioè, che sarebbe stato inaugurato dalla mobilitazione di eserciti e dallo sfoggio di armamenti.
Carissimi, già l’Angelo Gabriele nel silenzio della casa di Nazaret preannunciò a Maria che Gesù avrebbe ereditato un Regno e che il Cristo grazie al suo sì avrebbe occupato il trono di Davide (cfr Lc 1,32-33). Fu Maria, per prima, che ebbe la grazia di accogliere il grande mistero dell’amore, domandandosi certamente che tipo di regalità fosse quella di Gesù. Lo comprese solo successivamente, attraverso la preghiera, l’ascolto delle sue parole e soprattutto partecipando intimamente al mistero della sua Passione. Maria aiuti anche noi a seguire Gesù e a renderGli testimonianza con una condotta cristiana vissuta nella verità, nella giustizia e nella pace.
Fra’ Frisina
Foto: unafides33.blogspot.it

