
Ogni tanto riaffiora inutile e scontata la polemica fra fascismo e antifascismo: dico inutile e scontata perchè nessuna persona ragionevole e di retto sentire può rimpiangere il ventennio.
Per me, uomo anzianissimo, che ha vissuto il clima fascista da ragazzo e da giovanissimo, pare quasi doveroso riproporre aspetti apparentemente marginali di quella operazione politica e di quella condizione civile. Marginali ma non per questo meno significativi a testimoniare una deriva di civiltà.
Ci ho pensato giorni fa ascoltando un concerto di cori alpini e quindi riproponendo a me stesso la misteriosa saggezza dei canti popolari. Ho ricordato le canzoni del tempo di guerra che avevo sentito e cantato a scuola e durante le noiosissime “adunate”, ed è stato inevitabile il confronto fra quelle del 15-18 e quelle del 40-45:
Le canzoni del più lontano periodo erano spontaneamente popolari. Un ignoto genio poetico le aveva inventate, una folta schiera di gente comune le aveva fatte proprie.
Cosa dicono le parole?
Sono invettive contro la guerra, la strage dei giovani, l’insensatezza della ragion di Stato, ma soprattutto intrise di dolore e di pietà.
Qualcuno ricorda “Tapum”?
“dietro al fronte c’è un cimitero
cimitero di noi soldà”
E “La tradotta”?
“la tradotta che parte da Torino
a Milano non si ferma più
ma la va diretta al Piave
cimitero della gioventù”
E insieme al senso (o al non senso) della tragedia, la tenerezza degli affetti e dei ricordi:
“Cara suora son ferito
A domani non ci arrivo più
se tu incontri la mi mamma
questo fiore glie lo porti tu”
Le parole degli anni ’40
Altra cosa sono le canzoni del ’40. Non c’è origine spontanea e meno che mai popolare. Sono state pensate e scritte a scopo di propaganda. Come tali sono state imposte e fornite ai disperati combattenti, e sono (uso un presente storico) false e inutili.
Dileggiano un nemico che alla fine diverrà alleato.
Blandiscono l’alleato (camerata Richard) che si trasformerà in nemico.
Celebrano la certezza della vittoria contro l’evidenza di continue sconfitte.
“Coglieremo la vittoria Duce o l’ultimo respir”
“Del nemico e delle avversità (il combattente) se ne frega perchè sa che vincerà”.
Le parole ricorrenti sono: nemico, vittoria e gloria.
Con disprezzo della realtà bellica e della sofferenza (ed intelligenza) degli Italiani, l’Eiar le propone ad ogni ora insieme alle vacuità della musica leggera di Tonino Rabagliati.
In questo clima mi parve di leggere non già soltanto un cambio di regime ma una perdita di dignità umana e sociale.
Immagine creata con I.A.

