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“Quanto insondabili sono i suoi giudizi e inaccessibili le sue vie” (Rm11, 33-36). Queste parole dell’Apostolo Paolo tentano di avvicinarsi al Mistero di Dio, imperscrutabile per la mente dell’uomo, inaccessibile a causa della sua fragilità. Poche e semplici battute, espresse nella seconda lettura di questa domenica, ma che risultano essere il commento più eloquente alla pagina evangelica di oggi (Mt 16,13-20). Infatti, il Maestro chiede ai suoi discepoli che cosa dice la gente sul suo conto e le risposte risultano essere varie: per alcuni Gesù è Giovanni Battista ritornato in vita, per altri è uno degli antichi profeti. Quindi, rivolge la stessa domanda ai suoi migliori amici: “Voi, chi dite che io sia?” Pietro prende la parola e a nome di tutti esclama: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”. Una confessione di fede che racchiude parole inconfessabili per la rigida mentalità ebraica di quel tempo. Tuttavia, ciò che dice Pietro, fino a quel momento chiamato Simone, è esatto: Gesù di Nazaret, l’uomo che hanno incrociato qualche tempo prima presso il lago di Genezaret, mentre riassettavano le reti della pesca, è davvero il Figlio di Dio, il Messia atteso da secoli, “l’inviato sulla terra” dal Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe. La risposta, sì, è esatta e nello stesso tempo eclatante, tanto che un povero uomo fatto di carne e di sangue, non può averla né compresa e né proferita da sé stesso. “Beato sei tu, Simone figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli”, e Gesù aggiunge: “Io ti dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa”. Per la prima volta Gesù nel Vangelo parla esplicitamente della “sua Chiesa”, momenti salienti che ne prefigurano la nascita, frangenti indimenticabili per l’Apostolo pescatore chiamato a ricevere una missione importante, particolare, originale, singolare che stravolgerà tutta la sua vita: divenire il fondamento della Chiesa cioè, lo strumento scelto e privilegiato dal Signore per portare agli uomini di tutti i tempi il messaggio di salvezza, annunziato dai profeti ed atteso da molti secoli. In seguito a questo piano inaspettato che il Maestro consegna fiduciosamente al principe degli Apostoli, Simone diventa ‘Kefa’, che in ebraico significa “roccia”, la stessa roccia che Gesù aveva già menzionato in un altro momento. Pietro, infatti, rappresenta quella roccia sulla quale l’uomo saggio costruisce la sua casa: “cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ma essa non cadde, perché era fondata sulla roccia” (Mt 7, 24-25). Parole profetiche nelle quali, se riflettiamo attentamente, vengono prefigurate le tante vicende burrascose che, fino ad oggi, senza minimamente far crollare la Chiesa, hanno investito i duemila e più anni di Cristianesimo. Un dato importante questo, soprattutto confortante per coloro che riconoscono nella Chiesa la famiglia d’appartenenza, la propria casa. Ma continuando a meditare la pagina evangelica ci si accorge come a sostegno incrollabile di questo grande edificio Gesù abbia scelto non un uomo dalle grandi risorse, non una guida sicura e affidabile, non un manager intraprendente ma tutt’altro: un semplice pescatore. È il Vangelo stesso a presentarci in alcune pagine singolari le debolezze di Pietro: un uomo non tanto istruito; un sempliciotto, i cui orizzonti non oltrepassavano il laghetto utilizzato per pescare; un pio ebreo che come tanti saliva al Tempio per pregare; un uomo dal carattere impulsivo, capace di slanci generosissimi e nello stesso tempo molto fragile: ricordiamo l’episodio accaduto nell’orto degli ulivi, quando estrae la spada per impedire l’arresto di Gesù, e quello verificatosi nel cortile del sommo sacerdote, quando nega persino di conoscere Gesù. Proprio un uomo così doveva essere il fondamento della Chiesa? Perchè Gesù non ha designato un altro Apostolo più colto, più intraprendente, più diplomatico? La risposta è semplice: la Chiesa non si regge per l’intelligenza dell’uomo, non per la sua forza, la sua abilità, ma cammina nel tempo e nella storia guidata dalla volontà di Dio e dalla sua grazia. Carissimi, la liturgia di questa domenica ha un messaggio chiaro per tutti, piccoli e grandi, bianchi e neri, colti e meno colti: solo Gesù è il Cristo, il Figlio del Dio vivente! E lo gridiamo con la certezza che Egli è il vero “tesoro” per il quale vale la pena scommettere la vita e sacrificare tutto; Gesù è il solo amico che mai ci abbandona perché conosce bene i desideri più intimi del nostro cuore. È il compagno di viaggio che si mette sulla nostra strada e sui nostri passi per soddisfare la sete di vita e di amore che abita nel cuore dell’uomo. Potessimo accogliere generosamente questo messaggio e viverlo in tutta la sua bellezza nel corso delle nostre giornate. Certamente avremmo gioia e pace! Riappropriamoci della nostra missione che è la medesima rivelata da Gesù a Pietro; quella cioè, di portare tutta l’umanità a Cristo e con Cristo formare un’unica e grande famiglia. La Chiesa non si identifica mai attraverso una sola nazione o cultura; quella di Cristo è la “Chiesa cattolica” cioè, di tutti i popoli ed è proprio tra i fratelli che siamo chiamati a portare Cristo vivo e presente, soprattutto tra coloro che sono segnati da divisioni e contrasti; costoro, più di ogni altro, hanno bisogno della pace di Dio e della forza del suo amore. Dinanzi a questa responsabilità non ci resta che sostenerci reciprocamente con la preghiera: attraverso la nostra testimonianza, possa Cristo risplendere in quest’epoca buia. Ci aiuti Maria che fiduciosi vogliamo invocare come Madre della cristianità e Stella luminosissima della nuova evangelizzazione. Amen.
Frà Frisina
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