La crisi dell’euro ha rivoluzionato la politica europea. Da una parte i tradizionali partiti politici trovano difficoltà nell’affermarsi in maniera credibile; dall’altra alcuni Paesi sono stati relegati alla periferia dell’Europa. Secondo molti analisti, l’Europa uscirà dalla crisi, nel momento in cui riuscirà a reinventarsi, trovando soluzioni comuni, ma solo dopo aver compreso come la crisi stessa stia influenzando la vita dei cittadini europei.
Ma cos’è realmente l’Unione Europa? Molti pensano all’Unione europea come una sorta di “United States of Europe”, su modello USA. Un grande immenso Stato di cui tutti si dovrebbero sentire parte. Ma in realtà questo non è assolutamente vero. Analizzando infatti il sistema Europa, è evidente come l’Europa sia composta da 27 Stati membri, ma alla luce dei fatti non vi sia assolutamente una unione politica tantomeno culturale. I lavori del Parlamento Europeo e delle varie Commissioni dimostrano come si operi, più per ottenere benefici per il proprio Paese, che per cercare un’ effettiva collaborazione tra Paesi.
E’ evidente come il centro decisionale non sia Bruxelles, ma Berlino, che nei fatti ha il potere decisionale sull’economia, e quindi stabilisce le regole economiche sotto cui tutti i Paesi membri chi più chi meno sono costretti ad assoggettarsi. L’esperienza della Grecia, con un debito pubblico alto per il Paese, ma sostanzialmente ininfluente per le economie più forti, ha rappresentato un duro monito, verso i paesi economicamente più deboli, con alti debiti pubblici, che alla fine, ne avevano garantito un certo sviluppo economico e sociale,perché si adeguino a politiche economico finanziarie “dure” decise altrove.
La crisi greca, spagnola italiana, irlandese sono dimostrazioni che un potere economico sovranazionale, si sta imponendo in Europa a cui tutti gli Paesi si devono sottomettere, anche a costo di arrivare a “macellerie sociali”. Molti analisti parlano non più solo di una crisi bancaria e finanziaria, ma anche di una vera e propria crisi economica, che ha raggiunto una dimensione politica, tutta interna agli stati membri, con il determinarsi di una strisciante crisi tra gli stati membri stessi, che si traduce nei fatti verso una differente posizione politica degli stati all’interno dell’Europa.
La conseguenza più evidente e come le élite politiche tradizionali stiano subendo forti pressioni dalla nascita di nuove forze politiche che raccolgono consensi tra movimenti di stampo populista contrari sostanzialmente all’Europa. Se si parlava di integrazione tra Stati, in realtà, come era facile prevedere, questa sta fallendo, o comunque si è molto rallentata, aumentando la divisione, tra i paesi, tra il centro e la periferia dell’Unione, con paesi che una volta si consideravano cuore dell’Europa es. Italia Spagna mentre ora sono esclusi dal processo decisionale europeo.
A questi vanno aggiunti Stati come la Finlandia, la Grecia il Portogallo, l’Irlanda che sono ormai considerati il gruppo dei “losers”. L’assenza degli inglesi ha fatto si che il entro decisionale europeo si stia frammentando tra due grandi poli, tra Parigi e Berlino e alcuni stati membri avanzano proposte individualiste per la risoluzione della crisi. Questo comporta un ulteriore dato. Nonostante infatti si parli sempre di più di “Unione Politica Europea ”, non vi è ancora una visione condivisa di integrazione europea.
Questo lo si registra in maniera netta nella politica estera, dove l’Unione Europea resta legata alle politiche estere di singoli Stati, esempio lampante l’IRAQ o la Siria, al ruolo della Nato, senza vere chiaro quali strategie politiche internazionali mettere in atto, in maniera comune, proprio per la differenza di interessi e di strategie. Comincia in Europa a serpeggiare un forte malcontento, sempre più marcato, verso un sistema economico finanziario che non sembra tenere conto delle reali esigenze delle popolazioni.
Aumentano, gli “Euroscettici” che fin’ora sono stati rappresentati da movimenti di protesta, molto rumorosi ma poco strategici, anche se la loro presenza inizia a raccogliere consensi e a costringere i partiti tradizionali ad accettare accordi di “coalizioni” che fino a pochi anni fa erano impensabili. La moneta unica sembra il grande male e molti chiedono di tornare alle vecchie monete. Forse non sarà possibile o forse si. Il dibattito è aperto.
In assenza di una Banca centrale Europea, che apporti correttivi e distribuzione dei finanziamenti che tengano conto delle situazioni economiche degli Stati membri, si resta bloccati in un approccio esclusivamente finanziario, che genera sperequazioni, e speculazioni. Quello che manca all’Unione Europea è una politica condivisa non solo a livello finanziario ed economico, ma soprattutto a livello sociale.
In assenza di una politica che rispetti i bisogni di tutti, è la finanza che comanda, quindi il potere di alcuni, condizionerà sempre le scelte di altri. La storia insegna che in Europa ci sono stati grandi imperi e regni, con guerre e pacificazioni, ma non c’è mai stata una vera unione sociale e culturale e di questo bisogna tenerne conto.
di Gianfranco Marullo
foto: datamanager.it

