Antimafia: Arrestati due funzionari della polizia di Vibo collusi con la ‘ndrangheta

diaLa DDa di Catanzaro, composta da Vincenzo Antonio Lombardo, dal procuratore aggiunto Giuseppe Borrelli e dal pm Simone Rossi, dopo aver monitorato per mesi i vertici degli apparati statali nell’ambito dell’inchiesta “Purgatorio”, ha arrestato l’ex capo della Squadra Mobile di Vivo Valentia, Maurizio Lento (attualmente in servizio alla Questura di Messina), l’ex vice-capo della Mobile di Vibo, Emanuele Rodonò (attualmente in servizio a Roma) e Antonio Carmelo Galati, il legale di alcuni esponenti del clan Mancuso di Limbaldi.

Gli uomini sono stati rinchiusi nel carcere militare di Santa Maria Capua Vetere (Caserta). Le indagini, iniziate nel 2011, erano state effettuate dal Ros dei carabinieri, all’epoca dirette da Giovanni Sozzo, e della squadra mobile di Catanzaro, capeggiata da Rodolfo Ruperti, predecessore di Lento a Vibo. Indagato pure Antonino Wladimiro Pititto, 44 anni, di Vibo Valentia. Il poliziotto, in servizio nella locale Questura, sarà interrogato in mattinata dal magistrato distrettuale Abigail Mellace (il Gip intanto ha disposto la sospensione dell’esercizio di pubblico ufficiale).

Per lui pesa l’accusa di “rivelazione di segreti d’ufficio” poiché fra il 2009 ed il 2011 avrebbe rivelato all’imprenditore ed ex consigliere provinciale di Vibo, Aurelio Maccarone, di un’informativa di reato nei confronti di un membro della famiglia Maccarone, redatta dal Gico della Gdf di Milano. La Procura antimafia ha ipotizzato per i due funzionari di polizia invece “il reato di concorso esterno in associazione mafiosa”, poiché avrebbero fornito ad Antonio Galati, informazioni su indagini in corso, come evidenziato nell’ordinanza di custodia legale in cui si legge che sarebbe stato in grado “di interagire con pezzi importanti dello Stato”.

Nell’ordinanza si legge ancora che i poliziotti sono rei”, di non avere trasmesso all’autorità giudiziaria segnalazioni che avrebbero potuto portare in carcere alcuni dei potenti boss della cosca e di avere indirizzato l’intera attività investigativa nei confronti delle cosche avverse a quella dei Mancuso allo scopo di rafforzare quest’ultima attraverso l’eliminazione dei suoi rivali”. Utile precisare infatti che dal 2009 al 2011, durante la reggenza di Lento, la Mobile non ha praticamente svolto indagini di sorta sulle cosche calabresi, anzi-si legge- è stata “completamente omessa l’effettuazione di qualsivoglia attività d’iniziativa finalizzata anche al solo controllo del territorio”.

 A conferma di ciò è emerso che “l’ingegnere” Pantaleone Mancuso, il boss chiamato anche “vetrinetta” sarebbe stato controllato l’ultima volta nel 2008, quando era emersa la sua violazione degli obblighi su di esso incombenti.

Ciononostante, sebbene le evidenti infiltrazioni della ‘ndran­gheta praticamente in tutti i settori e a dispetto delle innumerevoli segnalazioni giunte alla Sco di Vibo, il clan dei Mancuso ha continuato a estendere i tentacoli indisturbatamente in Toscana, Umbria e Lazio (A Civitavecchia gli uomini della cosca erano interessati a costruire una centrale Enel, oltre che alle truffe e al traffico di droga). In tutto questo tempo la Mobile ha sonnecchiato.

di Simona Mazza

foto: solonotizie24.it

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