Mulholland Drive: quando “perdersi” è meraviglioso  

Mulholland Drive

Una donna è in una macchina con due uomini nel profondo della notte. Sfugge a un tentativo di omicidio grazie a un incidente stradale, nel quale perde la memoria. Chiede aiuto a Betty, aspirante attrice arrivata a Hollywood, per recuperare i suoi ricordi. In parallelo, la storia si intreccia con le disavventure di un giovane regista.

Il film del secolo?

Concepito come episodio pilota di una serie che si sarebbe dovuta realizzare (a pochi anni dal successo della storica serie tv “Twin Peaks”), il progetto fu rifiutato dalla ABC, che lo giudicò troppo lento ed enigmatico. Grazie all’aiuto di StudioCanal, Lynch riuscì tuttavia a girare altre scene e farne un lungometraggio.

Nel 2016 Mulholland Drive è stato eletto il miglior film del XXI secolo, secondo un sondaggio condotto su 177 critici di tutto il mondo. Ha vinto il premio per la miglior regia a Cannes, ex aequo con “L’uomo che non c’era” dei fratelli Coen, altro capolavoro. 

La pellicola, parafrasando Lynch, è un meraviglioso “viaggio nella città dei sogni”, un sapiente miscuglio di generi, un viaggio onirico in cui immagini surreali, spaventose, dramma, commedia grottesca, thriller e horror si mescolano tra loro.

L’inizio, ambientato in una strada buia, su cui scorrono i titoli di testa, già dà una dimostrazione della bellezza della fotografia dell’opera, e della musica atmosferica che l’accompagna. Il tutto è unito da un montaggio capace di immergerti nell’universo cinematografico come Lynch e pochi sanno e hanno saputo fare nel XXI secolo.
Anche la recitazione è di alto livello, a partire da una sorprendente ed emozionante Naomi Watts, a un’ammaliante Laura Harring, fino a un ottimo Justin Theroux, efficace nel rendere questo personaggio vittima degli eventi.

Profondo ma incredibilmente divertente 

Il regista di Missoula intreccia diverse vicende, ma collegate (chiaro segno della sua originaria natura di apertura di una serie). L’insieme sembra incompiuto, e potrebbe apparire disorientante, ma alimenta solo il mistero del racconto. Lynch tratta agilmente vari temi: il cinema, e la natura di Hollywood, l’amore, l’identità e la sessualità, in un caleidoscopio di immagini e suggestioni travolgenti.

La sua natura di opera più lineare, rispetto alle altre due parti della “trilogia”, permette a Lynch di approfondire le suddette questioni. Viene dunque meno la complessità di quello che teoricamente sarebbe un “intreccio”, ancora più “onirico” e “complesso”. Il regista concentra l’orrore in poche ma terrificanti scene, e nel frattempo dialoga col noir, con il gangster movie, con il grottesco e la commedia.

Mulholland Drive è l’opera in cui si sommano l’intera filmografia e l’esperienza di Lynch, non che altri suoi lavori non siano al medesimo livello, ma questo forse è quello in cui tutto raggiunge il suo equilibrio. Ci sono dei nuclei tematici molto forti. Lo stile riesce a unire inquadrature ricercate ma più classiche, e lo sperimentalismo del primo e dell’ultimo film dell’autore. Lynch infatti (come solito soprattutto nell’ultima parte) riesce a creare la sensazione di una macchina da presa immersa nel vuoto, uno spazio angosciante senza aria dove si svolgono le vicende. La narrazione è contorta ma non troppo, è il film più facile (e lineare) della “trilogia onirica”, con “Strade perdute” del 1997, e “Inland Empire” del 2006.

Referenze cinematografiche 

Lynch sceglie di muoversi partendo direttamente da due film, “Persona” del 1966, di Ingmar Bergman, e “Viale del Tramonto” del 1950, di Billy Wilder, due capolavori dai quali si emancipa e crea un lavoro di eguale valore.
Da Bergman ricava l’onirismo. Il sogno, quindi una finzione, smaschera la realtà, e fa emergere le contraddizioni e le fragilità del personaggio. Mentre “Persona” è una fredda e cinica analisi dell’essere umano, quasi un referto medico, il lungometraggio di Lynch è un thriller coinvolgente, ma non meno profondo. Alla potenza delle parole si sostituisce la potenza delle immagini.
Da Wilder prende il titolo, che, come il film del 1950, si riferisce a una strada di Los Angeles, Mulholland Drive (tra l’altro all’inizio il personaggio della Harring passa per Sunset Boulevard, ovvero “Viale del Tramonto”). C’è un’inquadratura sugli storici studi Paramount, dove era ambientata una delle scene più belle del classico di Wilder. Ovviamente, se il titolo del film di Wilder è assurto a epitome del crollo di una persona, lo stesso non vale il film di Lynch.

Un “classico” del nuovo secolo 

Da guardare, per la bellezza di “perdersi”. Nel momento in cui la trama perde importanza, quando non si cerca una logica o un messaggio in quello che si vede, le immagini, i suoni e le scene di questo film creano una vera e propria esperienza. Queste suggestioni, senza sovrastrutture, senza per forza un rapporto di causa-effetto, diventano “pure” e arrivano in maniera ancora più potente, sorprendono. Come Lynch ha detto in una delle sue interviste, “perdersi è meraviglioso”.

Il film trabocca di significati, temi, simboli e immagini più o meno di indecifrabili, ma in realtà è un thriller godibile, divertente e originale come pochi negli ultimi anni.

Il film del secolo? Ovviamente queste definizioni lasciano il tempo che trovano; si potrebbe nominare questa pellicola, come Dogville, o Il filo nascosto, o altri… Non è possibile nominare una sola pellicola del secolo e questa definizione può far sì che ci si aspetti qualcosa di diverso da ciò che la storia è. Mulholland Drive è più che una definizione, è un classico anche se relativamente moderno che, come diceva Calvino “non finisce mai di dire quello che ha da dire”.

Immagine realizzata con IA (ChatGPT)

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