La guerra inquina?

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Quando pensiamo alla guerra nella nostra mente si affacciano parole ed immagini legate a morti, feriti, sfollamenti e distruzione. Queste immagini sono così dolorose che spesso dimentichiamo un altro aspetto delle drammatiche conseguenze di un conflitto armato, e cioè la produzione di gravissimi danni ambientali, a causa di contaminazioni improvvise e persistenti a carico dell’aria, del terreno e delle acque. Queste causano danni alla salute umana e all’ambiente a breve e a lungo termine. Inoltre, le attività militari e i conflitti rappresentano anche una quota non trascurabile delle emissioni globali, attraverso la produzione di armamenti, il consumo di carburanti e la logistica.

E’ paradossale che mentre i paesi che partecipano al G20 cercano di affrontare il cambiamento climatico promuovendo le energie rinnovabili, le auto elettriche, i comportamenti virtuosi dei cittadini, riducendo il consumo di carne e di suolo, in un’altra parte del mondo gli stessi governi provocano volontariamente dei disastri ambientali come effetto collaterale di interessi politici ed economici.

Emissioni atmosferiche

Bombardamenti e detonazioni, e gli incendi che ne conseguono, rilasciano nell’atmosfera particolato fine e gas tossici quali ossidi di azoto, monossido di carbonio, composti organici volatili e prodotti di combustione incompleta. La distruzione di edifici aggiunge polveri contenenti materiali estremamente pericolosi se respirati quali silice e amianto, e inoltre piombo e altri metalli, residui di vernici, plastiche e materiali isolanti. Gli incendi di depositi di carburante, impianti industriali o raffinerie possono generare miscele complesse di idrocarburi policiclici aromatici, e altri composti tossici come le diossine. Gli effetti possono essere più o meno gravi in funzione della natura del materiale incendiato, dalle condizioni meteorologiche, dalla durata dell’incendio e dalla distanza delle popolazioni esposte. Anche la combustione dei carburanti utilizzati da veicoli terrestri, aerei e navi costituisce una sorgente continua di anidride carbonica, ossidi di azoto, particolato e sostanze organiche, che ben conosciamo perché sono tipici dell’inquinamento urbano, ma in questo caso sono ancora più concentrati, ed emessi in modo continuo.

Suolo ed acque

In conseguenza di un conflitto armato anche il terreno su cui questo si svolge verrà contaminato direttamente dai residui di munizioni oppure indirettamente dalla distruzione di siti industriali, depositi, impianti di trattamento delle acque e infrastrutture energetiche.  Gli esplosivi e i propellenti possono lasciare sul suolo composti quali tritolo, nitroglicerina e i loro prodotti di trasformazione. Queste sostanze penetrando nel terreno possono contaminare l’acqua e raggiungere le colture o la catena alimentare. Le mine terrestri e gli ordigni inesplosi producono un rischio ambientale e sanitario prolungato poiché impediscono l’accesso ai terreni, rilasciano lentamente i composti tossici che contengono e rendono difficili le attività di bonifica.

Il danneggiamento diretto di reti idriche e di impianti di trattamento causa la fuoriuscita di reflui non trattati e la contaminazione microbiologica di acque e terreni, che insieme con la conseguente difficoltà a disporre di acqua potabile aumenta il rischio di epidemie, specie in caso di temperature elevate. Dal punto di vista ambientale si verificano fenomeni di proliferazione di alghe e mortalità della fauna acquatica. Un esempio ricorrente nei territori interessati da conflitti è il rischio associato all’abbandono o all’allagamento delle miniere, dove l’acqua può sciogliere i metalli e acidificarsi, contaminando corsi d’acqua e falde per periodi molto lunghi. 

Rifiuti e macerie

La demolizione di edifici e infrastrutture genera enormi quantità di macerie, spesso mescolate con rifiuti urbani, amianto, apparecchiature elettriche, oli, solventi e materiali sanitari. In assenza di sistemi di separazione e smaltimento adeguati, le macerie possono diventare sorgenti diffuse di contaminazione. La gestione dei rifiuti in condizioni belliche favorisce pratiche illegali come combustione all’aperto, interramento incontrollato e scarico in corsi d’acqua. Queste attività aumentano la produzione di particolato, sostanze tossiche e contaminanti microbiologici, con particolare rischio per operatori, sfollati e popolazioni che vivono vicino ai siti di accumulo.

Conseguenze sulla salute ed effetti sull’ambiente

L’esposizione ambientale continua anche dopo un conflitto, e interessa prevalentemente le persone che continuano a vivere nei territori interessati: può avvenire per inalazione di polveri e fumi, ingestione di acqua o alimenti contaminati, contatto cutaneo con suoli inquinati e consumo di prodotti agricoli provenienti da aree contaminate. Bambini, donne in gravidanza, anziani, persone con patologie respiratorie e lavoratori impegnati nella rimozione delle macerie possono essere particolarmente vulnerabili. Le conseguenze sulla salute sono correlate alla natura dell’esposizione, e vanno dai problemi respiratori e cardiaci provocati dal particolato fine e ultrafine, agli effetti sullo sviluppo sessuale e sulla fertilità prodotto da sostanze con proprietà di interferenti endocrini, alla cancerogenicità di alcuni composti organici e metalli, fino al mesotelioma provocato dall’inalazione di fibre di amianto.

Gli effetti ecologici comprendono la deforestazione, la perdita di habitat talvolta unici, caratteristici dei territori interessati, mortalità della fauna e riduzione della fertilità del suolo. Gli incendi possono trasformare la vegetazione, aumentare l’erosione e favorire il trasporto dei contaminanti verso i corsi d’acqua.

Siamo in grado di quantificare i danni?

La principale difficoltà scientifica consiste nella valutazione dell’impatto: infatti l’accesso alle aree di guerra è limitato e le emissioni militari non sono misurate sistematicamente, né incluse nei bilanci climatici nazionali. La protezione dell’ambiente nei conflitti armati non dovrebbe essere considerata un obiettivo secondario: acqua, suolo ed ecosistemi costituiscono infrastrutture essenziali per la sopravvivenza della popolazione e per la ricostruzione.

Anche l’impatto sulla salute umana viene valutato in modo frammentario ed episodico, e talvolta viene posta maggiore attenzione alla salute dei militari di ritorno dalle campagne di guerra (e anche di pace) che a quella della popolazione locale. La fine delle ostilità, per quanto auspicabile, non coincide con la fine del rischio: la bonifica e il recupero ambientale devono essere considerati parte integrante della pace.

*Biochimico, ex direttrice del dipartimento di medicina epidemiologica e igiene del lavoro ed ambientale dell’INAIL

Immagine realizzata con I.A. (ChatGPT)

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