
Quando ero bambino un quarantenne sembrava già un bacucco. Spesso lo facevano sembrare vecchio i vestiti, il modo di parlare, il ruolo che aveva nella società. Oggi si vive più a lungo, ci si cura di più, si resta attivi in età avanzata. Però, per certi versi, siamo passati da un eccesso all’altro.
Quando i quarantenni sembravano vecchi
Per uno che, come me, è nato negli anni Sessanta del secolo scorso, è vivo il ricordo di un’Italia in cui un uomo di quarant’anni sembrava già vecchio. Magari aveva energia, lavorava duramente, era impegnato su più fronti ma si presentava al mondo con un’aria molto più adulta di quanto oggi assoceremmo a quella stessa età.
Cappello, giacca e cravatta, in inverno l’immancabile loden verde o il giubbotto di renna, scarpe sempre tirate a lustro, rappresentavano la tendenza comune. I tessuti in voga erano il Principe di Galles o il tweed (a dir poco austeri); i colori non si allontanavano troppo dal grigio, dal marrone, dal beige. Questo genere di abbigliamento, tra l’altro, non era relegato solo ai luoghi di lavoro, anche durante il tempo libero ci si vestiva in maniera formale.
Le donne avevano un altro codice, altrettanto impeccabile. Gonna abbastanza lunga, sotto il ginocchio, calza velata, tacco basso, borsetta rigida, colori sobri. Insomma, al netto della moda, l’abito faceva il monaco. Unico vezzo, il rossetto rosso. Per il resto anche il trucco era abbastanza delicato.
Un mondo senza filtri e chirurgia
La “vecchiaia apparente” accomunava persone di ogni ordine grado, anche perché la chirurgia estetica non era ancora entrata stabilmente nella nostra vita. Le dive curavano l’immagine, certo, ma il volto restava più esposto al tempo. Non a caso Anna Magnani, diceva «Lasciami tutte le rughe, non me ne togliere nemmeno una. C’ho messo una vita a farmele!»
In tutto ciò, noi bambini guardavamo gli adulti come se fossero dei matusalemme e questa vecchiaia riguardava non solo il fisico, ma anche la mentalità. Come non ricordare, ad esempio, la frase mantra comune a tutti, in ogni tempo e luogo: “Ai miei tempi…”. Sembrava che da quei tempi fosse passato chissà quanto. In realtà, spesso, erano passati dieci o quindici anni. Questo modo di porsi a volte non era solo una questione di aspetto fisico, di poca attenzione all’estetica o di una mentalità retrograda innata, era il corso naturale della vita di quei tempi.
L’Italia dei ruoli fissi
All’epoca si diventava adulti prima, probabilmente perché la società lo richiedeva. I genitori erano totalmente assorbiti dal loro ruolo. Non erano di certo molto empatici o addirittura amici come quelli attuali. Stessa personificazione dei ruoli professionali si poteva riscontrare in certe figure come il professore, il medico, l’impiegato, il capufficio e persino il vicino di casa, cui spesso ci si rivolgeva con molta più deferenza rispetto ad oggi.
Pesavano anche le abitudini. Si fumava molto, complice la tv con gli spot che propagandavano l’uso del tabacco. Si beveva senza pensare ai test del palloncino. I controlli medici erano meno frequenti. La prevenzione era una pratica marginale. In palestra non ci andava quasi nessuno. La cura dei denti, della pelle, dell’alimentazione, della postura, del sonno aveva un peso diverso, decisamente minore. Ragion per cui si arrivava a quarant’anni con più segni addosso e spesso si moriva prima.
I dati: si vive davvero più a lungo
La nostra sensazione trova conferma nei dati. Secondo l’ISTAT, nel 2025 l’aspettativa di vita alla nascita in Italia è stimata a 81,7 anni per gli uomini e 85,7 anni per le donne. Nel 2024 era 81,4 anni per gli uomini e 85,5 per le donne. L’Italia resta tra i Paesi europei con la speranza di vita più alta.
Questo allungamento dipende da molti fattori: ricerca, medicina più efficace, farmaci migliori, diagnosi precoci, vaccinazioni, antibiotici, chirurgia, cardiologia, prevenzione oncologica, controlli periodici. Poi, alimentazione più varia, ambienti più salubri, lavori meno logoranti dal punto di vista fisico per una parte della popolazione e, soprattutto, maggiore attenzione all’attività fisica.
Il cambiamento è reale. Un sessantenne di oggi, spesso, ha più strumenti per restare attivo rispetto a un sessantenne di mezzo secolo fa.
L’aspetto estetico ha cambiato l’età
Poi, come dicevamo, c’è l’abbigliamento. Anche quello ha spostato la percezione. Oggi se un cinquantenne indossa jeans, scarpe da ginnastica e maglietta nessuno si scandalizza. Nessuno ci fa caso. E meno male, diciamo noi.
Insomma, genitori e figli vestono praticamente allo stesso modo, salvo qualche rara peculiarità tipicamente adolescenziale. Anche le abitudini sono cambiate. I boomer, ovvero persone nate tra il 1946 e il 1964, periodo di boom economico post guerra, si sentono ancora nel pieno della gioventù. Non hanno paura del cambiamento, anche dal punto di vista lavorativo, osano di più, continuano a credere nell’amore in età avanzata, si allenano e fanno progetti a lungo termine.
La famiglia moderna
Anche la famiglia ha cambiato ritmo. Un tempo ci si sposava ventenni e spesso arrivavano subito i figli. Prima degli “anta” si poteva essere già nonni. Oggi capita sempre più spesso che il primo figlio arrivi vicino ai quarant’anni. Così, nelle scuole si trovano genitori di età diversissime: quello che ha avuto un figlio da giovane, quello che lo ha avuto in età avanzata, magari grazie a qualche tecnica di inseminazione artificiale, quello che sembra il nonno e invece è il padre, quella che sembra la nonna e invece è la madre.
Questa è sicuramente una conquista. C’è stato un tempo in cui una donna, superati i quaranta, veniva spinta verso una specie di uscita di scena. Anche l’uomo entrava presto nella figura del signore con pancia, poltrona, giornale e commento definitivo su tutto. Oggi quella scena è meno frequente.
Il problema arriva quando vivere più a lungo significa dover sembrare giovani ad ogni costo.
Dorian Gray
Per raccontare il mito dell’eterna giovinezza basti pensare a Dorian Gray, il protagonista del romanzo di Oscar Wilde. Il ritratto invecchia al posto suo, mentre lui conserva un volto intatto. Il desiderio è quello: spostare da qualche altra parte il conto del tempo. Continuare a mostrarsi lisci, freschi, disponibili e desiderabili.
Oggi quel sogno passa spesso attraverso trattamenti estetici, laser, lifting, trapianti, creme anti-età, integratori, eccetera. Riguarda le donne ma sempre più spesso anche gli uomini. Anzi, ultimamente i maschi odierni, che fino a qualche tempo fa rubavano timidamente la crema idratante alla moglie, esibiscono orgogliosamente prodotti di bellezza e ritocchi. Non se ne vergognano più.
Naturalmente, la cura di sé ha piena legittimità. Presentarsi bene, sentirsi in ordine, piacersi, correggere qualcosa che pesa davvero appartiene alla libertà personale. Il punto cambia quando il volto perde espressione e diventa una superficie da correggere di continuo.
L’adolescenza come uniforme
In definitiva, siamo passati da un eccesso all’altro. Prima si diventava vecchi troppo presto. Ora si resta ragazzi troppo a lungo, almeno nell’immagine. Allora il problema nasce quando si rincorre l’adolescenza a tutti i costi e non si capisce il valore della maturità, della saggezza dei vecchi (parola diventata tabù), tanto cara ai nostri avi.
Per carità, nessuno rimpiange i quarantenni con il loden, il fiato corto e la faccia solcata dalle rughe. Muoversi, mangiare meglio, controllarsi, vestirsi con più libertà, usare la medicina quando serve hanno migliorato la vita. Però occorre quella sana moderazione che evita di trasformare il mito dell’eterna giovinezza in ossessione.
Allora, forse la vera conquista sta nel non appendere le scarpe al chiodo prima del tempo e nel non recitare un’età che ormai non ci appartiene più. Né bacucchi a quarant’anni, né adolescenti a settanta. Persone vive, curate, riconoscibili.

