
Correva l’anno 1822 quando il giovane Gaetano Donizetti, allora 24enne, lasciò le nebbie del nord per trasferirsi a Napoli. Il bergamasco, preceduto dalla sua fama di talento emergente nel panorama musicale operistico, approdò così in una grande capitale della musica musicale mondiale. Era stato invitato dal potente impresario Domenico Barbaja, che lo volle come compositore stabile dei teatri reali, in particolare al San Carlo. Ci rimase a lungo, fino al 1838, e vi scrisse opere straordinarie come Anna Bolena, Lucia di Lammermoor e Roberto Devereux.
A fianco della produzione operistica, per la quale è universalmente noto, Donizetti ci ha lasciato anche un corpus cameristico, tra cui brilla il complesso dei 18 quartetti per archi. Queste gemme nascoste sono tornate alla luce grazie allo studio appassionato di un ensemble italiano fondato nel 2008, il Quartetto Mitja, che li ha incisi tutti per Urania Records. Sei Cd, cinque anni di lavoro e una grande festa per celebrare Donizetti nel giorno del suo compleanno.
E così il 29 novembre 2025, nel giorno del duecentoventottesimo compleanno di Donizetti e nella città che lo vide diventare un affermato compositore di melodrammi, è stato presentato il completamento della registrazione integrale, la prima mai realizzata da un gruppo italiano. Nella raffinata cornice di Palazzo Serra di Cassano, sede dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, ha avuto luogo una serata che ha visto protagonisti Giorgiana Strazzullo e Lorenza Maio ai violini, Carmine Caniani alla viola e Veronica Fabbri Valenzuela al violoncello, accompagnati dal padrone di casa Riccardo Scognamiglio e dai musicologi Stefano Valanzuolo e Mario Carrozzo, con la conduzione di Valentina Lo Surdo.

Gli illustri studiosi hanno dunque raccontato con entusiasmo e competenza aspetti poco noti della vita e del corpus compositivo di Donizetti, celebrando il Quartetto Mitja come primo gruppo italiano ad aver completato la registrazione integrale dei quartetti donizettiani, narrando inoltre aneddoti relativi alla straordinaria prolificità del compositore, come si fosse guadagnato il poco lusinghiero soprannome di “Dozzinetti” da parte di alcuni critici, e soprattutto la sua profonda relazione d’amore (ricambiata) con Napoli, città ove presentò ben 51 opere: un record reso possibile dall’incredibile facilità inventiva del compositore bergamasco, sottoposto a continue richieste di nuove produzioni.
Musica e parole si sono dunque alternate, conquistando l’attenzione di una sala gremita fino all’ultimo posto a sedere. Tra gli ascoltatori sono spiccate le presenze eccellenti di Michele Campanella con Monica Leone, Filippo Michelangeli con Laura Moro, Piero Niro e Costantino Catena. I brani in programma sono stati scelti per consentire ai presenti di apprezzare la varietà e l’evoluzione musicale nella scrittura di Donizetti, in cui si mescolano influenze classiche, una solida struttura formale e la cantabilità tipicamente italiana, resa magnificamente dall’ensemble.
Il brano di apertura, il Larghetto tratto dal Quartetto n. 8, ha voluto ricollegare la registrazione integrale alle sue origini: fu proprio questo lavoro, infatti, a catalizzare l’attenzione di Baltazar Zuñiga, il deus ex machina di questo progetto discografico. Il tenore messicano, che alla carriera concertistica affianca infatti quella di sound engineer, dopo aver ascoltato sui social questa esecuzione da parte del Mitja, contattò Caniani con una proposta impossibile da rifiutare: registrarli tutti per la casa discografica Urania Records.
L’eccellenza esecutiva e interpretativa dei musicisti e l’intraprendenza di Zuñiga hanno portato a un risultato raffinato, che dimostra come Donizetti dominasse la forma classica di questo particolare genere musicale, riversando al suo interno momenti di teatralità nei dialoghi tematici tra primo violino e violoncello, richiamando i duetti di soprano e tenore, incorniciati nella tradizione del “quatuor brillant” francese e il suo caratteristico virtuosismo strumentale, inconfondibilmente brioso.
Tutti i quartetti furono composti tra il 1817 e il 1836, coprendo il periodo che va dalla giovinezza all’inizio della maturità musicale dell’autore, per il quale essi rappresentano una sorta di laboratorio sperimentale, reso in tutto il suo potenziale espressivo dal quartetto Mitja.
L’auspicio è che questo ensemble continui il suo lavoro di approfondimento e ricerca sui compositori italiani, regalandoci altre riscoperte che possano sorprendere e ispirare. L’Italia è la patria del melodramma, ma, come ha raccontato la serata del 29 novembre a Napoli, la nostra musica da camera custodisce tesori ancora inesplorati, pronti a tornare alla luce grazie all’energia e alla passione di musicisti e musicologi.


