
ISTAT. Ci siamo periodicamente abituati ai suoi comunicati statistici, che vengono pubblicati dai mass media con più rilevanza del Bilancio dello Stato. Ad essi, infatti, è attribuita la verità indiscussa e indiscutibile sul tenore di vita della popolazione italiana. Alcuni anni fa qualcuno si è timidamente azzardato ad esprimere alcune considerazioni in merito. Subito è stato tacciato di oscurantismo scientifico con toni – quelli sì – da inquisizione. Eppure per mettere in discussione talune conclusioni ISTAT basterebbe soltanto leggerli attentamente.
Ogni anno, ad esempio, l’ISTAT definisce la composizione del cosiddetto “paniere di povertà assoluta”. Esso rappresenterebbe l’insieme dei beni e servizi che, per una famiglia italiana, vengono considerati essenziali per uno standard di vita minimamente accettabile. “Essenziale” e “accettabile” da chi? Chiaramente dall’ISTAT. Ma, in ogni caso, l’“essenziale” e l’“accettabile” sono due concetti psicologici. Quindi, per definizione, non oggettivi. Tanto è vero che cambiano periodicamente, sempre in base a criteri “psicologici”. Detto ciò, secondo l’ISTAT, la povertà assoluta investirebbe il 9,8% delle famiglie italiane, pari a 5,7 ml. abitanti. di comune di residenza).
Fasi Storiche secondo ISTAT
In base a tali considerazioni, l’ISTAT ritiene che dal 1945 alla fine anni ’80 ci sarebbe stata una progressiva riduzione della povertà assoluta grazie alla crescita economica e al welfare state. Tra gli anni ’90 e il 2007 circa ci sarebbe iniziata un’inversione di tendenza, con la fine del “miracolo” economico. Le crisi del 2008, del 2011 e la pandemia (2021) avrebbero portato a un drammatico aumento della povertà assoluta, con la soglia che è stata superata da milioni di persone.
Secondo l’ISTAT il superamento di tale soglia – come detto, comunque psicologica – confermerebbe un trend negativo e strutturale. Negativo, forse (e probabilmente sì, aggiungiamo noi). Ma strutturale è un aggettivo che mette in discussione un sistema che, comunque, per 60 anni ha garantito una crescita del PIL. Il cui arresto (o leggera discesa) è stata dovuto a crisi economiche mondiali o comunque esterne alla “struttura” statale italiana. Il ché ci fa supporre che le conclusioni ISTAT abbiano solo in parte di scientifico e molto di “politico”.
Secondo IA l’ISTAT non è in grado calcolare i redditi in nero
Inoltre, a domanda “sono calcolati dall’ISTAT i redditi in nero per il calcolo della soglia di povertà?”, IA risponde. No, per l’ISTAT nel calcolo della soglia di povertà si basa sui dati dichiarati. Non può quindi ufficialmente misurare i redditi in nero, che per definizione sfuggono ai rilevamenti ufficiali. Ora, in Italia, l’evasione fiscale e l’economia sommersa rappresentano una quota significativa del PIL. La principale componente è la sotto-dichiarazione dei redditi, stimata in almeno il 5% del PIL. Seguita dal lavoro irregolare (circa 3.7% del PIL) e da altre voci come affitti in nero.
Insomma, i dati ISTAT, rilevano oggettivamente una ricchezza sottostimata di circa il 9-10%. E, di conseguenza una povertà sovrastimata. Se tanto mi dà tanto, una domanda si pone. Ma non sarebbe più logico considerare “assolutamente povere” le famiglie che non fruiscono di alcun reddito e vivono esclusivamente di assistenza sociale? Il concetto di “assoluto” – ci hanno insegnato a scuola – non dipende da nessun’altra condizione. Soprattutto psicologiche.
I ‘senza fissa dimora’ sono oggettivamente in situazione di povertà assoluta
A rigore, affetti da “povertà assoluta” sono i “senza fissa dimora” e senza reddito. Indipendentemente se ritengano o meno “accettabile” la propria situazione economica. In Italia sono 100.000. Questo ragionamento ci induce a ritenere la proprietà o l’uso del bene-casa determinante per la definizione di povertà o ricchezza. In subordine, la capacità di risparmio familiare. Anche se non è detto che si incroci con la proprietà del bene-casa.
Ai senza fissa dimora possono essere equiparate le famiglie fruenti di casa in affitto ma morose. Quindi, a rischio di finire in mezzo a una strada e diventare presto anch’esse senza fissa dimora. In base all’esperienza di chi scrive, possiamo attestare che trattasi di circa il 50% delle 800.000 famiglie fruenti di alloggio popolare.
Considerando il dato medio di 2,2 componenti a famiglia, stiamo parlando di 1 ml. di persone. Nel mercato privato, le famiglie colpite da sfratto per morosità sono 50.000 = 110.000 persone. Sono quelli che una volta erano chiamati i “proletari”. Di conseguenza, secondo i nostri ragionamenti, la povertà assoluta in Italia investe poco più di un milione di persone e non 5,7 mln come sostiene l’ISTAT.
Il bene casa è un dato oggettivo e non psicologico, come le rilevazioni ISTAT sulla povertà
Il 73,5% delle famiglie (dati 2024) possiede un’abitazione di proprietà. Il dato estremamente alto ci induce a ritenere che trattasi oggettivamente dei i componenti della classe media. Ad essi va sottratta la percentuale di famiglie che possiede una seconda casa che si aggira intorno al 26% (dati 2025). Quest’ultimi possiamo considerarli ricchi. Considerando il dato medio di 2,2 componenti a famiglia, in Italia possiamo stimare in 11 mln i ricchi (e gli ultraricchi) e 33 mln gli appartenenti alla classe media o medio alta.
Conto in banca: La percentuale di famiglie risparmiatrici in Italia varia a seconda delle fonti e dell’anno, ma recenti dati 2025 indicano che circa il 41-58% delle famiglie riesce a mettere da parte qualcosa, con picchi storici di risparmio nel 2025 (58% secondo una ricerca). Prendiamo il dato più basso e sottraiamolo agli appartenenti alla classe media (proprietari di una sola casa). Abbiamo un 15,5% di famiglie che hanno una casa e capaci di risparmiare. Moltiplicato per 2,2 componenti, abbiamo circa 9,3 mln di persone. Sono gli appartenenti alla classe medio-alta. Alla classe media senza alcuna distinzione residuano 23,7 mln di persone. Il 26% vive in affitto o in uso gratuito/usufrutto. Sottraendo circa un milione di morosi a rischio di finire in mezzo a una strada (e, quindi potenzialmente “senza fissa dimora”) abbiamo circa 14,5 mln di persone. Sono gli appartenenti alla piccola borghesia. Qust’ultimi, peraltro, sono soggetti alle fluttuazioni del mercato immobiliare dell’affitto. Quindi relativamente a rischio di povertà.
Conclusioni di chi scrive: in Italia su un totale di 59,5 mln abitanti abbiamo 11 mln di ricchi (o di ultraricchi). 9,3 mln di appartenenti alla classe medio-alta. 23,7 mln di appartenenti alla classe media. 14,5 mln di appartenenti alla piccola borghesia o classe medio bassa. 1 mln circa in condizione di “povertà assoluta” o a rischio di esserlo. Non è comunque poco.
Foto di davide1012 da Pixabay
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