
Settore manifatturiero. I dati statistici relativi al II trimestre 2025 segnano un regresso della nostra economia e soprattutto un calo del fatturato dell’industria. La stima preliminare indica un calo del Pil dello 0,1% rispetto ai primi tre mesi del 2025. Mentre il fatturato dell’industria è calato del 2,2% in valore e del 2,3% in volume, secondo il report di maggio. Va detto che, nel primo trimestre la crescita era stata dello 0,3% e il MIF punta sempre a raggiungere il + 0,6% a fine anno. Comunque previsioni sicuramente poco esaltanti.
Al di là dei dati statistici, come sempre di aleatoria interpretazione, sono i fatti a indicare quanto meno una stasi della nostra industria manifatturiera. Quella che, sino a ieri, era stata uno dei fiori all’occhiello della nostra economia. “Abbiamo la seconda industria manifatturiera d’Europa, dopo la Germania”. Si diceva. Allo stato, indipendentemente dal problema delle barriere doganali alzate dagli USA, la situazione appare meno rosea. Diamo un’occhiata alla situazione nelle più importanti fabbriche.
Settore manifatturiero, a rischio 6000 lavoratori di Magneti Marelli
Magneti Marelli è la più grande società di componentistica per automobili d’Italia. Un simbolo della Milano industriale, con il suo stabilimento di Sesto S.Giovanni. Tanto che ha dato il nome anche al capolinea della metropolitana 1. Ha però stabilimenti in tutto il mondo e dà lavoro in totale a 46mila persone, delle quali 6mila in Italia. Già di proprietà della Fiat, ha accumulato un debito di 4,9 miliardi di euro. Nel 2024 ha ceduto con tutti suoi debiti l’importante sito di Crevalcore (BO) alla Tecnomeccanica, per la simbolica somma di 1 euro.
Ora la holding è passata in amministrazione controllata al fondo d’investimento Kkr. I suoi tre principali creditori sono riuniti nell’altro fondo Strategic Value Partners. Essi sono, per 2.000 miliardi di dollari, Mizuho, holding bancaria giapponese; Deutsche Bank e la stessa Svp. Alla scadenza del termine ultimo (26 luglio u.s.) per la presentazione, non sono pervenute offerte per l’acquisto di Magneti Marelli. L’azienda, quindi, dovrebbe passare in proprietà ai creditori, con tutte le conseguenze procedurali del caso. A rischio sono sicuramente i 6000 lavoratori italiani di Magneti Marelli.
Settore manifatturiero, Ilva pressoché paralizzata
Lo stabilimento siderurgico di Taranto, l’Ex Ilva, prima della crisi era l’acciaieria più importante d’Europa. Nel 2024 ha prodotto solo 2 tonnellate di acciaio. Un terzo di quanto servirebbe per raggiungere l’equilibrio economico. Oggi lo stabilimento è quasi paralizzato e segna oltre 40 mln di perdite al mese. 3.500 dipendenti su 8.000 sono in cassa integrazione. Dei cinque altoforni di cui è dotato solo uno è attualmente in funzione. Un altro è stato messo sotto sequestro dalla magistratura dopo il grave incidente del 7 maggio scorso. I rimanenti tre sono ufficialmente fermi per manutenzione.
L’ex Ilva è di proprietà di Acciaierie d’Italia, società controllata dallo Stato. Per la sua sopravvivenza Il governo ha recentemente staccato l’ennesimo assegno di 200 milioni. Ci sarebbe in corso una trattativa per vendere lo stabilimento alla Baku Steel, società dell’Azerbaijan. Ma difficilmente gli azeri accetteranno la richiesta di un miliardo di euro per il suo acquisto. Viste anche le complicate prescrizioni ambientali richieste da enti locali e comitati.
Ilva, sembra che si stia ballando mentre la nave affonda
Dopo un movimentato incontro con i comitati ambientalisti, il sindaco di Taranto ha dato le dimissioni. Era in carica soltanto dal 9 giugno u.s., eletto su un programma “ambientalista”. Nel frattempo, il 31 luglio, il CdM ha approvato un piano di rilancio con incremento della manutenzione sugli altoforni. L’obiettivo sarebbe di rimetterne in funzione almeno 2 per riavvicinare la soglia dei 6 mln tonnellate di accaio l’anno.
Si prevede inoltre il passaggio dagli altoforni tradizionali ai forni elettrici alimentati a gas (cosiddetta «decarbonizzazione»). Ciò richiederebbe 12 anni di tempo e la presenza di una nave rigassificatrice per alimentare i forni. Ma non è scontato il rientro in fabbrica di tutti i lavoratori in cig. Il sindaco Bitetti, dopo aver ritirato le dimissioni, tuttavia, si è preso tempo per esaminare puntualmente la proposta. Ha quindi subordinato la sua firma all’ennesimo rinvio della decisione definitiva. L’impressione è che gli attori stiano ancora ballando sulla tolda della nave, mentre il Titanic è da tempo affondato.
Settore manifatturiero, la crisi di Stellantis e soprattutto di Maserati
Se Marelli e Ilva piangono, la più importante entità metalmeccanica italiana, la ex-FIAT, non ride affatto. Da alcuni anni si è fusa con Peugeot, Citroën e Opel per formare Stellantis, con sede legale ad Amsterdam e operativa a Parigi. La relazione semestrale di Antonio Filosa, ceo di Stellantis da poco più di due mesi, infatti, riporta cali in tutte le voci. Ricavi: -13% per una perdita di utile di 2,3 miliardi (-140%).
Non sono dati relativi soltanto al versante italiano. Ma è italiano al 100% il marchio maggiormente in crisi: Maserati. Nel semestre, la casa automobilistica di Modena ha letteralmente dimezzato il fatturato. Che è sceso da 631 mln euro dello stesso periodo dell’anno scorso a 369 mln euro. Le consegne sono scese da 6.500 a 4.200. Nel complesso Filosa ha dichiarato di vedere la luce in fondo al tunnel di Stellantis, intorno alla fine dell’anno. Se lo dice lui…
Inoltre l’Italia è il Paese che esporta il maggiore volume di componenti nel settore dell’auto. Prodotte soprattutto per le case automobilistiche tedesche dalle aziende dell’indotto. Sulle case tedesche (e su Stellantis) insiste l’impatto maggiore dei dazi alzati da Trump. Il rischio è che le case auto, per contenere l’effetto dazi, scarichino i danni sull’indotto. Cioè soprattutto sulle piccole e medie aziende italiane.
Foto di Victor Salazar da Pixabay


