
Nel Giorno del Signore vogliamo celebrare il memoriale che Cristo ci ha lasciato nella sua Ultima Cena, mistero che è “fonte e culmine” della vita della Chiesa; vogliamo celebrare Cristo, che nell’Eucaristia si fa dono inestimabile, Pane di vita spezzato e condiviso, Pane dei pellegrini che nutre le membra del Corpo Mistico di Cristo. I testi della liturgia della Parola proposti in questa Domenica estiva ci aiutano a comprendere sempre meglio il messaggio della predicazione di Gesù contenuto nella narrazione di varie parabole. “Il regno di Dio – dice – è come un uomo che getta il seme nel terreno” (Mc4,26). E aggiunge, “dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce”.
L’analogia con la comune vocazione alla vita s’impone da sè. La vocazione, infatti, è come quel seme che Dio dona all’uomo per essere piantato nel terreno della propria esistenza: esso sì, cresce con una dinamica propria anche se sovente ha bisogno di essere irrigato. Dalla parabola si evince che è l’uomo stesso a seminare, a coltivare, a custodire ma soprattutto a vigilare sulla maturazione del seme al fine di impedire che forze contrarie (persone malvagie o calamità naturali) non arrivino a distruggere le pianticelle che intanto crescono lentamente e silenziosamente. E quando, infine, esse sono giunte a maturazione è ancora l’uomo che deve impugnare la falce perché, come dice il Vangelo, il campo è pronto per la mietitura (cfr Mc4,29). Ma il Vangelo di oggi propone un altro paragone, importante soprattutto per coloro che si avviano alla conclusione di un intenso anno pastorale trascorso all’insegna delle tante attività parrocchiali. Il Regno di Dio, continua Gesù, “è come un granello di senape che, quando viene seminato sul terreno, è il più piccolo di tutti i semi che sono sul terreno; ma, quando viene seminato, cresce e diventa più grande di tutte le piante dell’orto e fa rami così grandi che gli uccelli del cielo possono fare il nido alla sua ombra” (Mc 4, 31-32).
Sono parole queste, che si riferiscono chiaramente al Libro di Ezechiele, dal quale è stata tratta la prima lettura di oggi. I due testi, in sintesi, parlano della stessa realtà e cioè, dell’estensione del Regno di Dio nella storia del mondo e dell’uomo. Al termine di un intenso anno pastorale, mentre ci si accinge a trascorrere il periodo del riposo estivo, la Chiesa, attraverso alcuni spunti di riflessione, offre l’opportunità di guardare al lavoro svolto in questi mesi assieme allo Spirito Santo. Molti hanno lavorato sodo e facendo maturare il seme della personale vocazione hanno favorito la crescita del Regno di Dio nel mondo. È proprio in questo modo che la Chiesa cresce, si fortifica e si consolida fra gli uomini, come quel grande albero della parabola, i cui rami danno riparo sia agli uccelli dell’aria sia all’uomo affaticato. La parabola ci aiuta a valutare attentamente la nostra vita di fede ma soprattutto a considerare il lavoro pastorale che si svolge nelle parrocchie in proporzione alla crescita di quell’albero divino che si sviluppa e s’estende fino ad abbracciare anche le realtà ecclesiali più lontane. Le parrocchie, da questo punto di vista, rivestono un ruolo quanto mai significativo, soprattutto oggi, epoca della nuova evangelizzazione, porta d’ingresso che ci immette a vivere l’anno della fede. Non sono forse le nostre comunità ecclesiali il centro propulsore dei nostri quartieri? Anche l’Apostolo Paolo, nei passi della Lettera ai Corinzi poc’anzi proclamati, ci offre l’opportunità di poter riflettere e di approfondire la questione della formazione cristiana, personale e comunitaria.
L’Apostolo, a proposito, scrive: “Camminiamo nella fede e non ancora in visione” (2 Cor 5, 7). Ed aggiunge: “Siamo pieni di fiducia e preferiamo andare in esilio dal corpo ed abitare presso il Signore” (2 Cor 5, 8). Che cos’altro è la formazione cristiana, l’istruzione e l’educazione che i giovani ricevono nelle realtà parrocchiali, se non una vera e propria introduzione a vivere le virtù teologali, elementi questi, che costituiscono sopra ogni altra cosa il fondamento della comune chiamata alla santità e quello di una vita cristiana vissuta autenticamente? La più grande di queste virtù, lo sappiamo bene, è la carità, cioè l’amore. E Paolo, non accenna forse alla carità quando afferma: “Perciò sia abitando nel corpo sia andando in esilio, ci sforziamo di essere a lui graditi” (2 Cor 5, 9)? A questo punto S. Paolo sembra porci alcune domande: quanto è cresciuta ad oggi la nostra fede, quanto la speranza, quanto la carità? Come abbiamo accolto, ma soprattutto, come sono stati utilizzati i doni dello Spirito Santo (la sapienza, l’intelletto, il consiglio, la fortezza, la scienza, la pietà, e il timor di Dio)? Ricordiamoci che “Tutti dobbiamo comparire davanti al tribunale di Cristo, per ricevere ciascuno la ricompensa delle opere compiute quando era nel corpo, sia in bene che in male” (2 Cor 5, 10). L’esame di coscienza quotidiano, quindi, deve svolgersi sempre in questa prospettiva escatologica e certamente dobbiamo chiedere perdono ma soprattutto dobbiamo ringraziare, proprio come ci invita il Salmo di oggi: “è bello dar lode al Signore e cantare al tuo nome, o Altissimo” (Sal 91[92], 2). Questi versetti ci aiutino a meditare sulla nostra vocazione. Ci accompagnino e ci siano di sostegno, inoltre, la Vergine Santa e tutti i nostri santi protettori, luminosi esempi che ci hanno già preceduto sulla via della sequela di Cristo. Impegniamoci perciò, a contribuire con gioia all’instaurazione del Regno di Dio e della sua giustizia, qui in terra.
Frà Frisina
foto : scribacchiandoliberamente

