Referendum ATAC. L’11 novembre si vota

L’11 novembre si terranno a Roma due referendum, per la prima volta “propositivi”, entrambi promossi da un comitato fondato da attivisti del Partito radicale e concernenti il destino dell’ATAC, l’azienda comunale dei trasporti pubblici locali. La consultazione, richiesta e sottoscritta da 33.000 elettori, era stata fissata per il 3 giugno, ma poi rinviata per la concomitanza con le elezioni amministrative nei Municipi III e VIII.

Il primo quesito, quello più importante, testualmente recita: “Volete voi che Roma Capitale affidi tutti i servizi di trasporto pubblico locale di superficie e sotterraneo, ovvero su gomma e rotaia, mediante gare pubbliche anche ad una pluralità di gestori e garantendo forme di concorrenza comparativa, nel rispetto della disciplina vigente a tutela della salvaguardia e della ricollocazione dei lavoratori nella fase di ristrutturazione del servizio?”

Liberalizzazione delle tariffe e flessibilizzazione dei livelli occupazionali

In sostanza, si chiede che Roma Capitale affidi direttamente, senza il tramite di ATAC, tutti i servizi di trasporto (tram, bus, metropolitane e ferrovie concesse) a imprese private, tramite gara pubblica. La previsione di “forme di concorrenza comparativa” fa supporre che il prezzo del biglietto o delle eventuali tessere dovrà essere fissato dal mercato.

L’ultima parte del quesito dà per scontata, in caso di accoglimento, la soppressione dell’azienda pubblica, in quanto prevede la ricollocazione dei lavoratori nelle aziende eventualmente aggiudicatrici del servizio, a salvaguardia dei livelli occupazionali. Ma, attenzione: tutto ciò nella “fase di ristrutturazione del servizio”; perché, a regime, i gestori privati potranno benissimo licenziare, qualora sia necessario per fornire ai cittadini un servizio maggiormente concorrenziale.

Il secondo quesito è praticamente ininfluente, in quanto gli elettori sono invitati a pronunciarsi che il comune “favorisca e promuova” una certa tipologia di trasporto collettivo e cioè lascia in proposito discrezionalità all’amministrazione.

Chi potrà votare e a quali condizioni il referendum può essere ritenuto valido

Sono titolari del diritto di voto non solo i cittadini italiani residenti in Roma, ma anche i non residenti che godano dei diritti di elettorato attivo e che esercitino da almeno cinque anni la propria attività prevalente di lavoro o siano studenti presso scuole o università site nel territorio comunale; stesso diritto è concesso agli stranieri legittimamente presenti in Italia e residenti in Roma. Tutto ciò, fermo restando che si siano registrati come da regolamento comunale.

La consultazione, come detto prima, è di tipo “propositivo”. Non si richiede all’amministrazione l’abrogazione di norme , come si è verificato, a livello nazionale, nei casi di referendum sull’abrogazione della legge istitutiva del divorzio, o l’interruzione della gravidanza o altro. Non è nemmeno di tipo “consultivo” in quanto a Roma Capitale non è lasciata alcuna valutazione discrezionale sul risultato finale: non potrà far altro che prenderne atto e darne applicazione.

Il carattere “propositivo” della consultazione referendaria è una novità, per i romani. Tale di tipologia, infatti, è stata introdotta proprio dall’ amministrazione Raggi, con la revisione dello statuto approvata il 30 gennaio di quest’anno. La modifica statutaria non prevede alcun quorum per la validità del referendum propositivo. In pratica, se votassero solo tre cittadini, basterebbe che due soltanto di essi si pronuncino favorevolmente al quesito referendario, perché Roma Capitale sia tenuta a darne esecuzione. Ma, l’estate scorsa, si è verificato un colpo di scena.

Con deliberazione n. 150 del 7 agosto 2018, infatti, la Giunta Raggi ha deciso che, nelle more dell’adeguamento della disciplina regolamentare alle modifiche in materia, apportate allo Statuto di Roma, si continuino ad applicare le norme del regolamento precedente alla revisione statutaria del gennaio 2018, approvato con Deliberazione del Consiglio Comunale n. 101 del 14 giugno 1994. In sostanza, anche i referendum dell’11 novembre, saranno validi solo se la partecipazione al voto sarà superiore a un terzo degli aventi diritto, nonostante quanto stabilito nel vigente statuto di Roma Capitale.

Il popolo propone e la magistratura dispone

Fermi restando i ben noti problemi con la magistratura della sindaca, quindi, qualora il numero dei votanti non raggiunga il quorum di un terzo degli aventi diritto, l’amministrazione Raggi, potrà dichiarare invalido il risultato della consultazione, in contrasto con quanto previsto dallo Statuto da essa stessa approvato. Va da sé che, in tal caso, qualora la maggioranza dei votanti si esprimi favorevolmente al quesito, indipendentemente dal quorum, il comitato proponente provvederà sicuramente ad impugnare al TAR l’eventuale decisione contraria dell’amministrazione.

L’esito del referendum, tuttavia, potrebbe essere comunque ininfluente. Dall’anno scorso, infatti, i libri sociali dell’ATAC sono finiti in tribunale, essendo l’azienda sottoposta a quella procedura fallimentare definita “concordato preventivo” dalla legge. Il comune titolare della società, infatti, non riuscendo a far fronte ai propri debiti, ha richiesto al tribunale di convincere i creditori ad accontentarsi soltanto di una parte di quanto eccepito e cioè soltanto il 20% del debito ATAC (130 mil.ni anziché 1,3 mil.di di euro). Diversamente, ha dichiarato di non essere in grado di proseguire nel servizio.

L’amministrazione, inoltre, ha già inoltrato ai giudici il suo “piano di ristrutturazione” che prevede la vendita di gran parte del patrimonio ATAC (19 ex-rimesse) e il drastico taglio di tutte le linee non remunerative, per la quasi totalità periferiche. In ogni caso, come spesso succede, sarà la magistratura e non il popolo sovrano a decidere sul futuro dei cittadini.

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