portando luigi

portando luigilui è così.

come quelle giornate che ti arrivano fra capo e collo, e poi, quando meno te lo aspetti, tornano a galla lasciandoti a pensare, e non sai il perché.

non te lo presenta nessuno.

la sua persona cammina gridando, ma con un rispetto che sconcerta.

viene e ti stringe la mano con un sorriso larghissimo e ti tira a sé per darti un bacetto sulle guance.

e non gli importa se sei maschio o femmina, lui lo vuole.

a questo punto il dado è tratto ed incomincia a volare da un discorso all’altro fino a che ti sfianca perché non riesci a stargli dietro con le risposte, che a lui non interessano, ma solo perché ha altro da dire.

e va avanti.

luigi deve proseguire, sempre, non può fermarsi, forse perché non ce la fa a trattenere tutto ciò che ha dentro.

ma come ti dà un attimo di tregua, allora sei tu che cominci, e non sai il perché.

puoi chiedergli ciò che vuoi e lui ti tira fuori dalla tasca la risposta, e non è un modo di dire.

estate o inverno non ha importanza, perché indossa sempre un gilet con mille tasche, e ti viene in mente eta beta, perchè allo stesso modo fa apparire di tutto: da un rasoio a un piccolo ventilatore a pile, da un libro di preghiere a un dizionario di medicine, penne matite e block notes.

fa il medico, dice. io gli credo perché lo ha detto, però se lo vedi ti sorgono dei dubbi, e non ci credereste nemmeno voi.

l’aspetto sembra sciatto, e ti dà quasi fastidio quel lasciarsi andare, ma dopo un po’ che stai in sua compagnia ti lasci andare anche tu.

e vorresti essere come lui, così, e non sai il perché.

la bocca è sempre occupata da una sigaretta o da una battuta, ma la sigaretta rimane lì che penzola, ed anche la cenere penzola fino a che gli cade addosso, mentre la battuta ti entra dentro e non esce più fuori, e dentro ci entra anche lui, che non riesci a dimenticare.

come i suoi occhi, che sono sempre tristi, anche se brillano, e tu ti chiedi se gli da fastidio la luce o se sta piangendo.

luigi quando parla si commuove facilmente, e tu pensi che è proprio strano il suo comportamento, però ti piace, e nemmeno di questo sai il perché.

quando meno te lo aspetti ti fa discorsi scemi, ma poi diventa serio ed a lui non gli va giù, allora sconvolge le parole e fa finire tutto a tarallucci e vino, e non è un modo di dire.

gli piace mangiare, e bere, ed io penso lo faccia per dimenticarsi, per dimenticare se stesso, perché un uomo troppo sensibile non è un uomo, e nella sua professione questo non sta bene.

non sta bene nemmeno che non si faccia pagare, ma il suo animo è grande.

come la sua pancia che lascia in tiro la camicia, sempre nera, e con quei bottoni che possono schizzarti in faccia da un momento all’altro.

e tu ti allontani incominciando a ridere, perché lui se ne è accorto ed ha sdrammatizzato l’impaccio con una delle sue storielle.

quando viene la sera non ci capisce più niente perché il suo cervello viaggia fra le miserie che ha incontrato e i silenzi che ha dentro, e quando la mente approda in messico dove il figlio è missionario è un po’ come se stesse in alto mare, e lui non sa nuotare.

e allora mischia.

e mischia tutto, e non solo vini con liquori, anche medicine.

perché quando meno te lo aspetti fa sparire la mano nei suoi nascondigli e te la rimostra con una manciata di pasticche, che prende a secondo di come si sente o vuole sentirsi.

se tu sei lì ti chiede se ne vuoi una anche tu come se ti stesse offrendo caramelle, e tu inebetito gli vai a chiedere anche il nome, dei medicinali naturalmente.

e naturalmente ti viene in mente che ti serve qualcosa e, visto che lui addosso ha di tutto, prende il ricettario e scrive ciò che gli detti.

tu te lo guardi come se fosse un animale raro, ma dentro lo sai che non è così, ed allora te lo abbracci perché non puoi farne a meno.

poi arriva la fine.

perché arriva sempre il momento che devi salutarlo.

e ti dispiace.

e non sai perché.

 

di simonetta bumbi

foto: stefano cracco

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