A tavola con Papa Leone XIV

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Cosa mangerà Robert Francis Prevost ora Papa Leone XIV? Tra le domande che si susseguono sul nuovo Pontefice, uscito un po’ a sorpresa dall’ultimo Conclave, v’è anche quella sui suoi gusti gastronomici.
Del resto, recita un noto adagio, «dimmi cosa mangi e ti dirò chi sei».

Lui stesso, chiamato a Roma da Papa Francesco dopo un lungo periodo trascorso in Perù, dichiarò in un’intervista che i cibi andini gli sarebbero mancati e citò, tra gli altri, il ceviche, il capretto, il seco, mentre pare avesse una particolare predilezione per un piatto povero della cucina peruviana: il riso con l’Aji de Gallina.

L’omaggio alla cucina andina non permette, tuttavia, di capire quale sia realmente il piatto preferito di Papa Leone XIV perché esaminando la sua biografia si deduce che la sua esperienza culinaria dev’essere stata, per forza di cose, assai variegata.

Robert Francis Prevost è nato e cresciuto a Chicago, fondata nel 1779 da un commerciante di pellicce di Santo Domingo di discendenza franco-africana, nota sia per la sua multiculturalità sia per il suo cibo di strada ed in particolare per il pollo fritto reso celebre dai Blues Brothers.

Le sue origini familiari annoverano ascendenze italiane, francesi, spagnole e della Louisiana, famosa per la cucina creola.

Pare inoltre che sua madre, Mildred Martinez, fosse una cuoca eccellente sempre pronta ad accogliere alla sua tavola i membri della parrocchia.

Prevost, inoltre, ha trascorso parecchi anni a Roma prima come studente della Pontificia Università San Tommaso d’Aquino (Angelicum), poi come Priore Generale dell’Ordine agostiniano e infine chiamato da Papa Francesco come Prefetto del Dicastero per i vescovi.

Nella sua permanenza in Perù, che lo ha condotto ad ottenere la cittadinanza peruviana, ha ricoperto moltissimi ruoli in varie località sia in ambito parrocchiale, sia come docente, sia come membro dell’Ordine agostiniano e infine come Vescovo.

L’influsso della sua formazione agostiniana

Sin dal suo primo saluto Leone XIV ha rivendicato la propria appartenenza all’Ordine agostiniano e non v’è alcun dubbio che la famiglia agostiniana rappresenterà un punto di riferimento anche nella sua nuova veste di Vescovo di Roma.

Ispirato alla vita e alle opere di Aurelio Agostino d’Ippona, il Dottore della Chiesa di origini berbere vissuto tra la metà dell’anno 300 e la metà dell’anno 400, l’Ordine di Sant’Agostino nacque a Roma come unione delle congregazioni eremitiche che già seguivano la Regola di Sant’Agostino e fu riconosciuto formalmente da Papa Alessandro IV il 9 aprile 1256.

A sua volta la Regola, conformata ai Consigli Evangelici di povertà, castità ed obbedienza, è breve, essenziale e concreta e lascia spazio alla libertà, all’intuizione e alla maturazione della Comunità e tra gli aspetti su cui insiste vi sono la condivisione del cibo e la frugalità.

La prima esperienza pastorale di Prevost è stata quella di missionario in uno dei primi paesi sudamericani che, sin dalla metà del 1500, videro la presenza degli agostiniani.

Una presenza che, sin dagli esordi, si caratterizzò per la vicinanza e la difesa degli indigeni, l’apprendimento delle loro lingue, il rispetto verso alcune delle loro tradizioni secolari, la costruzione di infrastrutture utili al miglioramento delle condizioni della popolazione.

L’impronta della missione agostiniana fa comprendere forse meglio il «rimpianto» di Papa Prevost verso la cucina peruviana non solo per la bontà delle sue preparazioni, ma anche come espressione di cultura e tradizione popolare e, in fondo, rivela un animo curioso ed aperto visto che, normalmente, chi è catapultato in un luogo distante dalla propria patria ed estraneo alla propria cultura tende a riprodurre cibi e tradizioni culinarie delle proprie origini.

Papa Leone XIV ed i suoi predecessori

Tutto lascia presagire che Papa Leone XIV si conformerà a quella sobrietà che ne ha contraddistinto lo stile antecedentemente all’elezione al soglio pontificio e che, ad onor del vero, ha caratterizzato tutti i suoi predecessori del XX e del XXI secolo: da Papa Pio X a Papa Francesco.

Della maggior parte di essi non si conoscono i gusti la qual cosa, in quella Roma «Santa e Dannata», come l’ha descritta Roberto D’Agostino, in cui tutti sanno tutto di tutti, dovrebbe essere un discreto indice di frugalità.

Degli ultimi tre Papi prima di Leone XIV: Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco, sappiamo che, pur non disdegnando la cucina italiana, di tanto in tanto si concedevano qualche pietanza del loro Paese d’origine, mentre pare che Giovanni XXIII amasse particolarmente la polenta e che Pio XII, l’ultimo Papa romano, debole di stomaco e pur amante della cucina romana, fosse soggetto al rigoroso regime alimentare impostogli dalla sua assistente, la teutonica e severa Suor Pascalina Lehnert.

Quanto ai Pontefici dei secoli precedenti, spesso accusati di essere dei gran ghiottoni, non va dimenticato che essi provenivano da famiglie nobili e ricchissime come i Chigi, i Colonna, i Farnese, i Borgia ed i Medici e che quindi trovavano del tutto naturale, ad onta dei propri doveri spirituali, proseguire il loro opulento stile di vita anche nel ruolo, eminentemente politico, di Papi.

Alla Corte pontificia hanno operato, nel corso dei secoli, i cuochi più prestigiosi, ma fa sorridere che Bartolomeo Scappi, forse il più grande di tutti, si vantasse di essere «cuoco secreto di Papa Pio V» perché nei sei anni in cui fu pontefice il domenicano ed inquisitore Michele Ghisleri fece vita ascetica e la sua dieta fu costituita da pancotto, uova, brodi di magro, minestrine, legumi ed insalata, con qualche rara concessione alla carne.

E possiamo solo immaginare la frustrazione di Scappi nel dover sovrintendere alla preparazione di simili «manicaretti».

Foto di Guy Percival da Pixabay

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