“Legge bavaglio” i giornalisti si sono…imbavagliati

Diciamo la verità: non s’era mai visto uno sciopero in cui la Federazione nazionale della stampa fosse d’accordo con la Federazione degli editori. Ma questo è di fatto quanto è accaduto, insomma per protestare contro quella che alcuni hanno definito “legge bavaglio” i giornalisti si sono…imbavagliati. Difficile farlo capire alla gente. Si chiede libertà di stampa (e qui davvero c’è dell’incredibile, suvvia) e nello stesso tempo ci si chiude nel silenzio auto imposto. Ha ragione Feltri: “Come se gli affamati facessero sciopero della fame contro chi gli dà poco da mangiare”. I giornalisti vogliono dimostrare dissenso verso il disegno di legge sulle intercettazioni, portato avanti dal governo, dalla maggioranza, in nome e per conto degli elettori che l’avevano già letto (e approvato) nel programma di governo prima delle elezioni. Dunque, secondo le normali leggi della democrazia, un ddl che ha il consenso della maggioranza degli italiani. Ma i giornalisti non concordano, per lo meno la maggioranza degli iscritti alla Fnsi non condivide questa scelta. Anche questo dissenso fa parte delle regole del gioco democratico. Compito dunque del giornalista è allora quello di spiegare agli italiani perché il ddl è dannoso, inutile o quant’altro. Invece no, oggi i cittadini non leggeranno nulla. Una evidente contraddizione in termini. Da oltre quindici anni, per un pool di giornali, il “lupo” è sempre lo stesso: Silvio Berlusconi, che minaccerebbe la libertà degli italiani cominciando dal suo principale fortilizio, la libertà di stampa. Non sembra, tuttavia, che in questo periodo detti giornali abbiano mai moderato le loro critiche a Berlusconi o non abbiano fedelmente riportato gli insulti, generici o specifici, che gli hanno rivolto i suoi avversari politici, né che abbiano risparmiato pagine e inchiostro per raccontare fatti piccati o trame oscure attribuiti al Premier. Questo significa che la “forza” della stampa non è mai stata messa in pericolo: ciascuno può dire quello che vuole e metterlo per iscritto e farlo stampare. Ma una cosa è la forza e altra cosa è la credibilità. Qui è il punto: la stampa italiana non ha mai avuto una vera forza che si sia tradotta in credibilità. Nessun giornale italiano è ritenuto veramente indipendente, e perciò autorevole, dal potere, sia esso politico, economico o un mix dei due. Si compra e si legge un giornale sapendo “da che parte sta”. C’è un difetto di origine: l’informazione è considerata, perché in realtà lo è, una forma di potere; ma essa è tanto più forte e credibile quanto meno è emanazione di un potere. Invece, in Italia, i giornali, in genere autodefiniti “quotidiani indipendenti di informazione”, hanno scelto, credendo di accrescere la propria forza, di apparire come parte del potere. Da qui la loro perdita di credibilità e, in sostanza, perdita di forza reale. Lo dimostra, senza ombra di dubbio, il calo costante delle copie vendute. Che è una logica conseguenza del fatto che i giornali non cercano, elaborano e presentano informazioni in modo indipendente, ma si trasformano in cassa di risonanza di informazioni raccolte e predisposte altrove. Ultimo caso clamoroso di questi anni, le trascrizioni delle intercettazioni o le dichiarazioni dei pentiti, frutto di attività di altri organismi. L’attrazione fatale per il potere – vuoi per sostenere quello del momento, vuoi per combatterlo – costituisce una riduzione del ruolo dell’informazione a “riserva” della politica e ai giornalisti non rimarrà che esercitarsi nel ruolo improprio di “commissari tecnici della nazionale di calcio” da spiaggia o da bar dello sport. Cioè ininfluenti. Ma per causa loro, non per causa di leggi restrittive che, a tutt’oggi, in piena crisi ultradecennale dei quotidiani, non ci sono.

Giorgio Gibertini e Sara Citterio

Foto: http://wildgretapolitics.wordpress.com/

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