La corte di Assise di Appello di Firenze ha di nuovo condannato Amanda Knox e Raffaele Sollecito per l’omicidio di Meredith Kercher. Sotto una spasmodica attesa mediatica, dei familiari e dei legali la Corte di Firenze ha giudicato colpevoli i due ragazzi. Dunque un processo senza fine, un processo che nuovamente riapre le posizioni tra colpevolisti ed i innocentisti, dove per via mediatica e di rete le posizioni continueranno a scontrarsi.
Sarebbe troppo lungo ripercorrere le tappe di un processo su un caso che avvenuto nel 2007, le decine di consulenti scientifici che hanno espresso il loro parere, e ancora adesso dopo sette anni le responsabilità non sono ancora completamente accertate. Tralasciando le posizioni colpevoliste o innocentiste, balza agli occhi però un elemento incontrovertibile. Troppe sono le incertezze sulla colpevolezza dei due. Anzi più si va avanti e meno le cose si chiariscono. Perché se è vero che la sentenza della Corte di Assise d’Appello di Firenze li condanna, è pur vero che ce n’è stata un’altra di pari grado quella di Perugia che li ha assolti.
Dirà qualcuno che poi la Cassazione ha annullato la sentenza, ordinando di rifare il processo in un’altra sede meno coinvolta, che ha confermato la sentenza di primo grado. Quindi due a uno per i colpevolisti. Aspettiamo i supplementari ovvero l’ennesimo ricorso in Cassazione per stabilire tra un paio di anni come si chiuderà questa vicenda. Occorre fare a alcune considerazioni in merito. Premettendo che le Corti di assise d’Appello sono composte da giudici di grande esperienza, e che al contrario di quelli che giudicano in primo grado, possono giudicare e ragionare con più tranquillità, come mai due verdetti cosi differenti? Su quali basi uno giudica colpevole e l’altro innocente? Eppure le prove sono quelle, sia nell’uno che nell’altro processo.
Si deve pensare forse che a seconda delle Corti il valore di una prova è differente rispetto ad un’altra? Ma le prove non dovrebbero essere univoche, essere pietre miliari su cui su fonda il giudizio? Oppure la loro valutazione diventa opinabile? Che quella famosa frase “oltre ogni ragionevole dubbio” in realtà rappresenti soltanto una frase vuota che nasconda invece un’altra ben più pesante quella del “libero convincimento del giudice?”.
Alla luce di questo processo ci sembra che si debba propendere più per la seconda che per la prima. Il libero convincimento supera il ragionevole dubbio. Ma questo convincimento da che cosa è dato? Da semplici impressioni personali, da giudizi differenti, da pregiudizi oppure ancora peggio da spinte esterne?
Non può essere accettato il concetto che ognuno “la pensa come gli pare e giudica come meglio crede”, soprattutto se si è di fronte alle vite delle persone a cui vengono comminati lunghi anni di carcere. Naturalmente crediamo nella buona fede, nella certezza di fronte alla propria coscienza di chi deve emettere certi giudizi sicuramente non facili.
Forse quello che manca è il coraggio di affermare i propri dubbi, nascondendoli dietro ad aride formule giudiziarie. I padri del diritto hanno sempre posto un elemento alla base di ogni giudizio. “in dubbio pro reo” . Una frase importante fondamentale, che in questo caso è profondamente vera. Se non si arriva ad una convinzione profonda è meglio assolvere. Come disse una giurata popolare nel processo O.J Simson “”io lo so che è colpevole. Ma l’accusa non mi ha fornito le prove al di là di ogni ragionevole dubbio. Quindi andava assolto”.
Oppure come disse un grande avvocato dei tempi passati in una sua arringa, meglio i colpevoli liberi che un innocente in galera.
Staremo a vedere.
di Gianfranco Marullo
foto: quotidiano.net

