
Nello Stato del Kerala, nell’India meridionale, l’antica forma di teatro-danza Kathakali riesce a raccontare ogni sorta di emozione attraverso le espressioni del volto e i mudra delle mani
La danza degli occhi
L’immagine è eloquente. Il kelikottu, una sorta di richiamo musicale, annuncia l’inizio dello spettacolo. Poi la scena viene rischiarata da una lampada a olio e, al ritmo incalzante e ipnotico dei tamburi, fra i quali il chenda e il maddalam, entrano in scena personaggi addobbati con costumi di singolare ricchezza, imponenti copricapi e con un make-up a dir poco suggestivo.
A questo punto, ci aspetteremmo una danza folcloristica, un recitativo o qualcosa di simile al nostro teatro e invece accade ben altro.
Gli artisti abbassano e sollevano ritmicamente le sopracciglia, gli occhi roteano vorticosamente con un che di sovrumano, le espressioni dei volti cambiano a velocità supersonica e le mani, che disegnano nell’aria i mudra, riescono a esprimere più di quanto potrebbero fare intere pagine di Shakespeare.
Un ruolo a parte spetta ai cantori, che intonano i versi della narrazione e accompagnano l’azione degli interpreti. Gli attori, infatti, tradizionalmente non pronunciano il testo, ma lo traducono attraverso i gesti, i movimenti e le espressioni del volto.
Il segreto di un’arte che ha affascinato anche Battiato
Per ammirare questa performance dobbiamo raggiungere il Kerala, dove il Kathakali ha sviluppato una delle più raffinate forme di espressività teatrale.
Quanto a noi occidentali, salvo qualche intenditore o appassionato di arte e folklore orientale, il nome ci rimanda semmai a Franco Battiato che, nel brano Voglio vederti danzare, del 1982, evocava proprio il suono delle cavigliere del Kathakali.
Ebbene, per comprendere appieno il fascino di questa forma d’arte, così distante dai nostri canoni, occorre entrare in una concezione della rappresentazione nella quale il corpo dell’attore diventa quasi un testo scenico, una sorta di didascalia vivente che si può leggere attraverso un linguaggio simbolico fatto di segni, posture, sguardi e gesti tramandati di generazione in generazione.
Iniziamo da qualche cenno storico ed etimologico.
Dalle corti del Kerala al teatro degli dèi
Il termine Kathakali deriva dalla lingua malayalam (da katha, racconto, e kali, rappresentazione o gioco scenico) ed ebbe tra i suoi principali antecedenti il Ramanattam, nato alla corte di Kottarakkara e dedicato alle vicende di Rama.
A idearlo fu Kottarakkara Thampuran, sovrano locale e figura legata al mecenatismo artistico della regione.
Successivamente, nel XVII secolo, il Kathakali prese forma nel Kerala, alimentandosi dei grandi poemi della tradizione indiana, su tutti il Ramayana e il Mahabharata.
Quanto alla sua evoluzione, contribuirono il Krishnanattam, il teatro sanscrito Kutiyattam e il Kalaripayattu. Quest’ultimo è un’antica disciplina marziale della regione, dalla quale il Kathakali ha assorbito alcuni aspetti quali la preparazione fisica, alcune posture e i movimenti degli interpreti.
Ad aggiungere ulteriori curiosità sulla sua storia sono anche i luoghi tradizionalmente deputati alle rappresentazioni, ovvero templi e cortili delle residenze aristocratiche, dove gli spettacoli venivano messi in scena soprattutto la notte.
Ma veniamo al corpus relativo alle vicende narrate.
Rama, Hanuman e le grandi storie dell’India
Come accennato, il repertorio attinge soprattutto a due grandi poemi, il Ramayana e il Mahabharata.
Nel primo, Rama, considerato nella tradizione induista un’incarnazione del dio Vishnu, è costretto in esilio e deve superare una lunga serie di prove. Quando la sua sposa Sita viene rapita da Ravana, potente sovrano di Lanka, Rama cerca in ogni modo di riportare a casa la sua amata.
Ad affiancarlo nell’impresa è il devotissimo Hanuman, divinità dalle sembianze di scimmia, che nel racconto rappresenta un simbolo di forza e coraggio. Questi attraversa il mare per raggiungere Lanka e, una volta individuata Sita, aiuta Rama nella guerra contro Ravana.
Assai diversa la storia del Mahabharata, dove il conflitto fra i due rami rivali della stessa dinastia, i Pandava e i Kaurava, destinato a culminare nella terribile guerra di Kurukshetra, apre una riflessione molto più ampia su questioni morali, tra cui il senso del dovere, la giustizia e il peso delle scelte individuali.
Quando gli occhi imparano a parlare
Fatta questa premessa, uno degli aspetti che rapisce lo spettatore è la straordinaria capacità degli attori di controllare separatamente non solo i diversi muscoli del volto ma, soprattutto, gli occhi che, grazie a una capacità espressiva generalmente indicata come netra abhinaya, riescono a rendere visibile il passaggio da uno stato d’animo all’altro.
Alle mani spetta invece un altro linguaggio, l’hasta abhinaya, fondato sui cosiddetti mudra, vale a dire gesti codificati che permettono di rappresentare persone, animali, oggetti, azioni e concetti.
Piccola curiosità: per chi non lo sapesse, il Kathakali utilizza tradizionalmente ventiquattro gesti fondamentali delle mani, dai quali, attraverso combinazioni e variazioni, possono derivare numerosi significati.
I rasa
Alla base dell’espressività del Kathakali sta la teoria indiana dei rasa. Il termine, letteralmente “sapore” o “essenza”, indica, nell’esperienza artistica, ciò che lo spettatore arriva a sentire attraverso la rappresentazione.
Il concetto fu elaborato nell’ambito di una riflessione estetica che risale al Natyashastra, il grande trattato sanscrito sulle arti sceniche attribuito tradizionalmente al saggio Bharata.
Nella tradizione successiva si parla dei nove navarasa: amore, riso, compassione, collera, coraggio, paura, disgusto, meraviglia e pace interiore. Insomma, lavoraccio per niente facile quello degli artisti. E qui arriviamo a un altro aspetto della disciplina.
Una tecnica difficilissima
Per sviluppare tutte le abilità di cui abbiamo parlato, il percorso di un artista richiede una formazione lunga e rigorosa, che tradizionalmente comincia in giovane età e prosegue per diversi anni.
Gli allievi si esercitano fin da subito nella mobilità degli occhi, nell’elasticità del volto e nella coordinazione dei movimenti. Ma non finisce qui, perché l’addestramento comprende anche esercizi fisici, tecniche di equilibrio e posture che, come accennato, risentono dell’influenza delle arti marziali locali.
Vediamo adesso la questione del trucco.
Il significato dei colori e le sembianze degli dèi
Colori, make-up e costumi sono componenti fondamentali nella costruzione e individuazione del personaggio in base alle sue caratteristiche morali, spirituali e psicologiche.
Fra le tipologie ricorrenti abbiamo ad esempio il pacha, dominato dal verde, che serve a designare generalmente figure nobili ed eroiche, come Rama e Krishna. Il kathi, caratterizzato da segni rossi su una base verde, viene utilizzato invece per raffigurare personaggi potenti, arroganti e malvagi, dotati però anche di coraggio e grandezza, come Ravana, il sovrano antagonista del Ramayana.
Il kari, caratterizzato dalla predominanza del nero, è invece riservato soprattutto a personaggi demoniaci, perlopiù femminili.
Diverso è il trucco minukku, più delicato e luminoso, che viene impiegato sia per le figure femminili sia per caratterizzare i saggi o i personaggi spiritualmente elevati.
A ognuno la sua barba
Particolarmente suggestivo è inoltre il catalogo delle barbe posticce, che contribuiscono a distinguere differenti categorie di personaggi. Quella rossa, chuvanna thadi, identifica generalmente figure feroci e distruttive, mentre quella bianca, vella thadi, è solitamente indossata dal fedele Hanuman. La barba nera, karutha thadi, è invece associata a cacciatori e abitanti delle foreste.
Dulcis in fundo, a destare curiosità è il chutti, una bizzarra struttura bianca che incornicia il volto di alcuni interpreti. A che serve?
L’espediente modifica visivamente le proporzioni del viso e rende più evidenti i tratti e le espressioni del volto, soprattutto nelle tradizionali rappresentazioni illuminate dalla lampada a olio.
E forse è proprio questa l’immagine che rimane maggiormente impressa: una strepitosa danza degli occhi capace di trasformare pochi centimetri di volto in un intero palcoscenico.
Fonti:
- Kerala Tourism – Kathakali, storia e tradizione teatrale
- Kerala Tourism – Kathakali Dance Drama
- Kerala Tourism – Kathakali Costumes and Makeup
- Bharata, Natyashastra, trattato classico indiano sulle arti sceniche

