la ricetta di anna
“chi è stata ‘na bella scarpa…”
non riuscivamo mai a finire la frase che le risate echeggiavano per tutta la corsia e la caposala gridava: “eccole!”
chi non ci vedeva ci sentiva, perché si rideva, con anna, malgrado tutto.
ci incontravamo alle diciassette tutti i venerdì pomeriggio e chi arrivava prima aspettava seduta alla panchina situata fuori dal pronto soccorso.
minuta, con i capelli di biondo mesciati e l’acconciatura anni sessanta, appariva una bambola ai miei giovani occhi.
aveva sempre le guance rosse, per quell’affanno da casalinga inquieta, una busta sotto il braccio, che conteneva il camice, e ai piedi le solite scarpe da uomo.
“cipolle doloranti, vero anna?”.
mi guardava in silenzio dicendomi tutto, ma nel salire le scale non resisteva e se ne usciva con: “ma lo sai che ‘na bella scarpa sarà sempre…”
sì che lo sapevo, anna, e ne ho fatto, come te, una ricetta per la vita.
questa vita che ti fa incontrare mille vetrine in cui ci si specchia troppo, facendoti dimenticare quali sono le vere immagini da ricalcare.
diceva che le persone “vere” sono quelle che il dolore se lo tengono dentro.
quelle che stringono i denti, tirano su le maniche e si specchieranno domani nel bagno, se avranno tempo.
lei non lo aveva da perdere e correva dappertutto a dare il suo sostegno.
settanta o giù di lì gli anni, ma ad anna si erano fermati a trenta, per la vitalità che emanava, e mi faceva sentire sempre una bella scarpa perché ogni volta mi donava la strada giusta su cui incamminarmi.
“altro che sorella, potrei esse tu’ nonna!”
“sai che palle: così oltre ai malati devo accudì puro a te!”, rispondevo ridendo come una matta.
già, si rideva sui suoi “acciacchi” per sdrammatizzare, anche le brutte notizie. come la risposta di quelle analisi che non riusciva a pronunciare.
era ignorante, anna, ma istruita nel cuore.
“un morbo”, diceva, “però il dottore è fiducioso”.
e fiduciosa affrontava a testa alta le ore da trascorrere in reparto, anche quando la “strega” dietro la schiena lanciava “colpi” e si prendeva il suo respiro.
ma il sorriso no, il sorriso non glielo toglieva nessuno da quelle labbra che tingeva di rosso, mentre usciva dal portone di casa.
poi mi chiedeva se lo aveva messo al posto giusto perché le mani, all’epoca, le tremavano dal timore di essere in ritardo.
“devo esse bella per i miei malati” mi diceva.
e lo era davvero, anche quando sul volto portava i “segni” del marito.
un pomeriggio d’estate, prima di andare in vacanza, fu l’ultima volta che venne in ospedale. nei suoi occhi viveva già l’autunno della malattia e, nel salutarci, le mani m’annunciarono la sua ultima stagione da volontaria, ma ci demmo lo stesso l’appuntamento per settembre.
i suoi piedi adesso non possono correre più da nessuna parte, ma anna ha fatto in tempo ad insegnarmi tanto, e quando vado a trovarla a casa e le dico: “chi è stata ‘na bella scarpa sarà sempre ‘na bella ciavatta”, a me sembra che lei sorrida.
di simonetta bumbi
foto: Stefano Cracco

